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title: Chi dorme non piglia Pil
description: Crisi Italia, perché puntando sulla Manifattura tradizionale non riusciremo a risollevare il Pil (se con con bonus una tantum).
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date: 2024-11-15
author: Giorgio Merli
url: https://www.paroledimanagement.it/scenari-macroeconomici/chi-dorme-non-piglia-pil/
categories: [Scenari macroeconomici]
tags: [manifattura, crisi italia, Pil Italia]
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# Chi dorme non piglia Pil

![Pil_Italia_Crisi](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2024/11/Pil_Italia_Crisi-1024x682.jpg)

Nella nostra** incapacità strategica di cambiare i paradigmi del nostro sistema produttivo**, negli ultimi 30 anni abbiamo sperato (più o meno inconsapevolmente) di tenere in piedi il nostro sistema industriale agganciandoci ad altre economie (specialmente quella tedesca e quella francese). È chiaro (e lo era fin dall’inizio per chi avesse ragionato un po’) che questa è stata una **strategia molto miope, visto che a noi sono rimaste solo le fasi produttive** delle loro catene del valore (per esempio nell’Automotive e nel Fashion). Queste ultime, pero, costituiscono la parte minore del valore pagato dal mercato per tali prodotti e quindi **la nostra economia e il Prodotto interno lordo pro capite si sono impoveriti**.

C’è un altro problema profondo che, purtroppo, coincide con un inconsapevole vanto italiano: **siamo la seconda economia europea nel Manufacturing**. Ora, forse, tutti dovrebbero rendersi conto che **nel nuovo mondo del business ciò che conta è sviluppare e avere servizi innovativi e high tech**, non sistemi produttivi tradizionali. Questi ultimi non devono essere smantellati, ma deve essere chiaro e condiviso il fatto che lo sviluppo avviene ora in altri settori. Prova ne sia che **le economie che in questo momento sono più in crisi nel mondo sono quelle dei leader mondiali del Manufacturing**, cioè Giappone (in crisi profonda) e Germania (il Paese attualmente più in crisi in Europa). E l’Italia? Continuare a basare la nostra economia sul Manufacturing ci ha portato inevitabilmente al **degrado relativo degli ultimi tre decenni**, mentre gli altri Paesi hanno modificato nel frattempo i modelli di business.

Ma allora come si spiega il fatto che in questo momento, dopo la Spagna, **siamo il Paese con la migliore performance di aumento del Pil**? Si tratta in realtà di numeri insignificanti rispetto ai recuperi necessari (bene ricordare che con i lockdown avevamo perso il 10% del Pil e quindi è ovvio che dobbiamo recuperare più della Germania che aveva perso solo il 4%). Ma questa performance è l’occasione per evidenziare un altro dei grossi errori fatti nel passato e che continuiamo a fare. Se **la Spagna sta aumentando il Pil senza un programma di incentivazione**, noi lo abbiamo fatto grazie ai miliardi immessi nel sistema attraverso le **incentivazioni edilizie e ai soldi erogati attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)**: senza questi fondi, l’aumento sarebbe decisamente negativo (sarebbe in linea in linea con l’andamento storico tendenziale che ci ha visto perdere il 30% di Pil rispetto ai Paesi vicini negli ultimi anni).

Dovrebbe essere chiaro a tutti che** immissioni una tantum del tipo superbonus o il Pnrr non generano capacità di Pil strutturalmente sostenibile**, ma solo un aumento negli anni del finanziamento stesso. Si tratta, infatti, di aumenti non ripetibili; anzi **è ovvio aspettarsi una riduzione del Pil una volta terminata la ‘droga’ del finanziamento**. Lo stesso Pnrr dovrebbe contribuire con un aumento del Pil di solo un quinto della cifra spesa (stime della Commissione europea): è la peggiore percentuale attesa rispetto agli altri Paesi. E comunque, anche in questo caso, si tratta, nella quasi totalità, di **aumenti di Pil relativi al periodo di erogazione**, che sono solo in piccola parte perpetuabili.

