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title: "L&#8217;economia sostenibile alla prova della permacrisi"
description: Gli anglosassoni, e gli statunitensi in particolare, amano gli acronimi evocativi. Uno molto pertinente all’attuale scenario internazionale è Vuca, che sta per volatility (volatilità), uncertainty (incertezza), complexity (complessità) e ambiguity (ambiguità).
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date: 2024-04-05
author: Nicola Costantino
url: https://www.paroledimanagement.it/fabbrica/leconomia-sostenibile-alla-prova-della-permacrisi/
categories: [Fabbrica]
tags: [Industria 5.0, Intelligenza artificiale, Sostenibilità, Incertezza, Fabbrica Futuro]
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# L&#8217;economia sostenibile alla prova della permacrisi

![L&#8217;economia sostenibile alla prova della permacrisi](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2024/04/Scenari-FF-1.jpg)

Gli anglosassoni, e gli statunitensi in particolare, amano gli acronimi evocativi.** Uno molto pertinente all’attuale scenario internazionale è Vuca**, che sta per *volatility* (volatilità), *uncertainty* (incertezza), *complexity *(complessità) e *ambiguity *(ambiguità). Secondo la rubrica Bartleby di *The Economist* del 6 gennaio 2024,** questo acronimo rappresenta le caratteristiche di *permacrisis*** che connotano l’attuale fase di Quarta Rivoluzione industriale (per la quale egli conia l’improbabile neologismo *permavucalution*), destinata a svilupparsi in** due fondamentali macro-ambiti con cui deve confrontarsi anche l’Industria 5.0**: l’Intelligenza Artificiale (AI) e il cambiamento climatico, in un contesto reso tanto più difficoltoso quanto maggiore è la scarsità di ‘talenti’, cioè di manager in grado di “vedere opportunità dove altri non vedono altro che enormi pericoli”.

Letteralmente, *permacrisis* sta per “crisi permanente”, da intendersi però non in senso necessariamente negativo, bensì come **periodo esteso di instabilità e insicurezza**, foriero quindi di evoluzioni potenzialmente anche positive, per quanto al momento imprevedibili. Non è un caso che il dizionario americano** *Collins* l’abbia designata come ‘parola dell’anno’ del 2022, e certamente il 2023**, che ha visto aggiungersi la guerra di Gaza e poi i problemi di navigabilità del Mar Rosso, ha confermato la centralità del problema.

## Intelligenza Artificiale e occupazione

L’AI è oggi al centro di notevolissimi interessi, conseguenti agli **enormi investimenti di cui è fatta oggetto, soprattutto negli Usa e in Cina.** Essi portano spesso a presentarla come un fenomeno che non è affatto nuovo, piuttosto che (e sarebbe più corretto) **come la più recente espressione di quella “delega tecnologica”** (per citare la felice espressione coniata già oltre 20 anni fa da Gianfranco Dioguardi) che ha visto, e vede tuttora grazie all’informatica, sempre più compiti trasferiti dall’uomo alla macchina (sia materiali, con i robot nel manifatturiero, sia immateriali, come con l’*home banking*).

L’impatto di tutto ciò sull’occupazione è da tempo oggetto di ampi dibattiti e approfondite analisi. **Uno studio di due ricercatori di Oxford,** Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, pubblicato nel 2013 e molto citato in letteratura, **stimava la probabilità di sostituzione artificiale** nei successivi 10-20 anni per le 702 attività lavorative considerate dal Census (l’equivalente statunitense della nostra Istat), valutando che il **47% dei posti di lavoro Usa fosse a rischio di sostituzione.**

Successivi studi hanno ridimensionato un po’ questi valori, con stime che, comunque,** non sembrano scendere mai sotto il 20% circa.** Eppure, almeno per il momento, i dati sull’occupazione contraddicono queste previsio**ni: nei Paesi del G7 siamo passati da tassi di disoccupazione oscillanti intorno al 6-7%** nel ventennio a cavallo del 2000, agli attuali livelli, attorno al 4%. Come mai?

Già nel 1987, l’economista premio Nobel Robert Solow aveva rilevato il paradosso affermando: **“si può vedere l’era dei computer dappertutto, tranne che nelle statistiche di produttività**”. Ed effettivamente la situazione è estremamente diversificata: se è vero che in molti ambiti produttivi la ‘robotizzazione’ (materiale e immateriale) continua a ridurre l’apporto umano, vedendo aumentare quindi la produttività dei lavoratori non espulsi, **la Gig economy moltiplica le occasioni di ‘lavoretti**’, come per i *rider *e i *dog-sitter*, spesso part-time (all’aumento dell’occupazione non corrisponde infatti un pari aumento delle ore lavorate) e sempre, o quasi, sotto retribuiti, e quindi a basso valore aggiunto e bassa produttività.

Gli ultimi sviluppi dell’AI propriamente detta sembrano** mettere a rischio soprattutto le attività che apparivano meno suscettibili di automazione**, come l’informazione e l’intrattenimento. In un’indagine del febbraio 2024 del Census statunitense, alla domanda se avessero fatto ricorso all’AI almeno una volta nelle ultime due settimane, hanno risposto affermativamente il **18% delle imprese operanti nel settore dell’informazione**, il 13% di quelle dei servizi professionali, ma meno del 3% di quelle del manifatturiero. E dobbiamo ancora verificare se (e quando) le previsioni più apocalittiche, o comunque rivoluzionarie, si realizzeranno, al di là delle più che legittime **preoccupazioni sulla produzione di immagini e audio** falsi a scopo disinformativo o addirittura criminale.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di Marzo 2024 di *Sistemi&Impresa*.

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