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title: Influencer e smart worker di tutto il mondo, unitevi
description: Anche gli influencer vogliono un sindacato. Dopo i rider, nuove professioni come smart worker e star dei social cercano rappresentanza
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date: 2021-05-06
modified: 2025-09-09
author: Sara Polotti
url: https://www.paroledimanagement.it/lambiente-di-lavoro/influencer-e-smart-worker-di-tutto-il-mondo-unitevi/
categories: [Ambiente di lavoro, Organizzazione]
tags: [Smart working, Sindacati, rider, smart worker, influencer]
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# Influencer e smart worker di tutto il mondo, unitevi

![Influencer e smart worker di tutto il mondo, unitevi](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2021/05/influencer_sindacato.jpg)

Il nome Mafalda De Simone può non dire nulla. Tiriamo in ballo, invece, Chiara Ferragni, Giulia De Lellis, Gianluca Vacchi, Paola Turani o Mariano Di Vaio: la storia cambia e l’argomento è presto svelato. Stiamo parlando degli **influencer**. Che, a quanto pare, **vorrebbero un sindacato**. O almeno lo vorrebbe Mafalda De Simone, che raccogliendo il pensiero di molti suoi colleghi con più o meno follower (lei ne ha 177mila, Ferragni e Vacchi superano i 20milioni) ha proposto di recente la creazione di un sindacato degli influencer italiani, allo scopo di **coprire il vuoto contrattuale tra le aziende e i vip dei social**.

Dalla rivoluzione industriale inglese, periodo in cui nacquero le prime associazioni di lavoratori, la situazione è insomma parecchio cambiata. Oggi **a chiedere rappresentanza e contrattazioni standardizzate** non sono operai e minatori, ma **influencer, rider e smart worker**, lavoratori di [Amazon](https://www.paroledimanagement.it/amazon-e-il-sindacato-che-non-sha-da-fare/) (sono di inizio maggio le prime elezioni delle Rsu nello stabilimento del colosso di ecommerce a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, nelle quali ha vinto la Cgil, davanti a Ugl, Cisl e Uil) e capitale umano di [Google](https://www.paroledimanagement.it/google-e-i-compagni-della-silicon-valley/) (che ha il suo primo sindacato da gennaio 2021, l’Alphabet workers union).

## Il sindacato degli influencer esiste già nel mondo

Intendere gli influencer come lavoratori fa ancora sorridere (o indignare, a seconda del punto di vista) molte persone, ma pubblicizzare brand e prodotti sui social è ormai un’attività a tempo pieno per molti. E ogni lavoro ha in sé dignità. In questo caso si pensi che, secondo una stima di Business Insider (dati di Mediakix), **entro il 2022 l’industria-influencer** è destinata a raggiungere quota **15 miliardi di dollari**, globalmente.

Il problema è, appunto, **l’assenza di regole riguardanti la contrattazione delle partnership sponsorizzate**, degli scambi ‘prodotti-post’ e del coinvolgimento degli influencer in quanto creatori freelance. La pubblicità, oggigiorno, passa infatti sempre più spesso per la strada degli articoli sponsorizzati su Instagram, Facebook e TikTok; ma se i classici advertising su carta stampata e mezzi di comunicazione audio e video sono regolamentati e assicurati, **gli influencer paiono sentirsi scoperti e vulnerabili**. Soprattutto quelli più piccoli: in tutto il mondo le ‘star’ Instagram con meno follower stanno denunciando **disparità di trattamento**, mancanza di rappresentazione nelle campagne commissionate dalle aziende (per quanto riguarda la diversity) e **assenza totale di contratti e accordi**, in certi casi.

Non sono dunque solo gli influencer italiani a chiedere contratti e regole. **Nel Regno Unito un sindacato già esiste** (*The creator union*, nato nel 2020 per volere di Nicole Ocran con l’intento di ottenere pagamenti equi, inclusione e istruzione di settore), mentre **negli Usa gli influencer si stanno organizzando** attorno all’*American influencer council*, un’associazione no profit di categoria voluta da Qianna Smith Bruneteau a giugno 2020.

## Rider e smart worker chiedono maggiori tutele

Diverso, ma non troppo, il discorso che riguarda **rider e smart worker**, che conferma la tendenza delle nuove professioni a volersi raggruppare in sindacati. Di un paio di mesi fa è la (bella) notizia dell’**accordo di Cgil, Cisl, Uil e Assodelivery** sottoscritto alla presenza del Ministro del Lavoro. Si chiama Protocollo quadro sperimentale per la legalità contro il caporalato, l’intermediazione illecita e lo sfruttamento lavorativo nel settore del food delivery ed è stato raggiunto grazie agli sforzi di **Assodelivery**, la prima e unica associazione che tutela i diritti dei lavoratori dell’industria del food delivery, a cui aderiscono **Deliveroo, Glovo, Just Eat, SocialFood e Uber Eats**. Se n’è parlato anche in [una puntata di PdM Talk](https://www.paroledimanagement.it/gig-economy-laccordo-siglato-da-just-eat-da-piu-dignita-al-lavoro/), il talk show del nostro quotidiano.

Gli **smart worker**, dal canto loro, si stanno cominciando a muovere. Dalla loro parte per ora hanno qualche accordo (come [quello siglato il 25 febbraio 2021 tra Cifa e Confsal](https://www.paroledimanagement.it/lo-smart-working-post-pandemia-nellaccordo-cifa-confsal/)), ma non un vero e proprio sindacato. O, almeno, non lo avevano. Ora ne hanno addirittura due: negli ultimi mesi sono infatti nati **Smart worker union** e **Smart but strong** (il cui tesseramento è gratuito e anonimo). In entrambi i casi la pandemia ha accelerato le cose: se prima il lavoro agile era adottato solo da poche aziende, con il Covid-19 sono moltissime le realtà che hanno potuto sperimentare il lavoro da remoto. Che, tuttavia, è rimasto meramente “da remoto”.

Lo Smart working, infatti, dovrebbe essere altro rispetto al ‘lavoro da casa’ e i due sindacati vogliono puntare il focus sulle **opportunità della digitalizzazione** e della decentralizzazione del lavoro, cercando allo stesso tempo di arrivare a **una solida regolamentazione** che risponda alle reali esigenze dei nuovi lavoratori smart, che in questo momento si trovano sempre più spesso a fare i conti con lo **stress da lavoro ininterrotto**, con il **diritto alla disconnession**e poco riconosciuto e con modalità di lavoro che di smart e flessibile hanno ben poco
