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title: Dazi, quali effetti per il Made in Italy?
description: Quali sono gli effetti dei dazi Usa sui prodotti del Made in Italy? Il Made in Italy può essere un fattore vincente.
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date: 2025-07-29
modified: 2025-09-11
author: Nicola Costantino
url: https://www.paroledimanagement.it/scenari-macroeconomici/dazi-quali-effetti-per-il-made-in-italy/
categories: [Scenari macroeconomici]
tags: [made in Italy, donald trump, dazi]
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# Dazi, quali effetti per il Made in Italy?

![Dazi, quali effetti per il Made in Italy?](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2025/07/image00002_1-scaled-e1753446020543-1024x652-1.jpeg)

Il recente **accordo tra Usa e Unione europea sui dazi** merita un’analisi ampia, che trova un ancoraggio nella teoria economica. Quest’ultima dà spesso per scontato che, come teorizzato da John Stuart Mill, **il soggetto dell’attività economica sia l’*homo oeconomicus***, “un individuo astratto, del cui agire nella complessa realtà sociale si colgono solo le motivazioni economiche, legate alla massimizzazione della ricchezza”. L’*homo oeconomicus*, pertanto, è un individuo che **massimizza il proprio benessere impiegando le sue risorse finanziarie per i beni e servizi che gli risultano più utili**: in tale logica, è il ‘valore d’uso’ (cioè l’utilità percepita dall’acquirente) a influenzare il ‘valore di scambio’ (in definitiva, il prezzo riconosciuto al venditore): **se fa più freddo, il valore d’uso del gas aumenta**, e ciò – attraverso l’incontro di domanda e offerta – ne fa aumentare il prezzo (a parità di altre condizioni).

In realtà, come ha rilevato Daniel Kahneman con i suoi studi di economia cognitiva (che gli hanno valso il premio Nobel**), i comportamenti umani sono meno linearmente razionali** (Herbert Simon, anch’egli premio Nobel, aveva parlato di “razionalità limitata”), ma comunque **orientati a logiche di tentata massimizzazione dell’utilità percepita**, che continuano a mettere in relazione il valore di scambio (cioè il prezzo) con un valore d’uso in qualche modo più o meno ampiamente riconosciuto (anche se in misura soggettivamente differenziata).

Certo, oggi assistiamo a **situazioni in cui l’*homo* appare sempre meno razionalmente *oeconomicus***: si consideri, come esempio limite, ciò che è avvenuto per la quotazione della famosa **banana di Maurizio Cattelan, pagata 6,2 milioni di dollari** dall’imprenditore cinese Justin Sun, che poi, semplicemente, l’ha mangiata; situazioni queste che fanno **dubitare della sussistenza del benché minimo rapporto tra prezzo (oggettivo) e utilità (soggettiva) dell’oggetto transato**. E discorsi analoghi potrebbero essere probabilmente fatti per le criptovalute, dal Bitcoin al $Trump, strumenti speculativi che – contrariamente alle azioni, all’oro o alle valute a corso legale – **non hanno alcun valore se non quello più o meno convenzionalmente** (e provvisoriamente) attribuitogli dai rispettivi investitori.

## Una guerra commerciale geopolitica

Nella ‘normale’ economia globalizzata, **sono i mercati che determinano la formazione dei prezzi** (valori di scambio) per beni e servizi i cui valori d’uso sono universalmente riconosciuti, anche se **in misure soggettivamente articolate** (l’utilità potenziale di un bene non è la stessa per tutti): posso non aver bisogno di una tonnellata di rame o di un’auto elettrica, ma sono consapevole che, avendoli, li potrei scambiare facilmente a condizioni di mercato la cui razionalità è garantita dalla stabilità strutturale delle relative domande e offerte.

**I dazi obbediscono (o, meglio, dovrebbero obbedire) a questa logica**: se l’offerta di prodotti cinesi è superiore a quella degli omologhi europei a causa dei differenti costi dei rispettivi fattori di produzione (*in primis*, il lavoro), i dazi imposti dall’Ue hanno (o dovrebbero avere) lo **scopo di livellare, ed equilibrare, le condizioni di concorrenza**, cercando di contemperare i vantaggi cumulativi del commercio internazionale (che aumenta la produzione complessiva di ricchezza) con la **protezione dei legittimi interessi dei produttori locali**, ancora una volta ricercando ragionevoli relazioni tra i rispettivi valori d’uso e di scambio. La World trade organization (Wto), ha (o meglio dovrebbe avere, vista la sua attuale marginalizzazione di fatto) il non facile compito di **cercare di regolare tali dazi (quando ritenuti inevitabili) attraverso accordi internazionali**, per evitare che eccessi (reali o percepiti) di interventi protezionistici sfocino in guerre commerciali che, inevitabilmente, danneggiano tutti gli interessati.

