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title: Candy, cronaca di una chiusura annunciata
description: "La chiusura (annunciata) delle fabbriche Candy, che pagano il non aver pensato a un'alternativa da parte della classe dirigente."
featured_image: https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2025/01/Candy_chiusura_fabbrica-1024x682.jpg
date: 2025-01-21
modified: 2025-01-22
author: Giorgio Merli
url: https://www.paroledimanagement.it/scenari-macroeconomici/candy-cronaca-di-una-chiusura-annunciata/
categories: [Scenari macroeconomici]
tags: [Candy, crisi manifattura italiana, crisi italia]
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# Candy, cronaca di una chiusura annunciata

![Candy_chiusura_fabbrica](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2025/01/Candy_chiusura_fabbrica-1024x682.jpg)

Dopo Ignis, Zanussi, Zoppas, Merloni, Indesit, Philips, Whirlpool, ecc. (e delle aziende della componentistica per elettrodomestici come Embraco) anche **le fabbriche Candy chiudono**. E quasi tutte sono costate parecchio in termini di cassa integrazione. **Era un futuro ovvio, prevedibile e noto già da almeno 10 anni**. Eppure che cosa è stato fatto? Niente! **La classe dirigente e i Governi sapevano che sarebbe andata a finire così**, ma l'unica risposta è stata quella di cercare di rallentare l'agonia delle fabbriche. L'imprenditoria è rimasta ferma ai paradigmi del boom economico di 50 anni fa, ottenuto proprio con prodotti tipo gli elettrodomestici: l'attività si è limitata a investire per **rallentare l’agonia delle fabbriche**.

L’alternativa sarebbe dovuta essere di **utilizzare quei soldi per impostare qualcos’altro di sostenibile**. Perché si è arrivati a questo punto? Perché non si sapeva dove fare gli investimenti e **si ignorava che cosa sarebbe servito fare di diverso**. Altrimenti non si spiega perché Paesi come la Svezia, a sua volta produttrice di elettrodomestici, continuino ad aumentare il Prodotto interno lordo: hanno ovviamente **capito che in patria vanno mantenute solo le funzioni centrali**, mentre le fabbriche vanno spostate dove più conviene produrre.

## Innovare i modelli di business

Si dice che il motivo del trasferimento delle produzioni dall’Italia in altri luoghi è **l’elevato costo del lavoro**. Eppure da noi è di ‘soli’ 29,4 euro all’ora, mentre **in Svezia è di 39 euro** e così anche negli altri Paesi nordici, il costo è più elevato. Se ne deduce che per quel tipo di prodotti – realizzabili da Paesi a minor costo del lavoro – **non ha più senso avere fabbriche** in Italia: proprio questo risultato si poteva prevedere circa un decennio fa.

Visto che non si realizzano alternative, almeno sarebbe interessante parlarne; ma quando si fanno tentativi in questa direzione, **c’è un limitato interesse**. Per esempio, nel 2009 promossi dei seminari su come innovare i modelli di business: la maggior parte dei circa 1.200 imprenditori di Confindustria rispondeva che il **loro unico problema fosse il costo del lavoro** e “sapevano loro cosa avrebbero fatto con costi inferiori”.

Forse erano convinti di dover **competere con i costi prima del Vietnam o poi della Polonia**, che ha un costo del lavoro che è un terzo di quello italiano… Ma anche ora gli stessi responsabili **non hanno capito a che cosa serve la digitalizzazione** e la usano prevalentemente per cercare di ridurre i costi di produzione. La domanda è chiara: possono sperare di ridurli di ben tre volte? **Ha ragione l’Ocse** che ha tratteggiato l'Italia come un mondo popolato da persone “poco intelligenti” oppure **la versione più corretta è quella del Censis** che ci considera “addormentati”? Mentre rispondiamo, le aziende chiudono, ponendoci di fronte a una inequivocabile realtà.
