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title: La felicità di lavorare nella bottega dei piccoli filosofi
description: "Come si può essere veramente felice al lavoro? Nell'esperienza di Mauro De Martini in una \"bottega di piccoli filosofi\" un'interessante testimonianza"
featured_image: https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2019/11/demartini_felicita.jpg
date: 2019-11-18
modified: 2025-09-09
author: Mauro De Martini
url: https://www.paroledimanagement.it/welfare-aziendale/la-felicita-di-lavorare-nella-bottega-dei-piccoli-filosofi/
categories: [Risorse Umane, Welfare aziendale]
tags: [benessere al lavoro, dialogo, felicità lavorativa, filosofia del lavoro, persone felici azienda]
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# La felicità di lavorare nella bottega dei piccoli filosofi

![demartini_felicita.jpg](https://www.paroledimanagement.it/wp-content/uploads/2019/11/demartini_felicita.jpg)

Chiedendomi cosa significhi ‘essere felice al lavoro’ noto una prima reazione, quasi istintiva, che mi condurrebbe a ribaltare la prospettiva. Siccome il lavoro è una parte fondamentale della vita, almeno in termini di tempo dedicato, mi viene naturale domandare: **come posso far sì che lavorare contribuisca alla mia felicità?** Poi, proseguendo in questa indagine pseudo-psicologica, noto in me una sfumatura che colora il lavoro di fatica e pesantezza.

Il lavoro è funzionale ad ‘acquistare’ una vita serena, a tratti felice, ma **la vera felicità risiede altrove, nei momenti che precedono e seguono l’attività lavorativa**. Mi sembra che queste due tensioni convivano nell’insieme di definizioni che contiene l’ampio spettro dei significati possibili, dall’autorealizzazione alla soddisfazione gioiosa e puntuale per un singolo evento dell’esistenza.

Cerco di trovare una via per dare concretezza a una risposta e mi ritrovo a confronto con i modelli della filosofia, della psicologia e della religione. Miriadi di definizioni e ricette si affastellano nella mente e non riesco a fare ordine. Decido di richiamare un’esperienza vissuta a cavallo tra il 2018 e il 2019, che ha **rappresentato uno degli apici della mia felicità lavorativa**, lasciando le conclusioni al lettore. Non c’è pretesa di generalità. È solo lo spazio per un ragionamento personale su cosa significhi un lavoro che mi rende felice.

Da qualche anno m’interesso di **pratiche filosofiche, con l’aiuto di letture e amici che, della filosofia, ne hanno fatto una professione**. L’idea alla base di questo modo di interpretare la filosofia consiste nel proporre percorsi di pensiero in contesti non accademici, confidando nel fatto che la filosofia è una disciplina che riguarda ciascuno di noi.

Chiaramente, ciò non significa che gli specialisti siano inutili, ma che le domande filosofiche, i valori, il modo di pensare e avvicinarsi ai **problemi caratteristici della filosofia sono profondamente radicati nell’essere umano**, quindi ogni persona, in quanto portatrice di una certa visione del mondo, pratica questa materia.

Queste convinzioni, che condivido in buona misura, mi hanno spinto a sperimentare alcuni **metodi tipici delle pratiche filosofiche in vari contesti organizzativi**. Il mio sogno però, avendo lavorato negli ultimi anni con i giovani, era fare esperienza in una scuola primaria.

L’autunno scorso ho ricevuto una richiesta da un istituto scolastico, che mi ha commissionato un **breve percorso di filosofia con i bambini**. L’idea nasceva da un team di maestre che avevano studiato alcune metodologie di filosofia con i ‘piccolini’. All’inizio, superate le mie prime resistenze, timidezze e sensi d’inadeguatezza, ho cercato di impostare il lavoro rimanendo in *comfort zone*, scrivendo un progetto formativo esattamente come se il cliente fosse stata un’azienda.

Le maestre avrebbero condotto gli incontri. Io le avrei supportate in alcuni momenti. I sorrisetti delle insegnanti mi avrebbero dovuto insospettire. Al primo appuntamento d’aula le cose sono andate molto diversamente da come me le ero immaginate. I bambini, più di una trentina, appartenenti a due classi di terza elementare, si sono gettati a capofitto negli esercizi. **Facevano domande, fornivano spiegazioni, argomentavano, ragionavano da soli e in gruppo**.

Ero meravigliato dalla qualità delle loro riflessioni, **dalla freschezza delle osservazioni e dal rispetto reciproco che mantenevano nelle discussioni**. Subito mi hanno coinvolto nelle attività. Non potevo rimanere a guardare, limitandomi a fare il ‘consulente’ delle maestre.

Così siamo riusciti a costruire un nostro piccolo mondo, che abbiamo progressivamente popolato, decidendo cosa metterci dentro, condividendo le regole di convivenza, confrontandoci sui valori del mini-universo di significati. Abbiamo persino dato un nome alla nostra creazione. Mentre lo facevamo, **abbiamo sperimentato il dialogo, quello vero ****–****non da talk show****–****, in cui ci siamo incontrati**, riconoscendoci in un rapporto volto verso una verità comune.

Avevo programmato incontri brevi, tenendomi ampi margini di variazione, temendo che i bimbi si potessero annoiare. In realtà **il lavoro durava ben oltre le mie attese**. Il numero di incontri è stato aumentato, su richiesta dei bambini stessi!

Alla sera, tornavo a casa con la sensazione di aver fatto qualcosa di bello e utile, riconosciuto dai bambini e da me. Mia moglie, che sa osservarmi meglio di come io sia in grado di fare, mi ha detto: “**Hai stampato in faccia un sorriso che da tempo non vedevo. Sei felice!**”. Così ho iniziato a chiedermi come essere veramente felice al lavoro. E –tranquilli!– la risposta non è stata: “Voglio fare la maestra”.
