Tripel Due, la Manifattura degli “artigiani industrializzati” italiani
È nella Toscana degli Anni 80, periodo di sviluppo dell’interesse straniero verso il Made in Italy, precisamente a Sieci (Fi), che nasce Tripel Due, azienda di produzione di pelletteria e accessori, su volontà di Mauro Bellini e altri due pellettieri. “In quegli anni, Tripel Due è una delle realtà che facevano produzione per i grandi […]
È nella Toscana degli Anni 80, periodo di sviluppo dell’interesse straniero verso il Made in Italy, precisamente a Sieci (Fi), che nasce Tripel Due, azienda di produzione di pelletteria e accessori, su volontà di Mauro Bellini e altri due pellettieri. “In quegli anni, Tripel Due è una delle realtà che facevano produzione per i grandi department store che venivano in Italia per acquistare prodotti”, spiega David Rulli, Amministratore delegato di Tripel Due, Consigliere di amministrazione di Domino e di Artigiani Pellettieri; le tre realtà costituiscono un gruppo che conta oltre 200 dipendenti diretti e un fatturato di 93,3 milioni di euro. L’attività di vendita ai department store prosegue fino agli Anni 90, quando la Prima Guerra del Golfo rallenta gli investimenti americani in Europa, da quel momento inizia per Tripel Due la produzione per conto terzi.
Dopo la crisi del Golfo, ora la Moda si ritrova ad affrontare un ulteriore periodo complesso dal punto di vista geopolitico. “Lo stato di salute della Pelletteria non è positivo, probabilmente i brand stanno prendendo un momento di riflessione a causa delle guerre alle nostre porte, oltre a quelle che da anni interessano l’Iran e la Siria. A complicare lo scenario sono la Cina che non cresce come le aspettative e gli Stati Uniti in procinto delle elezioni presidenziali”, analizza Rulli. A mancare è la richiesta di produzione sul mercato, soprattutto da parte dei brand che solitamente portavano i volumi più importanti. “Tante aziende hanno effettuato investimenti di rilievo, ma, mancando il lavoro, cominciano ad avere difficoltà nell’affrontare le spese. Le piccole imprese, che hanno permesso lo sviluppo del settore, sono le prime a rischiare di andare in sofferenza”, riflette Rulli. Il pericolo è, quindi, perdere un patrimonio prezioso di capacità italiane.
La poca attratività della Pelletteria agli occhi dei giovani
Per poter mantenere vive le competenze, serve poter trasmettere alle nuove generazioni le esperienze come in un passaggio di testimone, ma anche qui la situazione è complessa, perché secondo l’Amministratore Delegato di Tripel Due, il problema è attrare i giovani, vista la tendenza che considera limitante un lavoro manuale rispetto a un percorso universitario. Inoltre, non è diffuso il desiderio di entrare nella Pelletteria, perché il settore è associato a stipendi bassi. “È un lavoro che regala molte soddisfazioni sia umanamente, perché si acquisiscono delle professionalità importanti, sia economicamente. Quando sento il contratto nazionale Pelletteria prevede stipendi molto bassi, rifletto che tra i nostri dipendenti ad avere il minimo sindacale sono forse solo quelli appena entrati”. Infine, l’ultimo problema riguarda la costanza di impegnarsi negli anni per diventare un professionista: “Per diventare pellettiere non bastano mesi, ma servono anni. È un lavoro delicato e di tanta precisione, ma manca la pazienza verso il futuro”. L’attenzione e la valorizzazione del personale sono, però, fondamentali in ottica di una sostenibilità della produzione italiana, basate su una lavorazione ancora al 70% manuale. Per concorrere con organizzazioni internazionali caratterizzate da lavoro intensivo, produzioni ad alti volumi e basso prezzo, le aziende devono puntare su fattori strategici come la sostenibilità di un lavoro altamente qualitativo e l’elasticità mentale degli “artigiani industrializzati” italiani, come li definisce Rulli. La sostenibilità non deve però essere declinata solo in questa ottica, ma anche come tracciabilità. “Stiamo lavorando sulla tracciabilità, perché lo richiede il cliente finale, ma questo comporta investimenti in tecnologia, come l’implementazione di Enterprise resource planning (Erp). Serve lavorare in sinergia sia con i fornitori sia con i brand”. Essendo questo un investimento, si ritorna, però, allo scenario di riduzione delle commesse degli ordini dove le aziende faticano a sostenere le spese. Nonostante le difficoltà, essere lungimiranti rimane la chiave, come sottolinea Rulli, per essere competitivi.L’articolo integrale è pubblicato sul numero di Aprile 2024 di Sistemi&Impresa.
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Categoria: Fabbrica
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