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title: Se l’inflazione da domanda si unisce a quella da costi serve agire sul cuneo fiscale per evitare la recessione
description: La lettura del rapporto Unioncamere Lombardia sull’andamento della produzione industriale nel primo trimestre 2022 segnala significative differenze rispetto allo stesso periodo riferito al 2021, che, almeno a livello qualitativo, possono essere ritenute espressione di una più ampia tendenza nazional...
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date: 2022-07-08
author: Nicola Costantino
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categories: [Fabbrica]
tags: [Fabbrica Futuro, "inflazione|Jamie Dimon|Nicola Costantino|Unioncamere Lombardia"]
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# Se l’inflazione da domanda si unisce a quella da costi serve agire sul cuneo fiscale per evitare la recessione

![Se l’inflazione da domanda si unisce a quella da costi serve agire sul cuneo fiscale per evitare la recessione](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2022/07/Inflazione-min-1-scaled-1-1024x614.jpg)

La lettura del rapporto **Unioncamere Lombardia sull’andamento della produzione industriale nel primo trimestre 2022 segnala significative differenze rispetto allo stesso periodo riferito al 2021,** che, almeno a livello qualitativo, possono essere ritenute espressione di una più ampia tendenza nazionale, caratterizzata da fenomeni contrastanti. Da un lato, **si registrano sensibili aumenti dei volumi di produzione**, cresciuti complessivamente del 10,7%, con valori settoriali che vanno da un +3,4% per i Trasporti e un +5,9% per il Chimico al +27,6% dell’Abbigliamento e al +29% delle Pelli-Calzature. **Sono quasi doppi, invece, gli incrementi del fatturato:** complessivamente +19,1%, con massimi del +33,7% nel Tessile e del +32% per l’Abbigliamento e minimi che si attestano ‘solo’ al +8,6% dei Trasporti. Le differenze tra i due aumenti sono naturalmente da imputarsi alla revisione verso l’alto dei listini, il che ci porta all’altro lato della medaglia: quello dell’inflazione, che rischia di minare – e comunque indebolisce – il positivo recupero della produzione.

La notevole ripresa della domanda, infatti, conseguente al progressivo superamento della contingenza del covid-19, comporta (o meglio: comporterebbe, a parità di altre condizioni) **un fisiologico aumento dei prezzi di vendita, di per sé contenuto,** che incontra quella dell’offerta a livelli di prezzo più elevati, ma comunque all’interno del range delle capacità produttive preesistenti. Purtroppo, però, a questa ‘classica’ inflazione da domanda che, di per sé, sarebbe rimasta entro ambiti dimensionali e temporali limitati, man mano che le potenzialità produttive preesistenti vengono recuperate e riportate a regime, **si è sommata una notevole inflazione da costi, legata ai prezzi delle materie prime,** i cui segnali erano già presenti da mesi, ma che è esplosa – soprattutto per quanto riguarda le fonti energetiche – con il conflitto fra Russia e Ucraina.

Mentre il primo fenomeno provoca un aumento sia dei volumi di produzione sia dei prezzi**, il secondo vede aumentare i prezzi e diminuire la produzione.**

## Inflazione e recessione: il rischio della stagflazione

Al momento, le stime della Comunità europea e dei principali analisti **valutano l’inflazione da domanda ancora prevalente rispetto a quella da costi:** il Pil aumenta, ma le stime di crescita sono sensibilmente ridimensionate. È evidente, però, che, mentre le dinamiche del primo fenomeno possono, almeno in linea di principio, risultare piuttosto prevedibili e, in qualche modo, governabili con interventi di politica monetaria (aumento dei tassi di interesse e riduzione degli interventi di Quantitative easing), **quelle dell’inflazione da costi, a causa delle motivazioni geopolitiche, sono intrinsecamente imprevedibili**.

Si profila, pertanto, il rischio di stagflazione: se il contributo (negativo) dell’aumento dei costi alla variazione dei volumi di produzione supera quello (positivo) dell’aumento della domanda, **si hanno inflazione e recessione insieme. **È un rischio, questo, messo in grande evidenza dalle recenti dichiarazioni del **CEO di J. P. Morgan Chase Bank, Jamie Dimon, che prevede a breve un ‘uragano’ economico**, contraddicendo, o almeno ridimensionando fortemente, le precedenti ottimistiche previsioni del suo stesso istituto. La situazione è ulteriormente complicata dalle probabili dinamiche salariali, cui assisteremo nei prossimi mesi.

Da una parte, infatti, **è prevedibile una generalizzata – anche se differenziata – crescita delle retribuzioni,** a causa dell’aumentata domanda di manodopera e dall’accresciuta esigenza di contrasto alle perdite di potere d’acquisto passate e, soprattutto, attuali. Le raccomandazioni europee di un (assolutamente legittimo ed eticamente inoppugnabile) **recupero ‘automatico’ dell’inflazione, almeno sui livelli retributivi più bassi, vanno in questa direzione**. Purtroppo, però, per una sorta di perversa eterogenesi dei fini, interventi del genere, se non opportunamente calibrati, rischiano di essere sostanzialmente dannosi, o addirittura controproducenti. Ce lo insegna la storia della Scala mobile, strumento economico abolito (in Italia) nel 1992 proprio a causa della sua constatata dannosità, o almeno inutilità.

## Aumentano i salari, ma non il potere d’acquisto

L’aumento delle retribuzioni comporta, infatti, **un immediato e parallelo aumento dei costi di produzione, che innesca un’ulteriore inflazione da costi,** che, però, non essendo ‘importata’ (come quella derivante dagli aumenti di gas e petrolio), è accompagnata da una pari inflazione da domanda. Ovvero, 100 euro in più in busta paga provocano più domanda e meno offerta: la quantità di prodotti realizzati e venduti resta sostanzialmente invariata – come anche il potere d’acquisto dei lavoratori – **e l’unico aumento effettivo è quello dei prezzi, il che significa maggiore inflazione** e, quindi, ulteriori aggravi negli oneri finanziari sostenuti dalle imprese.

Che fare dunque? L’unica maniera per conciliare **l’improcrastinabile esigenza di adeguare, almeno parzialmente, le retribuzioni all’aumento del costo della vita**, con la necessità di non innescare una dannosa spirale inflazionistica, è **intervenire sul cosiddetto cuneo fiscale**, in modo da rendere le buste paghe più pesanti a parità del costo di lavoro. Anche questo non sarà indolore: in economia non esistono *free lunch*. Il Governo non può finanziare in deficit il taglio del cuneo fiscale: già ora lo spread ha raggiunto livelli preoccupanti e il macigno del nostro debito pubblico si fa sempre più pesante all’aumentare dei tassi.

Sarà, quindi, necessario intervenire su altri capitoli: **taglio delle spese improduttive** (come per esempio quelle legate alla Difesa), **dell’evasione fiscale e della tassazione delle rendite**. Ci riuscirà un Governo già dilaniato dall’eterna campagna elettorale? Imprese e lavoratori che oggi, con l’aumento della produzione, hanno rimesso in moto il Paese, non possono più aspettare.

L’articolo è pubblicato sul numero di Giugno 2022 di *Sistemi&Impresa*.

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