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title: Keynes, non dovevamo smettere di lavorare?
description: In diversi Paesi si sperimenta la settimana lavorativa più corta, con risultati anche sulla produttività; in Italia, la situazione rimane statica
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date: 2021-11-27
modified: 2025-09-09
author: Eleonora Biscola
url: https://www.paroledimanagement.it/spazio-di-lavoro/keynes-non-dovevamo-smettere-di-lavorare/
categories: [Organizzazione, Spazio di lavoro]
tags: [burnout, John Maynard Keynes, Macroeconomia, Smart working]
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# Keynes, non dovevamo smettere di lavorare?

![Orario di lavoro](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2021/11/Orario-di-lavoro-min-1024x683.jpg)

Era il 1930 quando **John Maynard Keynes**, padre della Macroeconomia e tra i più influenti economisti del XX secolo, scriveva che nel 2030 **la più grande sfida che avrebbe dovuto affrontare l’umanità sarebbe stata quella di occupare il proprio tempo libero, lavorando tre ore al giorno e favorendo**, così, il progresso verso una società migliore e libera dal lavoro. 

Sono passati 92 anni dalla formulazione del pensiero keynesiano e siamo ancora lontani dalla sua realizzazione, ma la teoria è periodicamente riproposta e abbracciata da esponenti politici di tutto il mondo. L’ultimo in ordine di tempo è stato **Beppe Grillo**, fondatore del Movimento 5 Stelle: “Oggi, grazie alla tecnologia, **possiamo ridurre la settimana lavorativa** e liberare il tempo per altre attività più adatte a quella che potremmo finalmente chiamare vita”. 

Una rivoluzione concreta in questi termini non è mai avvenuta. C’è da chiedersi come mai, sebbene **la tecnologia sia sempre più avanzata e dominante in ogni settore lavorativo;** inoltre, i dati sul tempo di lavoro – soprattutto in Italia – svelano un totale contrasto con le previsioni di Keynes. Secondo gli ultimi dati diffusi dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), **un italiano lavora in media 1.723 ore all’anno **(contro un tedesco che ne lavora 1.356), **e gli italiani hanno un tasso occupazionale del 58%**, contro i tedeschi che ce l’hanno del 79%. Stando sul paragone con la Germania – locomotiva d’Europa e primo Paese per produzione manifatturiera (l’Italia è ancora al secondo posto) – c’è poi da aggiungere il fatto che **i tedeschi lavorano il 20% in meno di noi, ma producono il 20% in più degli italiani.** 

## La qualità della vita è prioritaria e le “Grandi dimissioni” ne sono la conferma 

Questi numeri, indipendentemente dalla competizione statistica tra i vari Paesi d’Europa, **raccontano una relazione tra ore di lavoro e produttività che è inversamente proporzionale**: per produrre di più non serve lavorare di più. Chi l’ha capito è in una situazione di ideale e potenziale equilibrio tra la corsa alla produttività imposta dal capitalismo e il desiderio di avere maggiore tempo libero.  

D’altronde, il fenomeno delle “Grandi dimissioni” (“Great Resignation”) che da aprile 2021 si sta verificando in tutto il mondo occidentale, dice proprio questo: le persone si licenziano sempre di più, perché non sono soddisfatte del proprio lavoro. Secondo uno studio di **McKinsey** (multinazionale di consulenza strategica), **dalla primavera 2021, negli Stati Uniti, oltre 19 milioni di lavoratori si sono dimessi.** Nel nostro Paese la tendenza non sembra essere molto diversa: secondo il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, **si sono registrate 485mila dimissioni su un totale di circa 2,6 milioni di contratti cessati **e la quota di abbandono volontario sul totale degli occupati ha superato il 2% per la prima volta da anni (livelli non lontani da quelli degli Usa). 

Le ragioni di questo fenomeno? In primis il ***burnout***** (l’esaurimento) di cui soffrono le persone**, dato dal protrarsi di attività lavorative alienanti o usuranti, poi la necessità vivere in luoghi di lavoro più flessibili, di avere maggiori benefit e di supporto per il proprio benessere e infine, in alcuni casi, il rifiuto di tornare, dopo mesi di pandemia e di lavoro da remoto, in uffici talvolta molto lontani da casa (fonte: uno studio dell’Institute for Business Value).  

Tutte queste ragioni si riconducono a uno stesso concetto, ossia quello di **‘qualità della vita’, che pare essere diventato prioritario per i lavoratori** rispetto alle questioni legate alla retribuzione. E quest’etichetta comprende vari fattori: le relazioni umane tra colleghi, la valorizzazione del proprio talento e delle proprie competenze, il lavoro per obiettivi, ecc. Dunque, perché il lavoro “nobiliti l’uomo” – come asseriva nell’Ottocento il naturalista Charles Darwin – senza schiacciarlo, **una soluzione potrebbe essere di ricorrere alla tecnologia**, proprio come suggeriva Keynes. 

