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title: "Industria, politica e potere: Cesare Romiti, il manager italocentrico"
description: Giuseppe Berta, storico dell’industria e autore ESTE, traccia un ricordo di Cesare Romiti, manager scomparso il 18 agosto 2020.
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date: 2020-08-21
modified: 2025-09-09
author: Chiara Pazzaglia
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categories: [Organizzazione, Sentieri professionali]
tags: [cesare romiti, romiti manager, romiti fiat, romiti morto]
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# Industria, politica e potere: Cesare Romiti, il manager italocentrico

![romiti](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2020/08/romiti.jpg)

Giuseppe Berta, storico dell’industria e autore ESTE, traccia un ricordo del manager recentemente scomparso.

“È il momento di rifare l’Italia. **Come nel Dopoguerra serve un grande Piano Marshall** che liberi la forza e l’entusiasmo dei giovani e accenda l’amore per questo Paese”. Sono parole di **Cesare Romiti, scomparso il 18 agosto 2020**: era il 2012 quando venne intervistato in merito alla pubblicazione del testo considerato il suo ‘testamento spirituale’, la ***Storia segreta del capitalismo italiano***.

Quello di otto anni fa era un manager che non si perdeva nei ricordi del passato, ma parlava del futuro. Dirigente d’azienda controverso, **è stato protagonista della storia della Fiat**, di certo la più importante azienda italiana di sempre, ma anche di vari episodi dell’industria italiana, fino alle vicende giudiziarie legate a Mani pulite – triste capitolo che ha segnato una svolta senza ritorno nella storia economica e politica del nostro Paese – uscendone - come la stessa Fiat - senza alcuna ripercussione legale.

**Romiti credeva nel valore dell’esempio come la più alta forma di autorità** e alle pareti dello studio milanese i suoi tre esempi stavano appesi alle spalle della scrivania: **l’Avvocato Gianni Agnelli, Enrico Cuccia e Papa Wojtyla**. L’industria, la finanza, la fede. Ora che il manager ha lasciato questa vita, il suo testamento spirituale acquisisce il valore di storia e di memoria. *Parole di Management* ha chiesto aiuto a **Giuseppe Berta, uno dei più famosi storici dell’industria**, già docente della materia presso l’Università Bocconi, autore della rivista di ESTE *Sistemi&Impresa*, nonché relatori agli eventi della casa editrice che edita il nostro quotidiano.

## Lo scontro con i sindacati alla Fiat

Non è facile, secondo Berta, definire Romiti. Un po’ per il profilo particolare che caratterizza i manager italiani, un po’ perché** è stato più che un manager, diventando, per esempio, imprenditore a sua volta**, qualsiasi etichetta sembra andargli stretta. Teneva molto, in perfetto “*spirit de Milan*”, a sottolineare il timbro della sua figura. **Amava il consenso, ma puntava a ottenerlo con i risultati**, prendendo decisioni in prima persona, senza mai rinviarle, come ha ricordato di lui l’ex Premier Mario Monti.

“Quando ebbe davvero il potere esecutivo aziendale nelle proprie mani, non rinunciò mai a **perseguire la personalizzazione**, la sottolineatura di un’impronta umana fortissima e a rimarcarne i caratteri (che non erano esenti da una certa grevità)”, dice Berta. Nel suo libro-intervista *Questi anni alla Fiat*, che ammiccava a *La mia General Motors* di Alfred P. Sloan, **Romiti si presentava come una tipica storia italiana**, in cui contava molto il legame con la politica e il potere.

Nel lungo periodo in cui diresse la Fiat, da cui uscì solo nel 1998 per raggiunti limiti di età, **Romiti guidò l’azienda come “un’autentica struttura di potere**, in una posizione centrale fra gli altri poteri italiani”. Questo atteggiamento indusse molti critici a lamentare una certa ‘arroganza’ del potere Fiat. Il manager, come spiega Berta, “era convinto di aver **conquistato questa prerogativa con il colpo** sul quale aveva scommesso la propria carriera nel 1980”: “La Fiat usciva da un periodo a dir poco opaco, con le fabbriche gravate dal personale, con una **conflittualità non domata nei reparti**, con la minaccia del terrorismo che ogni giorno faceva temere ai suoi dirigenti di essere nel mirino delle Brigate Rosse e Prima Linea”.

