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sabato, 7 Novembre, 2026

Forza lavoro

Il grande bluff della carenza dei lavoratori

Non è vero che mancano le risorse: basterebbe usare quelle che già ci sono. La narrazione retorica dell’emergenza mismatch rischia di portare fuori strada, la soluzione è intervenire su quelle persone che potrebbero lavorare e non lo fanno.
30 Gennaio 2026
Di: Giorgio Merli
30 Gennaio 2026

Da qualche anno in Italia sembra non esserci un confronto su temi economici che non arrivi alla medesima conclusione: mancano i lavoratori. Le imprese non trovano personale, interi settori parlano di emergenza, le previsioni demografiche vengono evocate come una condanna inevitabile.  Secondo alcune stime, mancherebbero tra gli 800mila e il milione di lavoratori e tra 10 o 15 anni potrebbero mancarne fino a 3 milioni. È su questi numeri che si costruisce una narrazione apparentemente lineare: pochi giovani, troppe pensioni, una forza lavoro che si restringe. Da qui, soluzioni altrettanto lineari: più immigrazione, più flessibilità, allungamento dell’età pensionabile. Eppure, guardando la situazione più da vicino, il quadro è diverso da come ci viene presentato, specialmente nelle possibili soluzioni.  

Infatti, una parte rilevante di quei lavoratori mancanti in realtà esiste già. Solo che si tratta di lavoratori che non lavorano, o lavorano meno di quanto potrebbero, o lavorano altrove. Non è vero che uno dei principali motivi di mancanza di lavoratori attivi è il fatto che in Italia si va in pensione prima degli altri Paesi europei. L’età media effettiva di pensionamento è ormai allineata a quella tedesca, intorno ai 64–65 anni. Però, nonostante da noi si vada in pensione alla stessa età dei tedeschi, la durata complessiva della vita lavorativa italiana è molto più corta: poco più di 32 anni, contro quasi 40 in Germania. Il problema non è dunque quando si esce dal mondo del lavoro, ma quando ci si entra. La differenza non sta alla fine della carriera, ma all’inizio e nel mezzo.

Gli italiani entrano nel mercato del lavoro troppo tardi. Non perché studino troppo, ma perché il passaggio dalla formazione all’occupazione è lento, incerto, frammentato. Tra stage, contratti brevi, periodi di inattività e sottooccupazione, si perdono anni che non tornano più. Ogni anno di lavoro perso a 25 anni non è come uno perso a 60: pesa molto di più sull’intera traiettoria lavorativa. Recuperare anche solo tre o quattro anni all’inizio significherebbe, nel tempo, aumentare sensibilmente la base dei lavoratori attivi.

Se avessimo una durata della vita lavorativa simile a quella tedesca (40 anni invece di 32), la forza lavoro attiva sarebbe addirittura superiore di circa il 25% rispetto all’attuale. Con una quota di occupati di circa 26 milioni di persone nel 2026, significherebbe avere a regime oltre 6,5 milioni di lavoratori in più. Anche ipotizzando che possano servire vent’anni per colmare questo divario, parliamo comunque dell’equivalente di oltre trecentomila lavoratori in più all’anno: più di quanti ne vengano oggi indicati come mancanti.

L’emigrazione dei giovani e il lavoro femminile: due bacini sommersi

Ma c’è un altro effetto, spesso sottovalutato. Molti giovani, proprio in questa fase iniziale così fragile, scelgono di andarsene all’estero. Non perché all’estero ‘ci sia più lavoro’ in astratto, ma perché trovano ciò che qui spesso manca: ingresso più rapido, carriere più leggibili, prospettive meno incerte. L’emigrazione giovanile non è solo un problema demografico. È una perdita diretta di forza lavoro e di capitale umano già formato con risorse pubbliche italiane. Ridurre in modo significativo questa emigrazione avrebbe un doppio effetto: più giovani che restano e più anni di lavoro che si accumulano nel Paese. E non è utopistico immaginare anche al possibile rientro di una parte di chi è già andato via. Molti tornerebbero se esistessero condizioni credibili di lavoro e di vita e retribuzioni più alte. Invece che perdere lavoratori e quanto speso per formarli, sarebbe più conveniente detassare le loro retribuzioni lorde per colmare in tutto, o in parte, la differenza rispetto alle retribuzioni estere.