## Una piramide demografica insostenibile

Per quanto riguarda la nostra consapevolezza a riguardo, su questo aspetto gioca anche la **bassa competenza economica** (o le motivazioni politiche) di chi commenta i fatti economici, e cioè la stampa. Ciò che serve al Paese è l’aumento della capacità di sviluppo del Pil (ripetibile e aumentabile), non un aumento del Pil attuale non ripetibile. Questa ignoranza è particolarmente grave nel momento in cui si deve **decidere dove e come investire per aumentare la capacità competitiva e di sviluppo del Paese**. Su questo aspetto non vedo alcuna proposta seria e intelligente: ci sono solo proposte e richieste sul come rimediare ai problemi esistenti, senza considerare che la priorità dovrebbe essere, invece, di **rimuovere le cause di tali buchi** e di trovare il come attivare nuove capacità di sviluppo.

Non facendo nulla a questo proposito, **costringeremo i nostri nipoti a dover far fronte ai nostri ulteriori ‘pagherò’ (debiti)** che lasciamo loro in eredità. E ciò, purtroppo, solo per coloro che rimarranno a lavorare in Italia nelle condizioni che le ultime due generazioni hanno lasciato loro. Infatti **ben 100mila persone lasciano l’Italia ogni anno per lavorare altrove**. Il perché dell’emorragia delle nostre migliori risorse è costituito dalle **basse retribuzioni che possiamo offrire loro**: queste ultime, a loro volta, sono causate proprio dagli elevati oneri sociali e dai debiti che abbiamo lasciato sulle loro spalle e dai bassi valori aggiunti dei nostri prodotti e servizi che non danno margini per significativi aumenti. Il tutto aggravato da una **continua riduzione della popolazione italiana**, con conseguente aumento percentuale dei pensionati rispetto ai lavoratori.

Il tema della **sostenibilità della piramide demografica è cruciale** per il nostro futuro. Una leva fondamentale è costituita dalla **capacità di gestione economico-sociale dell’immigrazione**. Quest’ultima dovrebbe risultare indispensabile, ma potrebbe a sua volta **tramutarsi in un aumento della povertà e nella riduzione dei salari medi** se gestita come fatto finora (e anche dal come è prospettato da chi ne promuove l’aumento senza un modello economico di integrazione). Aspetti etici a parte, occorre un modello di sviluppo che chiarisca come l’immigrazione possa dare contributi oltre ai costi per assorbirla.

## Attirare nuova forza lavoro

Per esempio, per la Sanità la domanda da farsi è: **quanto il contributo fiscale degli immigrati compenserà i maggiori costi e gli impegni numerici** per la loro tutela sanitaria? E come si concilierà con la necessità di elevare i salari medi, dato che la tipologia di immigrati da noi attirati non consentirà retribuzioni attrattive anche per loro? Siamo pronti ad avere una situazione socio-economica con una **popolazione in media più povera**? Si consideri peraltro che nel mondo i Paesi con maggior disuguaglianza (indice di Gini) sono i Paesi più poveri. Sicuramente **i fenomeni di disuguaglianza devono essere gestiti**, ma è molto più facile farlo in una economia crescente che in una situazione statica o calante.

Tornando al tema degli immigrati, non sarebbe il caso di **pensare a come orientare meglio la loro integrazione**? Per esempio Germania, Svizzera e Svezia hanno aggredito il problema alla fonte, tentando di **conciliare il problema della piramide demografica** con quello della tutela dello sviluppo economico e dei salari medi: integrano solo immigrati di alto livello scolare e specialistico. Siamo in grado di fare qualcosa di simile con i nostri bassi salari poco attraenti anche per loro? Non a caso molti immigrati (quelli che potenzialmente sono i ‘migliori’ per contribuire alla nostra economia) ci vedono come un Paese ‘di passaggio’.

Penso che occorra aprire una **ampia e intelligente discussione a riguardo**, che superi le visioni ideologiche. Altrimenti quel Paese ‘socialmente giusto’ (auspicato dai più), non si realizzerà mai e morirà  anche l’altro, cioè il Paese reale, perché non più sostenibile. Perché non se ne parla? Siamo incoscienti e irresponsabili? **Probabilmente siamo semplicemente “sonnambuli e inerti” come ci ha definito il Censi**s: viviamo cioè l’attuale situazione in modo non reale, ma del tutto virtuale, senza renderci conto di quale sia effettivamente la situazione socio-economica italiana (per questo siamo stati etichettati come “sonnambuli”), e così, molto ‘comodamente’ e senza sensi di colpa, non riteniamo di attivarci per cambiare le cose (da cui la definizione di “inerti”).
