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title: Questione di fiducia
description: L’economia comportamentale è basata su un approccio individualista. Eppure l’essere umano vive di relazioni, immaginazione e significati
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date: 2022-05-31
modified: 2025-09-09
author: Ugo Morelli
url: https://www.paroledimanagement.it/formazione/questione-di-fiducia/
categories: [Risorse Umane, Formazione]
tags: [psicologia, economia comportamentale, fiducia, manager, HR]
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# Questione di fiducia

![Fiducia](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2022/05/Fiducia-min-1024x682.jpg)

Per quanto possa apparire innovativa **la prospettiva dell’economia comportamentale**, soprattutto se paragonata al modello dell’Homo oeconomicus rationalis della teoria economica neoclassica, e nonostante la sua disposizione a mutuare dalla psicologia supporti al proprio paradigma, **essa rimane basata su un approccio individualista.** Del resto, si sa che nelle poche esperienze di interdisciplinarità vige la tendenza a privilegiare le prospettive più compatibili e meno compromettenti per salvaguardare lo statuto di una disciplina.

Così l’economia comportamentale, **che certamente non gode di grandi apprezzamenti nel mainstream dominante degli economisti**, seppur riceve riconoscimenti a livello di premio Nobel, come è accaduto da ultimo a Richard Thaler, quando deve adottare i supporti delle scienze cognitive e della psicologia per cercare di far fronte a propri problemi paradigmatici lo fa privilegiando il comportamentismo individualista e l’approccio *computable*. Succede così che finisce per proporsi come una innovazione organizzativa, nella gestione dei rapporti di lavoro e delle motivazioni di chi opera, l’intervento sui singoli lavoratori, **basato su forme paternalistiche, accompagnate da invocazioni moralistiche e da “spinte gentili” che spesso fanno leva su richieste di complicità**, su ritocchi remunerativi e su forme più o meno velate di subordinazione psicologica o di allusioni e accenni ben celati di minacce.

In tempi di precarietà, non solo per chi ha contratti a tempo, ma anche per chi ha un cosiddetto “lavoro stabile”, **ma vive l’incertezza di avvisi notturni di licenziamento via WhatsApp, non è difficile comprendere su quali dinamiche relazionali si fondino simili pratiche**. La spinta gentile (*nudge theory*) propone che sostegni positivi e suggerimenti o aiuti indiretti possano influenzare i motivi e gli incentivi che stanno alla base delle decisioni degli individui, almeno con la stessa efficacia di prescrizioni, istruzioni e coercizioni dirette.

L’azione è sull’individuo che – riprendendo un classico esempio utilizzato per parlare di spinta gentile – essendo maschio urinerà senza sporcare se sarà aiutato da un adesivo raffigurante una mosca, da posizionare al centro dell’orinatoio. Ancora una volta siamo di fronte **a un modello di analisi basato sul maschio, medio, occidentale che gioca a carte da solo e agisce individualisticamente di fronte ai fenomeni del mondo**. Rientra dalla finestra quello che si cercava di cacciare dalla porta, o forse era sempre stato lì.

## Agiamo rispetto a un fenomeno perché gli attribuiamo significato

Ma il lavoro e la sua esperienza che cosa sono per noi esseri umani? In tempi di trasformazione profonda delle forme di lavoro, **si può partire dagli aspetti elementari di quello che è un dato originario interno della vita e dell’esperienza di una persona?** Siamo esseri intersoggettivi e nell’intersoggettività ci individuiamo, componiamo e ricomponiamo noi stessi. Viviamo di immaginazione, di senso e di significati. È perché **attribuiamo significato a un’esperienza e a un fenomeno che lo conosciamo e agiamo di conseguenza.** Non viviamo solo di pane, ma anche di rose. A distinguerci non è l’agire immediato e pratico, ma il comportamento simbolico che compone ogni nostra scelta e azione.

Il nostro rapporto con i compiti è un rapporto creativo e **non stiamo bene quando non possiamo metterci del nostro nel fare quello che facciamo,** o quando non possiamo vivere il riconoscimento del ben fatto. Siamo predisposti per comporre e ricomporre in modi almeno in parte originali i repertori disponibili e nella routine facciamo di tutto per metterci del nostro. **Ci motiva la giustizia sociale, la quale genera fiducia e affidabilità, quindi coinvolgimento e impegno.**

Il lavoro è relazione intorno a un compito, **da cui scaturiscono motivazione, senso e significato.** La stessa tecnica è strettamente antropologica e veicolo di riconoscimento e di valore. **La produttività e la qualità delle prestazioni lavorative sono connesse alla qualità relazionale nella vita organizzativa**. Perché i datori di lavoro, i capi e chiunque abbia ruoli di responsabilità nelle situazioni lavorative non vedono quante possibilità di motivazione, di coinvolgimento, di produttività, di climi organizzativi favorevoli e di qualità dei risultati vi siano in questo nostro modo di essere come umani? Perché ricorrono agli armamentari di una cattiva psicologia, o spontaneamente o sostenuti **da azioni consulenziali e formative di stampo illusorio e prescrittivo, sempre quelle ‘del secolo’, proposte in lingua inglese**, che ormai formano un vero e proprio dizionario o un’enciclopedia di ferrivecchi che spesso durano meno di una stagione?

Per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice ed è sbagliata. Può darsi che gli approcci e gli strumenti prevalenti siano tali da apparire facili e risolutivi con poco impegno e, soprattutto, **senza coinvolgere in un processo di cambiamento chi si propone di trasformare e motivare gli altri.** Sarebbe di particolare importanza analizzare i costi di quei modi di agire e di quelle scelte. **Il modello individualista e liberista è penetrato nei gangli più intimi della vita lavorativa ed è diventato ideologia dominante**. “Non riuscirai a capire le tesi di base della tua civiltà, se la tua civiltà è l’unica che conosci”, ha scritto il filosofo Alan Watts.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di Aprile-Maggio 2022 di *Persone&Conoscenze*.

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