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giovedì, 8 Ottobre, 2026

L’Italia consuma il passato e ipoteca il futuro

Il vero problema dell’Italia non è il debito pubblico. È un sistema economico che da troppo tempo produce meno valore di quanto distribuisce. Per sostenere il proprio livello di benessere il Paese consuma il capitale costruito dalle generazioni precedenti e trasferisce costi crescenti a quelle future.
8 Ottobre 2026
Di: Giorgio Merli
8 Ottobre 2026

Da anni ci ripetono che il problema dell’Italia è il debito. Ma il debito è soltanto il sintomo. La vera malattia è che da troppo tempo il Paese produce meno valore di quanto gli serva per sostenere il proprio livello di benessere. La differenza viene colmata in due modi: consumando la ricchezza accumulata nel passato e trasferendo costi crescenti al futuro attraverso il debito. In altre parole, l’Italia mantiene il presente utilizzando contemporaneamente l’eredità delle precedenti generazioni e facendo debiti da lasciare alle prossime. Viviamo chiaramente al di sopra delle nostre possibilità. Basta osservare ciò che sostiene ancora oggi una parte significativa della nostra ricchezza.

Le infrastrutture fondamentali del Paese sono state realizzate tra gli anni Cinquanta e Ottanta. Gran parte del patrimonio immobiliare delle famiglie deriva da decenni di accumulazione precedente. Molti dei marchi che trainano il Made in Italy sono stati costruiti da imprenditori trent’anni fa. Persino il risparmio privato, che continua a rappresentare una delle principali forze dell’economia italiana, è il risultato di una stagione di sviluppo che appartiene sempre più al passato (ma ora, in verità, anche frutto delle immissioni finanziarie a debito nel sistema). Il problema non è aver ereditato questa ricchezza. Sarebbe assurdo considerarlo un difetto. Il problema è che da troppo tempo consumiamo la nostra ricchezza strutturale più velocemente di quanto riusciamo a sostituirla. E così utilizziamo il debito per colmare la differenza. È qui che il dibattito pubblico tende a fermarsi sulla superficie del problema. Si discute continuamente di come ridurre il debito (senza mai riuscirci), ma molto meno di come aumentare la capacità del Paese di creare valore. Eppure è proprio questa la questione centrale.

Il (vero) confronto corre sul filo del valore

Per capire il punto basta confrontare l’Italia con la Germania (che peraltro non è attualmente uno dei paesi più performanti). Nel dibattito italiano si sente spesso ripetere che i tedeschi sono più disciplinati e che dispongono di un sistema industriale migliore. Sono affermazioni che contengono elementi di verità, ma rischiano di nascondere il problema principale. La differenza fondamentale è che il lavoro tedesco genera mediamente molto più valore aggiunto del lavoro italiano. In Germania, quando un lavoratore entra in una fabbrica, in un centro di ricerca o in un’azienda di servizi, opera all’interno di un sistema con posti di lavoro che creano un elevato valore aggiunto. Il risultato è che ogni ora lavorata produce più valore economico. Ed è il valore aggiunto che consente salari più elevati, pensioni più alte, maggiori investimenti e maggiori entrate fiscali. Vale la pena di ricordare che non è vero il contrario, perché in Italia sembra che qualcuno pensi che aumentando gli stipendi aumenti automaticamente il Pil reale del Paese.

Per anni l’Italia ha cercato di competere comprimendo i costi, cosa che era sicuramente utile quando potevamo competere sui prezzi. E quando ci siamo poi trovati a dover competere con Paesi con costi del lavoro molto più bassi, molte imprese hanno preferito difendere i margini riducendo gli investimenti anziché aumentare il valore dei prodotti e dei servizi offerti. E così il valore aggiunto dei nostri posti di lavoro non è aumentato come nei Paesi che hanno invece innovato fortemente i loro prodotti/servizi e i relativi modelli di business. Naturalmente esistono straordinarie eccezioni, aziende che competono ai massimi livelli mondiali e che rappresentano il meglio del nostro sistema produttivo. Ma il problema deriva dalla situazione generale, che presenta invece una grande staticità. Un’economia che produce poco valore aggiunto non può distribuire ricchezza che non crea. Prima o poi il conto arriva (e ci è arrivato con gli interessi!), sotto forma di crescita più bassa, sotto forma di salari stagnanti, sotto forma di minori investimenti e, inevitabilmente, sotto forma di debito.

