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martedì, 9 Giugno, 2026

Ansia e stress da lavoro? Confidati con un robot

Con una pandemia mondiale in corso, una crisi sociale ed economica che già si fa sentire e conflitti internazionali che non accennano a diminuire, il 2020 è stato definito da molti un annus horribilis.  Non c’è da stupirsi, quindi, se più di 12mila lavoratori di tutto il mondo lo considerano l’anno più stressante di sempre. […]
13 Ottobre 2020
Di: Elisa Marasca
13 Ottobre 2020
Con una pandemia mondiale in corso, una crisi sociale ed economica che già si fa sentire e conflitti internazionali che non accennano a diminuire, il 2020 è stato definito da molti un annus horribilis.  Non c’è da stupirsi, quindi, se più di 12mila lavoratori di tutto il mondo lo considerano l’anno più stressante di sempre. È ciò che emerge dalla ricerca AI @Work 2020 di Oracle e Workplace Intelligence, una società di consulenza e ricerca per le Risorse Umane, che tra luglio e agosto 2020  ha coinvolto con interviste 12.347 lavoratori (dipendenti, manager, leader delle Risorse Umane e alti dirigenti) di 11 Paesi, ponendo domande generali per esplorare la percezione della leadership e gli atteggiamenti in materia di salute mentale, tecnologie di intelligenza artificiale, assistenti digitali, chatbot e robot sul posto di lavoro. Lo studio ha incluso persone di età compresa tra 22 e 74 anni, e ha rivelato un aspetto da non sottovalutare: il 68% degli interpellati (il 57% degli italiani) preferirebbe parlare con un robot piuttosto che con il proprio manager dello stress e dell’ansia sul lavoro, e l’80% delle persone (71% per l’Italia) è aperta all’idea di utilizzarlo come consulente o terapeuta. Le motivazioni? Gli intervistati ritengono che l’Intelligenza Artificiale (AI) possa creare una free zone, cioè una zona priva di giudizio o bias. Vedono quindi la tecnologia come interlocutore imparziale, che può fornire risposte rapide su domande specifiche relative alla propria salute mentale. Inoltre, il 75% afferma che l’AI ha già dato un contributo positivo al benessere psicologico, in quanto strumento di lavoro. I principali vantaggi rilevati sono stati l’aver avuto disponibilità delle informazioni necessarie per svolgere il proprio lavoro in modo più efficiente (anche tramite chatbot) e l’automazione delle attività.

Le implicazioni mentali del virus sottovalutate da governi e aziende

I lavoratori, comunque, vorrebbero che le loro aziende offrissero più supporto per la salute mentale; se questo aiuto non sarà dato, la situazione avrà un impatto profondo sulla produttività globale, sulla vita personale e professionale. Lo ha dichiarato anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che a inizio ottobre 2020 ha denunciato quanto il Covid-19 abbia di fatto interrotto i servizi di salute mentale nel 93% dei Paesi del mondo, proprio mentre la domanda di salute mentale è aumentata a causa di tutte le paure e le incognite legate al virus. L’Oms ha evidenziato anche il sottofinanziamento cronico della salute mentale già prima della pandemia: la maggior parte degli Stati, infatti, nel 2019 spendevano meno del 2% dei loro budget sanitari nazionali per questo settore. Il benessere mentale della forza lavoro è un tema affrontato in Italia da pochi anni: a livello aziendale, le organizzazioni hanno risposto a queste necessità di cura offrendo il supporto di figure di sostegno psicologico e counseling, cioè i coach e i counselor, che negli Stati Uniti sono già presenti da oltre 60 anni. Attraverso uno sportello di ascolto (di persona o da remoto), solitamente i counselor aziendali si occupano di agevolare la comunicazione all’interno dell’azienda; far crescere la motivazione al lavoro; offrire sostegno in situazioni conflittuali e di disagio. Il fatto che molti lavoratori preferiscano sfogarsi con un robot, quindi, potrebbe avere due cause: i dipendenti non conoscono i benefici del counseling perché nella loro azienda non c’è questo servizio, oppure le figure che dovrebbero ascoltarli e supportarli non riescono a ‘stare al passo’ con le esigenze attuali.

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