Sotto a chi tocca: il film che svela le devianze del recruitment

Sei professionisti vengono convocati per quello che credono essere l’assessment decisivo per un’ambitissima posizione apicale. Chiusi in una stanza e costantemente monitorati come cavie da laboratorio da un’azienda spettrale, i candidati scoprono ben presto che la selezione ha regole proprie: tra di loro si nasconde una talpa aziendale e chi varca la porta ed esce dalla stanza è fuori per sempre. Da quel momento, il processo di selezione degenera in un microscopico esperimento sociale basato su umiliazioni, alleanze tattiche e tradimenti sistematici. Questa, in breve, la sinossi di Sotto a chi tocca, terza regia di Giorgio Pasotti, che ne è anche interprete, e uscito nelle sale italiane l’8 ottobre 2026.
Il valore metaforico della pellicola tocca da vicino chi si occupa di People & Culture. Sotto a chi tocca decostruisce la dicitura ‘Risorse Umane’ spogliandola di ogni residuo di empatia e riportandola al suo significato più letterale e utilitaristico: l’individuo come materiale di consumo da prosciugare e sacrificare sull’altare degli obiettivi d’impresa. Nel processo di selezione messo in scena da Pasotti, su sceneggiatura firmata con Federico Baccomo, l’assessment non misura l’hardware tecnico né le soft skills relazionali, ma testa tre parametri ben più cinici: la tolleranza al ricatto emotivo e resistenza allo stress claustrofobico, la propensione all’individualismo tossico e alla cannibalizzazione dei pari e il livello di addestramento alla docilità di fronte a regole assurde.
La precarietà come leva di ricatto sistemico
La riflessione sul lavoro contemporaneo si inserisce nel solco già tracciato da opere teatrali e cinematografiche sul tema dei processi selettivi estremi (dal celebre El Método Grönholm a Ebeling), ma con un’impronta legata all’emergenza sociale della precarietà diffusa. Quando la stabilità professionale viene percepita come una risorsa scarsa e non garantita, il successo del collega/candidato rivale smette di essere uno stimolo e diventa una vera e propria minaccia esistenziale. La precarietà trasforma la stanza della selezione in un microcosmo dove la perdita dell’umanità appare un costo accettabile pur di scongiurare il verdetto cinico e definitivo: “Non ce l’hai fatta. Avanti il prossimo!”.
Per il management moderno, la provocazione lanciata da Pasotti funziona come un contro-modello di Employer Branding. Quando le dinamiche competitive superano il livello di guardia e le metriche di selezione premiano il cinismo a scapito dell’etica, l’organizzazione rischia di costruire team fondati sulla sfiducia reciproca e la prevaricazione del singolo sul gruppo. Il film pone una domanda fondamentale a chi oggi disegna i processi di selezione e gestisce persone: fino a che punto una cultura aziendale orientata alla prestazione può spingersi prima di trasformare i propri collaboratori da risorse ad asset da smaltire?
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