I dirigenti del Personale lo persuasero a una reazione: dopo la seconda crisi petrolifera, l’industria dell’auto doveva riorganizzarsi, non solo rimodernando la produzione, ma **liberandosi al contempo di un eccesso di lavoratori ormai giunti al numero di 50mila e oltre**. Romiti scelse la via dello scontro frontale con la Federazione lavoratori metalmeccanici, allora ancora unitaria, a costo di scontentare le forze politiche che governavano il Paese. **Questo ‘lavoro sporco’ non toccava agli Agnelli**, che fecero un passo indietro e al manager rimase il fardello di un conflitto epocale per l’impresa italiana.

L’operazione riuscì, nonostante i 35 giorni di resistenza e di mobilitazione sindacale. La Marcia dei 40mila (per alcuni 30mila, unico caso in cui la Questura avrebbe alzato i numeri) indetta dal Coordinamento quadri e capi intermedi con il sostegno dell’azienda mostrò la **precarietà della mobilitazione sindacale**, che fu misconosciuta anche dai sindacati confederali. La vittoria di Romiti rilanciò l’azienda e lui stesso. Da allora, concentrò il potere nelle proprie mani e in quelle dei fedelissimi fino alla “pensione”.

## I tentativi (falliti) di internazionalizzazione

I primi anni sotto la sua guida furono **densi di successi per la Fiat**. La Uno, presentata in Usa a Cape Canaveral, fu l’auto più venduta in Europa, quando Fiat e Volkswagen si battevano per il primato sul mercato continentale. **L’immagine del capitalismo italiano, come da titolo del suo libro, conobbe una nuova età dell’oro**. Ma il successo non era destinato a durare a lungo. “L’orizzonte di Romiti, probabilmente, risentiva di un **certo italocentrismo, unito al fatto di non essere uomo di prodotto**”, ricorda Berta. Fu forse questa tendenza a indurlo a compensare la crisi dell’auto differenziando i settori industriali, per cercare di assicurare la redditività del gruppo.

**Romiti tentò così la via della conglomerata per il consolidamento del gruppo Fiat**, in parallelo a un certo ripiegamento di Fiat Auto: venne, però, dapprima scartata la possibilità di una fusione internazionale con Ford e poi, nel 1990, sfumò anche l’acquisizione di Chrysler. Umberto Agnelli era fortemente contrario a questa operazione: in effetti, **Fiat non disponeva di un management in grado di dirigere attività di tali dimensioni in America**. Tuttavia, questa mancata internazionalizzazione di Fiat ne accelerò il ridimensionamento.

Quando Romiti lasciò il gruppo nel 1998, raggiunti i 75 anni, esso mostrava già evidenti segni di declino, destinati ad accentuarsi negli anni successivi. “Ecco perché alla distanza, **l’esperienza di manager di Romiti**, protagonista di una lunga stagione dell’economia italiana, **appare inscindibilmente legata alla storia del Novecento**”, dice Berta.

Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato Romiti come “un importante **protagonista di una impegnativa e controversa stagione delle relazioni industriali** e del capitalismo italiano, in presenza di profonde trasformazioni dei mercati internazionali e di spinta a modifiche negli assetti del nostro Paese”.

Resta il fatto che quella che oggi è **FCA è davvero il pezzo più importante della nostra storia industriale**. Sono sempre stati i manager a fare la differenza, anche con stili opposti; pensiamo al mantra di Sergio Marchionne, CEO di Fiat qualche anno dopo Romiti: “**Il nostro mestiere è fare automobili**”. Chissà se Romiti avrebbe detto lo stesso.
