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title: Fondo monetario internazionale, dopo 70 anni resta il sogno del perfect banking
description: "Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha subito alla sua nascita l’impronta di una fata cattiva: l’ortodossia economica. Operativo dal 1947 con 29 Paesi soci – oggi 189 – con la missione di ristabilire l’equilibrio dei cambi e del commercio internazionale, evitare gli ostacoli alla crescita e al l..."
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date: 2017-04-04
modified: 2025-09-17
author: Redazione
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# Fondo monetario internazionale, dopo 70 anni resta il sogno del perfect banking

![Fondo monetario internazionale, dopo 70 anni resta il sogno del perfect banking](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2017/04/Fmi-1.jpg)

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha subito alla sua nascita l’impronta di una fata cattiva: l’ortodossia economica.

**Operativo dal 1947 con 29 Paesi soci – oggi 189** – con la missione di ristabilire l’equilibrio dei cambi e del commercio internazionale, evitare gli ostacoli alla crescita e al libero funzionamento del mercato. In ciò favorito dalla sua governance non democratica con il **voto legato alla contribuzione**, la quale, nella misura del 17%, assicura ancora oggi agli Usa il diritto di veto.

 

Il condizionamento più grave è però l**’ortodossia del liberismo e del monetarismo della Scuola di Chicago**. Il Fmi ha in più occasioni cercato di adattarsi alle nuove sfide, ma solo sul piano tecnico, non su quello della dottrina economica. È del resto convinzione dominante nella cultura economica l’idea che **con il liberismo siamo alla fine della storia**. Il compito che il Fmi ha cercato di svolgere in questi 70 anni è stato pertanto correggere le deviazioni dell’economia reale dall’ortodossia.

 

Anche l’eresia del ***deficit spending*, avanzata da Keynes** all’inizio del 900, non è stata una svolta epistemologica, ma un intervento congiunturale temporaneo. Lo stesso va detto per il ***quantitative easing* di Draghi**: bravissimo, controcorrente, ma non ‘drago’ dell’innovazione.

 

Così il Fmi, con il suo **mantra di crescita, produttività, riequilibrio dei conti**, pensa agli aggiustamenti a breve e trascura il collasso del sistema a lungo. È il miglior modo per preparare una catastrofe epistemologica, vale a dire lo **svuotamento culturale della scienza economica della presente ortodossia**, operato dalla storia, tutt’altro che alla fine.

Fmi come un ipotetico **medico che abbandona il malato che non prende le medicine**, esclude dal suo aiuto il Paese che non taglia le spese e non rimborsa il debito con gli interessi. Molti Paesi africani ‘aiutati’ dal Fmi non hanno rimborsato e sono stati esclusi dagli aiuti.

 

**Tagliare le spese equivale a tagliare stipendi e pensioni della massa dei già poveri**, così come l’Italia che per controllare la spesa sanitaria ha introdotto il ticket, un’imposta sulla salute più odiosa di quella ottocentesca sul sale e sulla farina. Sono le piccole laboriose formiche che fanno il formicaio.

L’intervento di sviluppo del **Sud Italia degli Anni 60-80 concedeva finanziamenti a fondo perduto**. Non sempre ha funzionato per incapacità e talvolta corruzione dei riceventi. In quel caso occorreva un intervento di assistenza tecnica e di controllo che non c’è stato, per incapacità e talvolta per la corruzione complice del benefattore.

 

Gli economisti dell’epoca citavano il **successo dell’intervento Usa del 1933 della Tennessee Valley Authority**. Ma quell’Authority era sana e competente. Anche il Fmi è di fatto una authority che **possiede poteri d’ispezione, guida e intervento cogenti**, ma il suo pregiudizio liberista di natura darwiniana è un letto di Procuste.

Keynes era consapevole che il malato non può curarsi da sé e che **il debitore che non salda il debito, fallisce**. È toccato all’Argentina. Propose allora di fare un falò dei titoli di credito inesigibili. La storia non insegna, non solo perché i tempi cambiano, ma soprattutto perché la **visione di chi dovrebbe apprendere è offuscata da pregiudizi**.

 

Nello staff del Fmi c’è chi assicura che si è disposti a cambiare per tener conto della lezione dei fatti, con una clausola però: **evoluzione, non rivoluzione**. Ma è questa che occorre per **superare il darwinismo sociale della sopravvivenza dei più forti**, lasciando al mercato il compito di spazzar via gli inetti.

Al momento, è aperta la **questione greca** e, in modo strisciante, italiana. C’è poi **l’Irlanda che si è tirata fuori dai guai con il dumping fiscale a danno dei partner europei**: un trattamento di favore per gli investitori esteri e un **paradiso fiscale per le multinazionali**. In pratica, ha trasferito ad altri la malattia.

 

**La Svizzera**** ha seguito la stessa strada**, non essendo però membro di un organismo collettivo. Oggi tuttavia, a seguito delle pressioni dei Paesi con cui commercia – tra questi c’è il nostro – sembra disposta a cambiare registro.

La Svizzera è un Paese prospero, pur essendo naturalmente povero. Solo roccia e qualche prato di fondovalle. Ma ha una **buona amministrazione e gode di una pace pluricentenaria**.

 

Non ho potuto fare un’analisi compiuta di Fmi nei suoi 70 anni di attraversamento del moderno e del postmoderno.

**C’è chi lo esalta, chi lo esecra e chi è insoddisfatto**. Tra questi, io **che coltivo il sogno di un sistema bancario**, pubblico o privato, partner a tutto tondo del finanziato, **che semini sviluppo e curi il germoglio fino a completa crescita**. E se l’offerta non è più adeguata, aiuta a cambiarla.

Esiste il *venture capital* che però si garantisce del possibile insuccesso sul costo del finanziamento. **Non è il *perfect banking *che sogno**.