Gli **interventi sul tema dazi del Presidente Usa Donald Trump**, con il susseguirsi di imprevedibili ‘colpi di teatro’, sono sembrati però orientati da **logiche più geopolitiche** (e ancor più populisticamente indirizzate al proprio elettorato) che razionalmente commerciali, mettendone **in discussione i princìpi di razionalità economica**: all’*homo oeconomicus* si sostituisce così l’*homo politicus*? Non a caso, il *Wall Street Journal* ha definito l’insieme delle manovre – fin dal loro primo annuncio – “**la più stupida guerra commerciale della storia**”, anche perché prospettava trattamenti tariffari particolarmente aggressivi nei confronti di Canada, Messico e Ue, storici alleati.

Per citare lo storico Bernard Lewis, ancora una volta: “**È rischioso essere il nemico dell’America, ma può essere fatale essere suo amico**”. In realtà, le successive evoluzioni dai primi annunci di Trump sui dazi avevano visto, prima dell’accordo con Bruxelles delle tariffe al 15%, la **parziale sospensione, ‘compensata’ dall’escalation della guerra commerciale con la Cina**, anche questa portata avanti in termini estremamente contradditori (cellulari e computer prima condannati a tassazioni insostenibili e poi ‘graziati’).

A conferma **dell’illogicità di molte delle scelte operate da Trump** c’è da registrare il conseguente **rafforzamento del dollaro** rispetto alle altre valute, mentre ogni politica tendente a riequilibrare una bilancia commerciale troppo negativa (obiettivo dichiarato della manovra) dovrebbe tendere a una sua **relativa svalutazione** (politica questa molto praticata dell’Italia nei decenni precedenti l’introduzione della moneta unica europea).

## Le ricadute sull’Italia

Come impatterà tutto ciò sul nostro sistema produttivo? Sicuramente **i dazi comportano un ostacolo alle esportazioni** che però può – in alcuni casi – essere almeno parzialmente compensato da un aumento della domanda interna. Agli effetti pratici per la singola impresa, tuttavia, la loro caratteristica più influente è **l’ampia differenziazione in base alla tipologia dei prodotti e dei relativi mercati**, che spaziano in un vasto range che va dalla concorrenza (più o meno perfetta) alla concorrenza monopolistica più differenziata.

Infatti, nel caso delle commodity – beni standardizzati realizzati da numerosi produttori in competizione (per esempio: le lamiere e i profilati in acciaio) – l’imposizione dei dazi comporta un pressocché **pari aumento del prezzo di vendita**, difficilmente assorbibile da aziende di solito caratterizzate da margini percentualmente molto ridotti, e tale spesso da escludere le imprese colpite dai mercati nazionali che, così, si proteggono.

La situazione è molto diversa, invece, per i **prodotti trattati in mercati nei quali la concorrenza è altamente monopolistica**, sia per ragioni tecnologiche (si pensi, per esempio, all’elevata fidelizzazione dei clienti Apple, relativamente poco sensibili a ragionevoli aumenti di prezzo) sia per le caratteristiche posizionali dei beni trattati, per i quali – paradossalmente – **prezzi elevati costituiscono fattori di preferenza**, proprio in quanto relativi a consumi ostentativi, connotanti la collocazione sociale dell’acquirente (i clienti di autovetture Ferrari o di borse Prada difficilmente saranno dissuasi dall’acquisto a seguito dell’applicazione di un dazio che ne aumenta i prezzi d’acquisto).

Per tutti i prodotti (e sono la maggior parte) che si collocano in posizione intermedia tra le commodity e i beni posizionali, risulta comunque **confermato il vantaggio competitivo** che si persegue ogni volta in cui, per innovazione tecnologica e/o merceologica, caratterizzazione di design e personalizzazione di prodotto e/o di servizio post vendita, si conferiscono caratteristiche di ‘unicità’ al prodotto stesso: **ancora una volta il Made in Italy può essere un fattore vincente nel confronto concorrenziale**, indipendentemente dall’introduzione o meno di vincoli tariffari tendenti a limitare i flussi commerciali verso, o da, singoli mercati nazionali. È questo **uno dei pochi elementi di certezza** sui quali possiamo contare in un contesto globale sempre meno prevedibile.
