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sabato, 10 Ottobre, 2026

Trasformazioni

Ma con l’AI davvero si lavorerà meno?

“Assolutamente no”, dice Daniel Herscovici. CEO di Plume. “Semplicemente riesco a fare più cose nelle 9 o 12 ore di lavoro”. Il dibattito è aperto.
10 Giugno 2026
Di: Ilaria Mariotti
10 Giugno 2026
AI

L’occasione per dibatterne è stato un incontro tra i CEO più in vista del momento. Tra loro, ad aprile 2026 al Semafor World Economy Summit di Washington, c’era per esempio Jack Clark, co-fondatore di Anthropic, azienda sviluppatrice di Claude, il modello linguistico capace di auto correggersi e per questo considerato un sistema tra i più evoluti. La questione al centro era: siamo sicuri che tutto l’allarmismo sulla sparizione di posti di lavoro per l’Intelligenza Artificiale (AI) non finisca per sciogliersi come neve al sole, dimostrandosi tutt’altro? E cioè: non solo non porterà a una disoccupazione di massa, ma lavoreremo tutti di più. 

La miccia era stata lanciata proprio dal CEO di Anthropic Dario Amodei, che all’inizio del 2026 aveva affermato che, a suo dire, l’AI avrebbe portato il tasso di disoccupazione al 20% nei successivi cinque anni. Una previsione troppo catastrofica secondo Clark, che pensa invece che a quel punto estremo si possa arrivare solo per decisione politica. “Quello che credo è che questa tecnologia cambierà il mondo su vasta scala, e quindi come si lavora, gli aspetti della sicurezza nazionale e come ci relazioniamo con le persone: è impossibile quindi che le ricadute economiche non siano sostanziali” ha affermato. Ci sono però delle riflessioni da fare. 

Un mondo di agenti?

Che sia in corso una rivoluzione è innegabile e la paura è che il mondo venga presto dominato da agenti AI che avranno bisogno solo di un minimo intervento umano. La stessa Anthropic ha messo in piedi un think tank da 30 persone per studiare gli effetti dell’utilizzo di questi ultimi sul mercato del lavoro. Per stessa ammissione di Clark poi, le difficoltà sono maggiori per i neolaureati, che dovranno capire come analizzare e collegare diverse discipline e paradigmi lavorativi tra loro. 

“La cosa importante è sapere quale sia la domanda giusta da porre” ha detto Clark. “E anche intuire cosa potrebbe fuoriuscire dalla collisione tra le informazioni provenienti da varie materie”. Ci si deve insomma ingegnare e concentrare su nuovi binari professionali per farsi strada. Il che non equivale a dire che nessuno troverà più un’occupazione o che si cancelleranno all’improvviso le mansioni conosciute finora.

L’AI farà lavorare di più

La realtà sotto gli occhi di tutti è che al momento tutto sembrerebbe fuorché che l’AI faccia lavorare di meno. “Non è assolutamente così” ha asserito per esempio Daniel Herscovici, CEO della compagnia di software Plume: “Semplicemente sto facendo di più di quanto non facessi prima nelle mie otto o 12 ore di lavoro giornaliere, questo di sicuro”. 

E poi l’utilizzo non è ancora così massivo da sollevare troppa preoccupazione. Lo ha sostenuto per esempio Jon Clifton, CEO della società di consulenza Gallup: “Circa il 50% dei lavoratori americani dichiara di utilizzare software AI”. Ma gli effetti sono a suo dire di poco conto: “Stiamo vedendo aumentare la produttività? Perché se è vero che si usano molto le nuove tecnologie, ciò non avviene nel quotidiano: è così solo per il 13% dei lavoratori”. 

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