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title: È molto peggio di quello che dice il Wall Street Journal
description: "Il Wall Street Journal parla del gap sempre più ampio tra l'economia Usa e quella europea. Ma la situazione italiana è ancora peggiore."
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date: 2026-05-14
modified: 2026-05-13
author: Giorgio Merli
url: https://www.paroledimanagement.it/scenari-macroeconomici/e-molto-peggio-di-quello-che-dice-il-wall-street-journal/
categories: [Scenari macroeconomici]
tags: [Economia, Crisi economica, PIL]
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# È molto peggio di quello che dice il Wall Street Journal

![È molto peggio di quello che dice il Wall Street Journal](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2026/05/Copertine-PdM-47-1024x683.png)

In un articolo del 30 aprile 2026, il prestigioso quotidiano statunitense ***Wall Street Journal* ha titolato *Cosa succederà quando gli europei scopriranno quanto sono poveri*?** E possiamo aggiungere: cosa succederà quando scopriremo che noi italiani siamo ancora più poveri? In realtà, ci nascondiamo dietro un dito, perché ben sappiamo che **il nostro Prodotto Interno Lordo per abitante** (Pil pro capite) **è l’unico in Europa a non crescere dall’anno 2000**.

Eppure, quando si parla di povertà crescente, lo si fa addebitandone la causa alle disuguaglianze interne di reddito, come se il problema fosse di redistribuire quel poco che c’è, e non **la quantità di torta a disposizione, che si sta rimpicciolendo inesorabilmente e continuamente da decenni**.

Se è vero che riducendo le disuguaglianze potrebbe ridursi il numero di famiglie al di sotto del livello di povertà (e questo è un problema di natura politica), tale riduzione non avrebbe alcun effetto sul [Pil pro capite nazionale](https://www.paroledimanagement.it/scenari-macroeconomici/attaccati-al-pil-pro-capite/), che è** l’unico indicatore che ci può dire quanto siamo ricchi o poveri rispetto agli altri Paesi (ma anche in assoluto)**.

## Il trucco del costo della vita

Nel confronto internazionale, se aggiustiamo il Pil pro capite italiano in base al costo della vita, i numeri appaiono certamente meno penalizzanti. Ma questo dato va letto con cautela: **dire che in un Paese il costo della vita è più basso non significa automaticamente che quel Paese sia ricco**. È un po’ come osservare che in Nigeria, con 1.000 euro al mese, si può vivere molto meglio che altrove: può essere vero, ma non cambia il fatto che il Pil pro capite resti basso e che l’economia nel suo complesso sia povera.

**Il punto**, quindi, **non è solo quanto costa vivere in Italia, ma** **quanto valore reale producono e acquistano i redditi italiani nel confronto globale**. La perdita di potere d’acquisto emerge con evidenza quando si guarda al confronto con gli Stati Uniti: con uno stipendio italiano medio, oggi si riesce ad acquistare meno della metà dei beni che si sarebbero potuti acquistare nel 1990.

## L’acqua della Pil-sorgente non basta più

**Immaginiamo il Pil come una fonte che fornisce una determinata portata d’acqua**. Tale portata, in Italia, dal 2000 a oggi non è affatto aumentata (in realtà è anche diminuita). Il problema è che la nostra economia avrebbe ora una necessità di Pil maggiore. Necessità che è aumentata via via nel tempo, con l’accelerazione dell’economia e dei bisogni dei suoi abitanti. Come abbiamo rimediato fino a oggi?

**Integrando **la portata naturale della fonte **con cisterne d’acqua integrative **acquistate all’estero** **(**ovvero** **ricorrendo al debito per sostenere un livello di spesa **che il Pil prodotto non era più sufficiente a coprire.).  Altri paesi hanno trovato nuove sorgenti (innovazione, industria), noi no. Risultato? Salari fermi, potere d’acquisto in picchiata. E intanto, si discute di come dividere l’acqua… che non c’è più. Di fatto, stiamo discutendo su come dividere gli ulteriori debiti che stiamo facendo.

**Il 30% del nostro Pil è alimentato da acquisti fatti all’estero**. Con prezzi internazionali in continuo aumento,** il nostro** **potere d’acquisto estero si è di fatto dimezzato nel giro di 30 anni**. E quando andiamo all’estero, il confronto dei prezzi è per noi brutale. Ma anche in Italia.

Ad esempio, **non è vero che il prezzo dei ristoranti o degli hotel è aumentato del 60% negli ultimi 30 anni**. Considerando che la naturale inflazione europea è del 2% all’anno, e che negli altri Paesi i salari sono cresciuti del 2% all’anno, per gli stranieri che vengono in Italia non è cambiato niente: **hanno lo stesso potere di acquisto che avevano prima**. Per gli statunitensi, siamo diventati addirittura un Paese con un costo della vita molto basso.

## Soluzione? Non solo redistribuire, ma creare ricchezza

Le disuguaglianze si affrontano con politiche sociali. **Ma se il Pil non cresce, è come spartire un piatto sempre più vuoto**. Serve sviluppo, innovazione, investimenti. Altrimenti, resteremo a litigare su come dividere il nulla. Che sia davvero il momento di svegliarsi e **trovare nuove sorgenti di reddito (cioè di Pil)**?

Dagli anni Duemila, la **Francia **è riuscita ad aumentare la ‘portata dell’acqua’ attivando nuove sorgenti (come lo **sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto**) per sostituire la riduzione della ‘portata d’acqua’ dei prodotti industriali (contributo che in Francia si è dimezzato negli ultimi 20 anni, passando dal 18% del Pil al 9%).

La **Germania, **invece, è riuscita a far calare meno la 'sorgente' dei prodotti industriali e ha trovato quanto basta di nuove sorgenti di servizi per aumentare comunque il Pil (ma ne ha attivate in modo insufficiente per il nuovo contesto globale, e ora ha rallentato). Sicuramente diverso il discorso per Paesi nordeuropei come la **Svezia,** che sono riusciti a **trovare velocemente nuove sorgenti di servizi a valore nel digitale**, **aumentando il Pil del 60%** dal 2000 a oggi (contro il nostro insignificante 2%).  

Se in Italia si continua così, vorrà dire che quando non troveremo più ‘cisterne d’acqua all’estero’ (cioè **quando il nostro enorme debito non potrà più essere ulteriormente aumentato**), ci scanneremo per un bicchiere d’acqua (e allora sì che il problema sarà quello di dare equamente una goccia ad ognuno).
