L’AI ci rende antropomorti?

La tecnologia non sta cambiando soltanto il modo in cui comunichiamo o trascorriamo il nostro tempo libero. Sta modificando anche il modo in cui apprendiamo e ci relazioniamo con gli altri. Un cambiamento che inevitabilmente arriva anche nel mondo del lavoro, dove le nuove generazioni portano aspettative, competenze e modalità di approccio differenti dal passato. È proprio da questa trasformazione che prende spunto La scimmia antropomorta, il saggio di Olivia Ninotti, Neuropsichiatra Infantile e Direttrice Sanitaria e NPI della sede di Milano di AIAS ETS, che invita a riflettere sul rapporto sempre più stretto tra essere umano e tecnologia.
L’obiettivo del libro è infatti rendere le persone più consapevoli sia dei rischi sia delle potenzialità della tecnologia. Questo perché, secondo Ninotti, non è possibile tornare indietro: la tecnologia ormai fa parte della vita quotidiana e continuerà a evolversi. Proprio per questo è necessario trovare un equilibrio ed essere consapevoli del modo in cui la si utilizza.
L’idea della neuropsichiatra nasce anche dalla sua esperienza professionale: “Lavorando quotidianamente con bambini e adolescenti osservo direttamente i cambiamenti che le nuove tecnologie stanno producendo nelle nuove generazioni; non si tratta più solo di semplici strumenti che i giovani imparano a utilizzare, perché il mondo digitale, per loro, è diventato un vero e proprio ambiente di vita”.
Proprio perché per le nuove generazioni la tecnologia rappresenta un ambiente di vita vero e proprio, anche gli stimoli ai quali sono sottoposti sono cambiati, in particolare rispetto alla quantità. Essendo quindi immersi in un ambiente simile, il tempo dell’attenzione sostenuta (vale a dire la capacità di mantenere una concentrazione costante e stabile su un compito o uno stimolo per un periodo prolungato) tende a ridursi. Il cervello si adatta all’ambiente nel quale vive e, proprio per questo, l’immersione costante nella tecnologia può produrre una vera e propria trasformazione delle modalità cognitive.
Nuove generazioni e mondo del lavoro
Questo scenario si riflette anche nel mondo del lavoro. Per esempio, Ninotti, nel suo saggio fa riferimento a quello che è il nuovo metodo educativo: non è più fondamentale che i giovani siano ‘bravi’, devono anche essere ‘felici’. Da qui il principio per il quale le nuove generazioni vanno alla ricerca di aziende ‘felici’, piuttosto che di ‘buone’ aziende. In questo senso i più giovani, rispetto alle generazioni precedenti, sembrano attribuire maggiore importanza, non solo alla retribuzione e allo sviluppo della carriera, ma anche al benessere personale e alla qualità della vita, come conferma anche il GenZ Intelligenze Report, realizzato da Il Sole 24 Ore in partnership con WTW e con la collaborazione di University Box. Infatti, i dati emersi confermano l’equilibrio tra vita privato e lavoro e il benessere personale sono la priorità assoluta.
“Per le generazioni precedenti prevaleva spesso un’etica del sacrificio: la priorità era trovare un lavoro, fare esperienza e costruire progressivamente una carriera. Le nuove generazioni, invece, chiedono maggiormente che la professione possa conciliarsi con la vita personale. Lo Smart working, per esempio, è diventato per molti un elemento importante nella valutazione di un lavoro”, sottolinea Ninotti, considerandolo un cambiamento positivo, perché rappresenta il recupero di un equilibrio che (forse) le generazioni precedenti avevano trascurato.
Allo stesso tempo però, osserva un’altra tendenza, quella dell’iperspecializzazione. I giovani possono diventare estremamente competenti in un settore specifico, ma rischiano di perdere una visione più ampia e interdisciplinare. Secondo l’esperta, si sta progressivamente indebolendo una formazione più generale, capace di mettere insieme conoscenze diverse. Ed è qui che entrano in campo l’immaginazione e la creatività.
Il rischio di diventare… antropomorti
Due elementi fondamentali, racconta Ninotti nel suo saggio, per evitare la deriva e diventare in tutti i sensi scimmie antropomorte. Infatti, uno dei concetti centrali riguarda il rischio che l’essere umano finisca per assumere sempre più le caratteristiche della propria tecnologia. L’autrice descrive la tecnologia non più soltanto come uno strumento esterno, ma come un ambiente nel quale l’essere umano vive: “Le tecnologie create dall’uomo stanno progressivamente sostituendo alcune funzioni cognitive, affettive e relazionali e, allo stesso tempo, stanno contribuendo a riplasmare il modo in cui le persone pensano e si relazionano”.
Il rischio è quindi quello di perdere alcuni elementi fondamentali della propria umanità. Tuttavia, questo processo non è necessariamente irreversibile. Infatti, un elemento fondamentale è la plasticità del cervello: se il cervello può modificarsi in risposta all’ambiente, può anche essere riconfigurato attraverso un utilizzo più consapevole della tecnologia. L’obiettivo non è quindi quello di eliminare i nuovi strumenti, ma imparare a utilizzarli in maniera più adattiva, affinché il progresso tecnologico non comporti necessariamente una perdita di umanità.
Il principio vale anche per l’Intelligenza Artificiale (AI). Non si tratta di stabilire se l’AI sia semplicemente ‘buona’ o ‘cattiva’: può aiutare l’essere umano a risolvere problemi, può essere utile nello studio e può rendere più veloci numerose attività lavorative. Il punto fondamentale è come è utilizzata. “Il problema non è la tecnologia in sé, ma il rischio che l’essere umano permetta che essa lo sostituisca per comodità, per convenienza economica o persino per comodità di pensiero”, sottolinea Ninotti.
Educare alla tecnologia
Pure i social network, soprattutto nel caso degli adolescenti, sono coinvolti in questo ragionamento. Il divieto, secondo Ninotti, non è una soluzione efficace: vietare completamente qualcosa, soprattutto in adolescenza, scatena l’effetto contrario, perché aumenta la curiosità e il desiderio di utilizzarla. Bisogna educare all’utilizzo della tecnologia.
“È come quando a un bambino piace un dolce. Il genitore, invece di farglielo mangiare tutto, gli insegna che può mangiarne un solo pezzo e che esistono delle regole. Allo stesso modo l’utilizzo dei social e degli strumenti digitali dovrebbe essere accompagnato da regole, limiti e responsabilità. L’educazione digitale dovrebbe quindi partire dal dialogo e dalla consapevolezza”, afferma l’esperta. Il principio fondamentale dunque è quello dell’educazione, non del divieto. Bisogna comprendere ciò che utilizziamo e riconoscerne i rischi e sfruttarne le potenzialità.
In questo senso, La scimmia antropomorta non vuole demonizzare la tecnologia, ma propone una riflessione sull’equilibrio tra innovazione e umanità, ricordando che il futuro non consiste nel tornare indietro, ma nell’imparare a utilizzare consapevolmente gli strumenti che l’essere umano stesso ha creato.
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