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title: "Intelligenza artificiale in azienda: prima le regole %%sep%% %%sitename%%"
description: "Paola Pomi, CEO di Sinfo One: per implementare l’intelligenza artificiale in azienda servono guardrail, affidabilità e un’organizzazione in ordine."
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date: 2026-10-15
author: Dario Colombo
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categories: [Fabbrica, In evidenza homepage]
tags: [ERP, Intelligenza artificiale, Sinfo One]
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# AI, prima le regole e poi la tecnologia

![Paola Pomi, CEO di Sinfo One, parla al microfono davanti a uno schermo con la slide su JDE e AI](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2026/10/image-1024x668.jpg)

Intelligenza Artificiale (AI)? Sì, ma con cautela (e con metodo). È questa la **visione di Paola Pomi, CEO di Sinfo One**, che da tempo studia – e ragiona – **sull’AI e sulla sua implementazione in azienda**. Per prima cosa l’imprenditrice chiarisce che **la parola “artificiale” non è adeguata per definire questa tecnologia**, perché richiama “artefatto”, cioè fatto a immagine dell’uomo, mentre l’AI non imita gli esseri umani, ma fa qualcosa di diverso.

Meglio – è la sua tesi – etichettarla come **“intelligenza aliena”**, ma non nel senso fantascientifico del termine, quanto in quello di “diversa da me”. **È un’intelligenza che raccoglie la storia** che abbiamo riversato nei sistemi e nella Rete, ed è capace di **trovare schemi che le persone non vedono** e li proietta in avanti. Da qui l’idea che **l’AI non è un oracolo, ma “un osservatorio”** che permette di individuare la soluzione più probabile. E quindi è bene ricordare che un’alta probabilità non equivale a una certezza.

## Usare l’AI solo dove serve per davvero

Dal fatto che **l’AI sia probabilistica e non deterministica** discende la prima regola: serve l’intervento professionale delle persone, che devono **mettere “i guardrail” alla tecnologia**. Pomi ricorda l’immagine che aveva già usato per definire l’AI: **un bambino di sei anni in una cristalleria**. Facile immaginare che cosa possa succedere…

La seconda regola proposta dalla CEO di Sinfo One è **trattare l’AI come ogni altra infrastruttura critica**. Se un’azienda non riesce ad accedere al proprio gestionale è un problema; se affida agli agenti di AI task e processi, deve pretendere la stessa alta affidabilità. **Serve allora tracciare le attività** per non lasciare alla tecnologia troppo margine di discrezionalità.

Il messaggio più diretto riguarda le organizzazioni. **L’AI, dice Pomi, non è la panacea di tutti i mali**: se un’azienda ha un’organizzazione farraginosa, dati ridondanti e informazioni discordanti, e sopra si mette l’AI, **il risultato è velocizzare la velocità con cui finire ‘contro il muro’**. E se c’è qualcosa da sistemare nell’organizzazione, allora “forse si è sbagliata tecnologia”.

Vale anche la **distinzione tra automazione e AI**: se un processo è deterministico, non va affidato all’AI. Meglio scrivere un programma deterministico (magari facendolo scrivere pure all’AI) e usare la tecnologia solo dove serve. Pomi aggiunge il consiglio di **usarla “quando serve e dove serve”**, anche perché non conviene economicamente: **essere troppo dipendenti dall’AI significa prepararsi a pagarla** molto di più di adesso. Quanto all’idea di attendere che il mercato si assesti, per Pomi l’attesa sarà lunga: **i modelli oggi presenti sono oltre 2 milioni** e alcuni sono già stati lanciati e ritirati…

## Le imperfezioni rendono uniche le aziende

C’è poi il **rischio di omologazione**, tendenza che caratterizza i risultati dell’AI. La CEO di Sinfo One propone un esempio che interessa ogni imprenditore: **l’AI non ama le imperfezioni**. Cita, a supporto della sua tesi, una immagine che tempo fa era diventata virale, cioè quella dell’attrice **Alba Flores – è Nairobi de *La casa di carta* – ritoccata con l’AI**: tolta l’imperfezione, si perde l’identità del personaggio, tanto che anche gli appassionati della serie hanno faticato a riconoscerla.

Lo stesso vale per le aziende. Se **processi, organizzazione, brand e prodotto sono dati all’AI** chiedendo un risultato ottimizzato, la risposta probabilistica tende a mettere tutti al centro della curva di Gauss, dove le **peculiarità sono abbattute e si ottiene un risultato medio**, quindi indistinguibile. Ma non sempre un’anomalia è un errore: per esempio, **nel vino sono proprio certi difetti a rendere il prodotto riconoscibile**. Così le anomalie rendono unica un’impresa.

**La cautela proposta non è però rifiuto**. L’AI, ricorda Pomi, **democratizza l’accesso alle competenze tecniche**: chi non ha certe skill, le può delegare alla tecnologia. Significa però che ci sono **competenze che sono destinate a perdersi**, ma questo vuol dire **liberare spazi con imprenditorialità** e con quelle soft skill che per mancanza di tempo non si riusciva a sviluppare e che contribuiscono a creare il valore aziendale. Per le piccole e medie imprese, significa anche **catene di processi più brevi e maggiore capacità di adattarsi al mercato**. Il cambiamento in corso, è il ragionamento dell’imprenditrice richiamando la missione dell’Apollo 13 – in cui dopo un lancio apparentemente riuscito l’equipaggio dovette affrontare problemi imprevisti – mette alla prova le aziende. **L’AI aiuta a ‘vedere di più’**, ma poi saremo noi umani a decidere cosa fare.

Quanto all’ERP di Oracle, Pomi inquadra la nuova trasformazione in atto degli agenti non come necessità, ma **occasione per avanzare rimanendo se stessi**: “Faccio mio il motto ‘Modernization without disruption’ proposto da Oracle perché **siamo davanti a un nuovo Rinascimento** di JD Edwards, che è sempre stato la base su cui abbiamo costruito i tasselli importanti dell’azienda”, dice l’imprenditrice. “L’AI non farà che rendere ancora una volta questi tasselli centrali con un approccio nuovo, ma **senza *disruption***”.
