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title: Comunicare (in azienda) senza capirsi
description: "In azienda può verificarsi il disallineamento tra le persone in termini di linguaggio e atteggiamento: come risolvere la questione?"
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date: 2024-09-30
modified: 2025-09-09
author: Pippo Sorrentino
url: https://www.paroledimanagement.it/gestione-delle-diversita/comunicare-in-azienda-senza-capirsi/
categories: [Risorse Umane, Gestione delle diversità]
tags: [emoji, linguaggio azienda, comunicazione azienda]
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# Comunicare (in azienda) senza capirsi

![Emoji_comunicazione_azienda](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2024/09/Emoji_comunicazione_azienda-1024x683.jpg)

Le emoji: forse lo **strumento di comunicazione più universalmente riconosciuto** e univocamente interpretato dell’era moderna. E se vi dicessi che no, non è così, vi stupirei? Perspectus Global, un’agenzia indipendente di ricerca internazionale, ha coinvolto un **campione di 2mila giovani tra i 16 e i 29 anni in uno studio** che ha messo in evidenza come l’uso di una semplice emoji – in questo caso si trattava del ‘pollice alto’ – identifichi un atteggiamento passivo-aggressivo in chi la usa; spesso, infatti, il **pollice alto è usato dalla Generazione Z, al termine di una frase, per concludere con decisione marcata una discussione**. Senza dubbio un’interpretazione lontana, e parecchio, da quella che, persone con qualche anno in più, ne hanno dato e continuano a darne.

Il focus non vuole essere la emoji nello specifico, quanto piuttosto il farne un pretesto coerente per riflettere su una tematica estremamente attuale e dibattuta (lo spero vivamente) nelle aziende: **l’allineamento tra le persone in termini di linguaggio e atteggiamento**. La mia esperienza di imprenditore, prima, e di facilitatore e formatore oggi mi offre quotidianamente la possibilità di osservare, ascoltare e vedere quanto **endemico e ampio sia il disallineamento tra le persone**.

Sia chiaro, non parlo assolutamente di distanze date da competenze ed esperienza professionale, quanto piuttosto **dall’inconsapevole uso del proprio linguaggio, sia esso verbale, paraverbale, non verbale o scritto**. La comunanza di linguaggio e la mutua comprensione sono aspetti della comunicazione umana dati, nella maggior parte delle occasioni, come scontati e automaticamente garantiti dal solo fatto che si parli la stessa lingua; così non è, mai.

## Assicurarsi che il codice sia trasparente e comprensibile

Già nel lontano 1949, una coppia di matematici statunitensi, **Claude Shannon e Warren Weaver, elaborarono un modello (il modello Shannon e Weaver)** che descrive, in modo strutturato e completo, il percorso che un’informazione, di qualsiasi tipo essa sia, compie tra chi la trasmette e chi la riceve. All’interno di questo modello sono, a mio modo di pensare, tre le variabili che oggi devono, imprescindibilmente, essere tenute in considerazione per **costruire un livello adeguato di comprensione e trasparenza** nel processo di relazione tra persone: la **codifica-decodifica**, il **canale comunicativo utilizzato** e il **rumore**.

**Ognuno di noi possiede inconsciamente un ‘codice’ personale** che applica alle informazioni che desidera trasmettere prima che queste siano avviate al destinatario, attraverso uno specifico canale; lo stesso accade a **chi riceve il segnale, a cui applica il proprio ‘codice’**, attraverso cui decodificherà il messaggio che finalmente verrà ricevuto. Si tratta di **due codici, potenzialmente, molto diversi tra loro**, in grado di trasformare la natura stessa dell’informazione originaria in qualcosa di molto differente. **I codici sono il risultato della somma delle nostre esperienze di vita**, professionali, delle nostre competenze acquisite e delle nostre abitudini quotidiane che ci portano, necessariamente, a dare per scontato tanto che per qualcuno potrebbe non esserlo.

Un altro grande protagonista è il **canale che decidiamo di utilizzare per trasmettere la nostra informazione**. In base al canale scelto (la semplice scrittura, le email, un audio, un video o anche solo una semplice immagine), **l’informazione codificata può giungere in maniera diversa al ricevente**: si pensi a quanto è più facile, oggi, imparare a preparare un buon risotto guardando un video su YouTube, piuttosto che leggendo un classico libro di cucina.

La terza variabile è rappresentata dal **rumore che si insinua inatteso e incontrollabile nel nostro flusso comunicativo**. Il rumore può essere esogeno (per esempio un’interferenza in un messaggio audio che ne rende di difficile comprensione il contenuto), ma, soprattutto, endogeno: **un linguaggio troppo tecnico** in rapporto alle competenze del nostro interlocutore, **la scelta di un contesto sbagliato in cui rendere la nostra informazione**, ma, anche l’organizzazione visiva e scritta poco chiara delle informazioni (tutti riceviamo quelle belle email lunghe decine di righe, senza il corretto uso della punteggiatura, senza spazi di interlinea e con frasi senza fine).

È fondamentale **pensare a una strategia personale di affinamento della nostra comunicazione** che abbia come obiettivo ridurre al massimo il rumore, ottimizzare la scelta del canale comunicativo (ogni informazione ha una canale di elezione) e soprattutto essere sempre **certi che il nostro codice sia trasparente e comprensibile al nostro interlocutore** che non deve, necessariamente, farlo suo, ma sicuramente comprenderne le specifiche.

## Creare un ecosistema per fare le giuste domande

L’analisi proposta vale, una volta in più, quando a interagire sono generazioni distanti per età o formazione; in questo caso, spesso, accade che anche** solo un semplice atteggiamento posturale o un’espressione del viso sia interpretata erroneamente**. Spesso, in questo caso, il bias da ruolo impedisce letteralmente a persone, per esempio, con profili più junior di fare quanto necessario per comprendere appieno il senso di quello che ascoltano.

Si corre un **grande rischio nel non impegnarsi, tutti e insieme, a creare un ecosistema** di equità, equilibrio e trasparenza comunicativa: perdersi o sottovalutare la creatività, la potenzialità innovativa, le idee e i pensieri di quelli che amo chiamare “*lonely guys*”. Persone che, di fronte alla resistenza creata dalle variabili che abbiamo citato, **decidono di rimanere, nella migliore delle ipotesi, in una condizione di ascolto passivo** non permettendo al tanto di buono che hanno di emergere come dovrebbe.

La soluzione, la chiave inglese, la spada laser che aiuta in tutto questo è lì, alla portata di tutti noi: **fare domande, per qualsiasi motivo, in qualsiasi contesto e qualsiasi sia il ruolo in cui ci si trova**. Dobbiamo tornare un po’ bambini quando nulla ci fermava dal fare domande a raffica, con il solo intento di scoprire e imparare. Allo stesso tempo diventa **fondamentale creare un ecosistema umano, nelle aziende**, in cui fare domande sia riconosciuto come di valore, per tutti; anche le più banali (spesso solo presunte tali), anche le solite ascoltate mille volte, tutte quelle che servono a quella persona, in quel contesto, in quel momento. Non vorrete per caso rischiare di perdervi una grande occasione per colpa di un… pollice alzato male!?