## L’egemonia della tecnologia si tema ancora 

Sul fronte della tecnologia, però, il confine tra il dominio degli esseri umani sulla tecnologia e viceversa è molto labile: bisognerebbe riuscire, come sostiene - tra gli altri - il sociologo **Domenico De Masi,** a delegare alle macchine la parte più meccanica del lavoro, **per lasciare all’umanità l’aspetto più creativo e intellettuale.** Ma qui si entra in una questione morale, perché seguendo questo principio si rischia di eliminare una serie di posti di lavoro che, per quanto basati su attività ripetitive, consentono a molte persone un’autonomia economica. 

Di fronte a questo timore, molti filosofi contemporanei, tra cui **Michele Marsonet** (Professore Ordinario di Filosofia della Scienza e Preside della Scuola di Scienze Umanistiche di Genova) rassicurano dicendo che: “**Le macchine e i robot non ci sostituiranno, ma ci affiancheranno**. Sono una nostra estensione per procedere con maggiore velocità e precisione. Ma il controllo su di essi sarà sempre dell’uomo”. Il filosofo hi-tech **Cosimo Accoto** – autore di articoli anche **[per il nostro quotidiano](https://www.paroledimanagement.it/author/cosimo-accoto/)** – asserisce: “Certamente il mondo del lavoro è in trasformazione profonda. **Alcuni lavori scompariranno, mentre altri nuovi stanno nascendo e nasceranno. **Le stime per l’Italia – secondo l’analisi del think tank Ambrosetti – dicono che possono essere sostituiti dalle macchine circa 3 milioni di posti di lavoro nei prossimi 15 anni, ma con la creazione di quelli nuovi – per il Politecnico di Milano – dovremmo avere comunque un saldo positivo di poco più di 1 milione di posti”. 

Di fronte a tanta complessità, ci sono due certezze: **nel corso dei secoli tantissime mansioni sono state sostituite dalle macchine** e sono cambiate radicalmente, creandone di nuove e di diverse; inoltre, affinché le persone siano pronte a lavori nuovi, **l’umanità necessita di formazione** e di acquisire competenze prima sconosciute; da questo non si può prescindere.  

## Esperimenti sul modello keynesiano nel mondo 

Che il mondo del lavoro sia complesso e in evoluzione e che la tecnologia sia ambivalente è chiarissimo, **eppure in alcuni Paesi sono stati fatti esperimenti in linea con la teoria di Keynes**, con il fine di liberare i lavoratori dalla fatica eccessiva e garantire loro maggiore flessibilità e tempo libero, senza rinunciare alla competitività in termini produttivi. Si pensi all’**Islanda** che, tra il 2015 e il 2019, **ha ridotto l’orario di lavoro di 2.500 dipendenti pubblici da 40 a 35 ore lavorative**, pur mantenendo invariata la retribuzione. 

Secondo una ricerca condotta dal think thank inglese Autonomy, **la produttività è rimasta la stessa e in alcuni casi è anche aumentata.** Com’è stato possibile? Per riuscire a mantenere il medesimo livello di servizi è stato necessario rimettere mano all’organizzazione del lavoro: dal taglio dei compiti inutili, riunioni più brevi e, soprattutto nel settore sanitario, **sono state assunte nuove persone per compensare le ore perse. **Per questo motivo tra il 2019 e il 2021 sono stati stipulati nuovi contratti di lavoro per l’86% dei lavoratori. 

Esperimenti simili si stanno facendo anche altrove, con conseguenze diverse e non sempre vantaggiose. In **Belgio**, per esempio, l’intenzione del Governo è quella **di passare a una settimana lavorativa di quattro giorni senza toccare i salari**, ma aumentando l’orario di lavoro: dalle sette ore e mezza a più di nove al giorno, anche per ridurre l’impatto ambientale generato dal pendolarismo. Avversi alla proposta sono i sindacati, i quali temono che l’aumento di ore lavorative possa nuocere alla salute dei lavoratori. 

In **Spagna**, l’azienda di moda Desigual** ha approvato a larga maggioranza la riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni,** con l’opzione anche di usare lo Smart working. La modifica del modello produttivo porterà in questo caso a una diminuzione dei salari di circa il 6,5%. In **Giappone**, nell’estate del 2019 **Microsoft ha sperimentato il modello di 32 ore lavorative settimanali**: la produttività è salita del 40% e la produzione di anidride carbonica è scesa del 20%. In **Nuova Zelanda** ci sta provando Unilever e il test per i suoi 80 dipendenti si conclude a fine 2021. 

E per quanto riguarda l’**Italia**? Secondo i dati Ocse **nel nostro Paese si lavora molto di più rispetto alla media europea **(peggio di noi fanno solo Grecia ed Estonia). La settimana lavorativa corta è per il momento circoscritta all’iniziativa di poche aziende private e **non c’è nessun progetto su larga scala.** Insomma, la strada per l’applicazione della teoria keynesiana è ancora lunga e richiede, prima di tutto, la regolamentazione di molti aspetti legati all’organizzazione del lavoro e della vita privata. È probabile che nel 2030 continueremo a lavorare proprio come già stiamo facendo.