Meno lavoratori, più incentivi: la ricetta per il disastro (economico)

Esiste poi un secondo aspetto che raramente occupa le prime pagine dei giornali. Gli italiani non lavorano soltanto in un sistema che produce meno valore. Lavorano anche per un numero inferiore di anni rispetto a quanto avviene in molte economie avanzate. Entrano più tardi nel mercato del lavoro e ne escono prima e hanno periodi di inattività più lunghi. Il risultato è che la vita lavorativa complessiva è più corta rispetto agli altri paesi europei occidentali: in Italia è di 32 anni, in Germania 40, cioè il 25% in più. Anche questo riduce la quantità di valore che il sistema riesce a generare. Se si considerano il maggior valore aggiunto dei posti di lavoro (circa il 30% in più) e il maggior contributo nella vita di ogni lavoratore (25% in più), si spiega facilmente la differenza di valore aggiunto pro-capite tra Italia e Germania.

Attribuire la responsabilità di queste mancanze italiane a un solo soggetto sarebbe però troppo semplice. Le responsabilità sono diffuse. Riguardano la politica, che spesso ha privilegiato il consenso immediato rispetto alle riforme strutturali. Riguardano lo Stato, che ha costruito regole e incentivi non sempre favorevoli alla produttività. Riguardano una parte del mondo imprenditoriale, che ha investito meno di quanto sarebbe stato necessario in innovazione e capitale umano. E riguardano anche una cultura diffusa che per molti anni ha considerato il posto di lavoro come una rendita da difendere piuttosto che come uno strumento per creare nuovo valore.

Per questo motivo il dibattito sull’immigrazione viene spesso affrontato in termini fuorvianti. Si sostiene che il problema italiano sia la mancanza di lavoratori. Ma se i posti di lavoro continuano a produrre poco valore aggiunto, aumentare semplicemente il numero degli occupati non risolve il problema strutturale. Un’economia può avere più lavoratori e restare relativamente povera. Oppure può avere meno lavoratori e generare molta più ricchezza. La differenza sta nel valore creato dai posti di lavoro del Paese e dalla vita lavorativa utile dei suoi abitanti. Se lavorassimo 40 anni come i tedeschi, avremmo 8 milioni di lavoratori attivi in più e potremmo limitare il ricorso agli immigrati solo per i lavori che gli italiani non vogliono più fare. È questo il nodo che l’Italia continua a evitare. Discutiamo di pensioni senza discutere abbastanza di produttività. Discutiamo di debito senza discutere di valore aggiunto. Discutiamo di redistribuzione senza discutere su come generare la ricchezza da distribuire. Nel frattempo continuiamo a consumare il patrimonio costruito dalle generazioni precedenti e ad anticipare spese lasciandone il debito a quelle future.

È un equilibrio che può durare fino a quando si può continuare a fare debito, ma comunque accettando un continuo impoverimento strutturale del paese. Dovesse terminare la copertura del debito da parte dell’Europa, crolleremmo in una recessione irrefrenabile. Prima o poi ogni Paese è chiamato a confrontarsi con una realtà semplice: il benessere non può essere distribuito se prima non viene creato. Ed è proprio qui che si trova la vera questione italiana. Non nel debito, ma nel fatto che distribuiamo valore che non abbiamo creato. Si potrebbe uscire da questo trend negativo impostando un Piano di sviluppo con la priorità ‘aumento del valore aggiunto dal Paese (cioè del Pil)’, ma parlarne in Italia sembra un tabù. Nessuno fa proposte su come aumentare il Pil. Si discute solamente del come distribuirlo. Eppure dovrebbe essere il primo obiettivo di un governo. Se ne ricava l’impressione che i nostri politici non sappiano come farlo o non sia di loro interesse. Che sia colpa di noi elettori?

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