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title: Più remoti, più infelici
description: "Fuggire nel digitale rischia di allontanare le nuove generazioni dalla consapevolezza dell'importanza delle relazioni, anche a lavoro"
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date: 2024-04-30
modified: 2025-09-09
author: Martina Galbiati
url: https://www.paroledimanagement.it/benessere-aziendale/full-remote-feel-depressed/
categories: [Benessere aziendale, Organizzazione]
tags: [Burnout, Lavoro da remoto, Trasformazione digitale, Benessere organizzativo]
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# Più remoti, più infelici

![Burnout](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2024/04/pexels-mizunokozuki-12912149.jpg)

Una volta estinta la mia generazione non esisterà più nessuno in grado di raccontare** com’era la vita prima dei social**. Dopo noi Millennial vengono infatti i Nativi digitali, che nella** bolla di Internet e delle piattaforme sono sbarcati con il primo vagito**. Probabilmente le immagini delle loro mamme stremate dal parto affiancate dai neopapà tutti fieri sono comparse su Facebook o Instagram solo qualche ora dopo che loro stessi hanno visto la luce.

L’Istituto europeo di design ha lanciato un’iniziativa di *guerrilla* marketing dal titolo *Cornici private* collocando per le vie di Roma delle cornici che **contenevano foto di bambini realizzate con l’Intelligenza Artificiale**. Dietro ognuna di queste era scritto “E tu metteresti mai tuo figlio per strada?”. La campagna segnala che **oggi il 72% dei genitori posta sui social foto dei propri figli senza nessuna censura**. Senza considerare i rischi a cui li espongono a livello non solo di identità digitale, ma anche di reale incolumità: **violazione della privacy, furto di identità**, impatti sulla reputazione, cyberbullismo, sorveglianza indesiderata, perdita di controllo sulle proprie informazioni. Fino alla pedopornografia.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di s**ensibilizzare mamme e papà sul tema dello *sharenting***, la pratica ormai diffusa di ‘mettere in piazza’ – sui social – contenuti relativi ai figli (che non hanno mai chiesto ai genitori di farlo e a cui i genitori non penso abbiano mai chiesto il permesso).

Secondo un’indagine di The Adecco Group, **oltre la metà dei recruiter è influenzato negativamente** nel processo di selezione mentre controlla il profilo social del candidato. Dieci anni fa succedeva solo per il 12% dei selezionatori. Questo incremento esponenziale ci offre testimonianza della **pervasività con cui le piattaforme si sono insinuate nelle nostre esistenze**, a tutti i livelli: personale e lavorativo, anche se ormai, secondo i teorici della *one life* e dell’*on-life, *pare non abbia più nemmeno senso distinguere i due ambiti.

Il punto su cui dovremmo riflettere, **che si tratti di identità digitale di bambini o di adulti**, è il livello di tragica inconsapevolezza con cui consegniamo alla rete un’immagine o le parole di un post.** Probabilmente almeno un terzo dei contenuti non li condivideremmo** se dovessimo farlo *de visu*, nel mondo reale, che ci si trovi di fronte a un singolo interlocutore o a una folla intera. Anche ora, mi pare assurdo dover specificare che, quando mi riferisco al mondo, io mi stia riferendo a quello ‘reale’. Eppure, per molti la vita virtuale ha ormai raggiunto un livello di ingombro tale da **assumere una dignità pari a quella della vita ‘corporea’**. Con tanto di impatti concreti sulla salute, mentale e fisica.

## Gli impatti sulle nuove generazioni

Le conseguenze sono evidenti soprattutto nei giovani: l**a prima generazione a cui è stato consegnato un *device* **prima del ‘giusto’ tempo, buttata ‘online’ senza che avesse gli strumenti cognitivi per governare un territorio così vasto e insidioso. Negli Stati Uniti, negli ultimi 10 anni,** la percentuale di casi di depressione in età preadolescenziale è incrementata del 50%**. I ragazzi registrano un peggioramento della performance scolastica, scarsa capacità di attenzione, disinteresse per le relazioni umane e per la vita sessuale, una diffusa avversione al rischio, a causa della **rarefazione delle esperienze dirette, non mediate da tecnologie e schermi.**

La causa scatenante di questo disagio crescente risiederebbe nel fatto che** i ragazzi attraversano un’età delicata come quella della pubertà con in tasca un *device*** che li distoglie dalla realtà circostante per catapultarli in universi paralleli dove vige la legge della gratificazione momentanea, dello stimolo dopaminergico dei *like*, da cui deriva una** conseguente ansia da interazione e creazione di contenuti**. Non è raro che questi ragazzi facciano cose nel mondo reale con l’obiettivo di postarle sui social (e non più il contrario)…

Leggendo questi dati, che costituiscono l’anticipazione del nuovo libro dello **psicologo sociale Jonathan Haidt *The anxious generation***, non ho potuto fare a meno di fare un collegamento con il **principale requisito che la Generazione Z pare ricercare oggi negli annunci di lavoro**: il full remote. Nella posizione dei sogni la presenza in ufficio (che magari fisicamente nemmeno esiste) non è richiesta. Molto meglio lavorare da casa, per non dover** incontrare colleghi che non ti sei scelto e stare in un ambiente tossico** per otto ore al giorno.

Ma non è forse anche questo un passo indietro, una chiusura su sé stessi, una tendenza (antiumana) all’evitamento sociale, illusi dal fatto che una connessione e un *device* **ci consentiranno comunque di rimanere in ‘contatto’?** Le aziende che preferiscono tagliare sul costo degli uffici si preparino a mettere a budget uno sportello di supporto psicologico per sociopatici! **Ma tanto ci penserà il Wellbeing manager…**
