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title: L’anno sabbatico è da boomer?
description: anno sabbatico chiamato gap year nel mondo anglosassone – non è così diffusa, almeno nel nostro Paese. Ce ne parla Giulio Natali
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date: 2022-09-01
modified: 2025-09-09
author: Elisa Marasca
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categories: [Benessere aziendale, Organizzazione]
tags: [gap year, Giulio Natali, anno sabbatico]
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# L’anno sabbatico è da boomer?

![L’anno sabbatico è da boomer?](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2022/08/gap-year.jpg)

C’è una frase, che potrebbe pronunciare un qualsiasi datore di lavoro Over 50 in Italia, che riassume verosimilmente la cultura nostrana rispetto all’anno sabbatico: “È solo una perdita di tempo per rimandare l’ingresso nel mondo del lavoro”. Da qui si capisce perché **la pratica – chiamata *gap year* nel mondo anglosassone – non è così diffusa, almeno nel nostro Paese**. Più di un italiano su due vorrebbe infatti concedersi un periodo sabbatico e partire, come emerge da recente un sondaggio condotto dal portale online di affitti brevi Airbnb, che però rivela anche come l'89% delle persone intervistate in Italia non l’abbia mai fatto.

In realtà, però, la normativa italiana lo prevede e lo regola attraverso la Legge 53 del 2000, il provvedimento che prevede diversi tipi di congedo, tra cui quelli per maternità a quelli per la formazione. **L’anno sabbatico è infatti definito come “una astensione volontaria e non retribuita dal lavoro” per un periodo di 11 mesi o più**, durante il quale “il dipendente conserva il posto di lavoro, non ha diritto alla retribuzione e non può svolgere alcuna attività lavorativa”. **È noto anche quello richiesto per motivi di studio, soprattutto in ambito universitario: per dedicarsi a esclusiva attività di ricerca**, non è raro che docenti e ricercatori degli atenei italiani lo utilizzino, nei limiti del periodo complessivo non superiore a due anni accademici in un decennio e non sia usato oltre il 35esimo anno di anzianità di servizio.

In anni recenti a far uso del *gap year *sono stati gli studenti neodiplomati prima degli studi universitari si prendono un anno di pausa; **un’abitudine che deriva probabilmente dal *Grand Tour*, il viaggio nell’Europa continentale intrapreso dai giovani aristocratici europei e statunitensi a partire dal XVIII secolo**. Questo periodo durava circa 12 mesi e l’obiettivo era conoscere la politica, la cultura, l’arte e le antichità dei Paesi europei. Alcune università degli Usa, come Harvard, incoraggiano addirittura i futuri studenti a sfruttare questo tempo loro concesso e a tornare sui libri solo trascorso l’anno.

In un sondaggio condotto dall’American Gap Association in collaborazione con la Temple University, è emerso che **gli studenti che hanno beneficiato di un anno sabbatico sono cresciuti sotto il profilo personale (98%), hanno aumentato la fiducia in sé stessi (96%) e aumentato le capacità comunicative (93%)**. Gli studenti sono stati spinti da questa decisione per fare nuove esperienze (92%), per viaggiare e conoscere nuove culture (85%) e per fare una pausa dal percorso di studi (82%). La metà dei ragazzi inoltre, si è impegnata in un percorso di volontariato.

## Difficile poter sostenere economicamente un anno sabbatico

Ma non ci sono solo studenti e professori a prendersi del tempo da dedicare a varie attività. Per esempio, **in Svezia, i dipendenti con contratto a tempo indeterminato hanno il diritto di richiedere un periodo sabbatico di sei mesi** per realizzare un proprio progetto, viaggiare, dedicarsi allo studio di una lingua o di una particolare materia; allo scadere del tempo, tornano in azienda e riprendono il proprio percorso dove lo avevano lasciato.

E in Italia? Come è letto questo periodo dagli esperti della Direzione del Personale se è inserito nel curriculum vitae? “**Ormai capita sempre di più di vedere ‘pause’ più o meno lunghe legate al cambio di carriera: è difficile affermare che siano realmente anni sabbatici**”, spiega Giulio Natali, Group Chief HR & Organization Officer di Fater, azienda che opera nel mercato dei prodotti assorbenti per la persona in Italia e nei prodotti detergenti per la pulizia dei tessuti e della casa in 38 Paesi.

I motivi delle ‘pause’ cui fa riferimento il manager – secondo la sua esperienza – sono spesso legati a ridimensionamenti dell’organico, a licenziamenti individuali o a situazioni che non sono sempre volute dal dipendente. “**Possono esserci anche contesti in cui la persona fa una scelta ‘forzata’ per un certo periodo e questo purtroppo riguarda in particolare le neo madri**, che mettono in ‘pausa’ il lavoro per motivi familiari. In sostanza, oggi è difficile potersi permettersi un anno sabbatico nel vero senso del termine”, sottolinea Natali.

## Le nuove generazioni puntano al benessere personale

Da rilevare, tuttavia, c’è che un tempo i gap lavorativi in Italia erano considerati in modo nettamente peggiore rispetto a quanto accade oggi. **Negli Anni 90, ricorda Natali, molti datori di lavoro sospettavano che ci fosse qualche motivo grave e taciuto per prendersi una pausa oppure si presupponeva che il candidato non avesse troppa voglia di lavorare**; addirittura si pensava che non sapesse organizzarsi e gestire gli impegni di lavoro e della famiglia. “Attualmente, invece, la situazione è analizzata con maggiore distacco – almeno dalle aziende serie – e non ci sono pregiudizi di questo tipo sui candidati”. Oggi, infatti il grande tema è la gestione del work-life balance e un’azienda deve tenere conto anche di questi aspetti, come dimostra la ricerca globale *Definire il successo* recentemente svolta da Accenture, che ha dimostrato che **in cima alle attuali priorità dei lavoratori di ben 33 Paesi del mondo ora non c’è lo stipendio - come si potrebbe immaginare in tempi in cui si fatica ad arrivare a fine mese - ma conta di più il work-life balance**.

Pensando alle nuove generazioni, inoltre, per il Group Chief HR & Organization Officer di Fater è molto probabile che in futuro ci saranno molti ‘alti e bassi’ di carriera, cioè **momenti in cui qualcuno deciderà di prendersi un periodo di riflessione tra un lavoro e l’altro oppure di lasciare il lavoro da dipendente per diventare libero professionista e viceversa** (come sta già succedendo con il fenomeno della *Great resignation*). L'esodo dei giovani (cioè la generazione Z) dal posto di lavoro ha generato infatti nell’ultimo anno un boom di dimissioni volontarie negli Stati Uniti, cogliendo impreparate il 75% delle aziende americane.

“Ci sarà chi fa il consulente che poi sceglie di fare l’imprenditore o chi si prenderà tempo per girare il mondo prima di lanciare una startup”, è il pensiero di Natali. **Il vero anno sabbatico, infatti, non è mai stato solo una vacanza, bensì parte integrante della formazione.** Forse, quindi, con il nuovo concetto di lavoro ibrido, non è detta l’ultima parola sulla ‘morte’ dell’anno sabbatico.
