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title: La formazione passa dalla conoscenza della cultura aziendale
description: "Per l'impresa è necessario accogliere e valorizzare le energie attivate dalla formazione, tasmettendo ai trainer la propria cultura aziendale."
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date: 2019-12-20
modified: 2025-09-09
author: Francesco Varanini
url: https://www.paroledimanagement.it/formazione-e-sviluppo/la-formazione-passa-dalla-conoscenza-della-cultura-aziendale/
categories: [Risorse Umane, Formazione e sviluppo]
tags: [cultura aziendale, formazione, trainer, Learning experience designer]
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# La formazione passa dalla conoscenza della cultura aziendale

![formazione_aziendale.jpg](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2019/12/formazione_aziendale.jpg)

"Perché si fa formazione? Per confermare o per trasgredire l’esistente? Si agisce per **formare un mondo nuovo o per conformare quello esistente** ai regimi di verità riconosciuti?”, si domandano Emanuela Fellin e Ugo Morelli, autori di un articolo pubblicato sul numero di Novembre 2019 della rivista *Persone&Conoscenze*. Una formazione che si limiti a rassicurare e **confermare lo stato delle cose non serve a nessuno**.

Il cambiamento, i possibili –necessari– miglioramenti organizzativi e, soprattutto, i migliori risultati di business nascono dal **prender coscienza della distanza tra ciò che si fa e ciò che si potrebbe **fare, tra il come siamo e il come potremmo essere.

Questa distanza è, in fondo, **la misura dell’energia aggiuntiva che le persone si dichiarano disposte a utilizzare**. La formazione, affermano ancora Fellin e Morelli, “è tanto più efficace, quanto più alimenta l’immaginazione”: “La formazione, quando riesce a sostenere apprendimenti efficaci, crea un salto dal possibile all’impossibile”. O meglio: dal possibile all’impossibile e ritorno.

Immaginato l’impossibile è, infatti, possibile renderlo accessibile. **La formazione è speranza di miglioramento**. Accade in ogni azienda che le persone, al ritorno da un’attività formativa, notino la distanza tra ciò che la lezione ha portato a pensare e la situazione attuale dell’organizzazione in cui si lavora.

Spesso il confronto è frustrante. La formazione sprigiona energie. Affinché, però, non generi ulteriore delusione e nuova depressione è necessario che **l’impresa sia in grado di accogliere e valorizzare le energie attivate dalla formazione**. Per questo è necessario un impegno comune.

Il committente saprà che le persone torneranno dal percorso formativo ricche di nuova motivazione, ma anche di nuove aspettative. **I trainer dovranno, pertanto, conoscere la cultura aziendale**, per dosare la loro azione in modo da non generare aspettative troppo elevate.

Purtroppo, l’attenzione per tutto questo sembra scemare. **Più facile è accontentarsi di una formazione magari spettacolare, ma *easy & fast***, che, notano Fellin e Morelli, rischia pericolosamente di restare in superficie. Accade che si creda sempre meno nell’azione trasformatrice e incisiva della formazione. Accade che il docente assecondi troppo passivamente il committente.

Accade che si finisca per **mantenersi su temi e obiettivi generici, slegati dalla cultura aziendale e dalla reale situazione **delle persone e dell’organizzazione. “Le performance sono sempre eccellenti; la qualità è sempre totale; le decisioni sono sempre ottimali e certe; le strategie sono sempre di successo; la leadership è sempre partecipativa e circolante; le persone sono sempre resilienti...”.

### I limiti della pillole formative

Il tempo per la progettazione è sempre più scarso. La giornata di formazione si riduce a poche ore. Di recente, sono stato chiamato a partecipare a un **progetto di formazione erogata sotto forma di ‘pillole’**. Ho avuto modo di osservare come il budget a disposizione sia stato speso in gran parte per pagare una sala di ripresa, uno sceneggiatore e un regista, riducendo il compenso del formatore, ma non è questo il punto.

Il progetto prevedeva che ogni formatore scrivesse quello che avrebbe altrimenti detto in aula; lo script doveva poi essere rivisto dallo sceneggiatore; a valle di questa stesura, **il ruolo del formatore si risolveva nel leggere il testo sul gobbo**, durante la ripresa, fingendo, per quanto possibile, spontaneità.

Il formatore diventa così un locutore, o meglio: un avatar digitale di se stesso. **Accade anche che il trainer stesso preferisca cambiar nome e chiamarsi Learning experience designer**. Una figura derivata da quella dello User experience designer: disegnatore di interfacce di App.

C’è qui una pretesa politicamente pericolosa: disegnare in anticipo, cioè subordinare a regole previamente definite, il modo in cui gli esseri umani, i cittadini, i lavoratori, possono fare esperienza. Cito ancora un passaggio dell'articolo di Fellin e Morelli: “La formazione che è andata di moda, da un certo momento in poi, è stata quella che ha promesso –e tuttora promette– **soluzioni automatiche a problemi complessi**, con proposte deterministiche e normative”.

Certo, vediamo segni che portano a pensare che si preferisca oggi coltivare illusioni passeggere. Ma Fellin e Morelli nel loro articolo ci invitano a continuare a credere nella formazione che interroga e richiede impegno. D'altra parte **non ci sono scorciatoie tecnologiche o surrogati **che possano sostituire Socrate in aula. E poi è importante **la compresenza personale, fisica, non solo virtuale**, perché la memoria del corpo aiuta il pensiero.