Poi c’è il grande tema strutturale dell’occupazione femminile. In Italia le donne lavorano meno, entrano più tardi, escono più spesso e rientrano con maggiore difficoltà. Le carriere si spezzano nel momento di massima produttività, tra i 30 e i 45 anni, e quelle interruzioni troppo spesso diventano definitive. Qui il problema non è la scelta individuale, ma l’organizzazione del sistema Italia: servizi di cura insufficienti, part‑time penalizzante, carriere costruite su modelli maschili novecenteschi. Se l’occupazione femminile italiana si avvicinasse anche solo alla media europea, il Paese recupererebbe un bacino di lavoratori pari a oltre 1 milione di unità equivalenti in modo stabile.

Il paradosso delle ore ferme

Si potrebbe pensare che il problema sia risolvibile solo nel futuro: giovani da trattenere, donne da includere, emigrati da far tornare. Ma c’è anche un paradosso del presente. Ogni anno, in Italia, circa 140 milioni di ore di lavoro vengono sospese attraverso la Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) e solo una piccola parte viene utilizzata (circa 38 milioni). Lavoratori formalmente occupati, spesso con competenze preziose, restano inattivi perché la loro azienda è in crisi o in ristrutturazione, con basse probabilità di ripresa. Si tratta di circa 100 milioni di ore pagate e non utilizzate. È l’equivalente di 57mila lavoratori pagati per non fare niente.

Nel frattempo, altre imprese – talvolta nello stesso territorio – non trovano personale. Lo Stato paga perché alcune persone non lavorino, mentre altre aziende rinunciano a produrre per mancanza di lavoratori. È difficile immaginare un esempio più evidente di cattiva allocazione delle risorse. Quelle ore potrebbero diventare una risorsa temporanea, o anche definitiva, per altre imprese: distacchi, prestiti di manodopera, utilizzo interaziendale. Non per smantellare la Cigs, ma per trasformarla da parcheggio a ponte.

Mettendo insieme quanto argomentato finora, il quadro della carenza di lavoratori cambia radicalmente. Tra ingresso anticipato dei giovani, riduzione dell’emigrazione, rientro di una parte degli espatriati, aumento dell’occupazione femminile, utilizzo delle ore oggi ferme in Cigs e migliore integrazione delle nuove generazioni, l’Italia potrebbe recuperare tra 1,8 e 2,8 milioni di lavoratori equivalenti. Una cifra paragonabile – se non superiore – alle stime della carenza annunciata per i prossimi decenni. La forza lavoro non manca: non è utilizzata. La vera emergenza non è la quantità di persone, ma il modo in cui il lavoro è organizzato, distribuito, reso fruibile. Entriamo tardi, usciamo troppo spesso, teniamo ferme risorse pagate dallo Stato e lasciamo andare capitale umano che poi diciamo di rimpiangere. Forse, prima di chiederci dove trovare nuovi lavoratori, dovremmo chiederci perché quelli che abbiamo non riescono a lavorare davvero.

Il valore del lavoro non aumenta con l’immigrazione

Un Paese in calo demografico deve smettere di illudersi di poter far crescere il Pil complessivo nazionale. L’obiettivo realistico – e necessario – è l’aumento del Pil pro capite. Recuperare le ore di lavoro oggi inutilizzate potrebbe, in teoria, consentire un aumento del Pil addirittura del 10%, colmando larga parte del divario con gli altri Paesi europei. Ma questo recupero di ore di lavoro non garantisce affatto di poter raggiungere tale risultato. Il nodo vero è il valore aggiunto dei nostri posti di lavoro, troppo basso rispetto a Francia, Germania e ancor più rispetto ai Paesi del Nord Europa. Un posto di lavoro tedesco genera circa il 45% di valore in più di uno italiano. In mercati maturi e saturi, la produttività non cresce inseguendo l’efficienza: non possiamo competere sui volumi con Paesi che hanno costi del lavoro tre volte inferiori (ad esempio la Polonia).

Servirebbero aumenti di efficienza semplicemente impossibili. L’unica strada è aumentare il valore dei prodotti e dei servizi. E qui falliscono gli imprenditori, che non riescono ad aumentare il valore dei loro prodotti o servizi, ma anche lo Stato, che da decenni finanzia a pioggia l’aumento dell’efficienza anziché l’aumento del valore. Risultato: utili aziendali più alti, talvolta meno occupazione grazie all’automazione, ma produttività ferma.

Non a caso, mentre il Pil ristagna, la ricchezza finanziaria degli italiani è cresciuta molto. Le decine di miliardi di nuovo debito che facciamo ogni anno (50-100 miliardi all’anno negli ultimi 50 anni) finiscono nelle coperture dei costi del welfare (non sostenuti dal Pil) e nei conti correnti degli italiani (aumentati di ben 1.600 miliardi nel decennio 2011-2021).  E intanto il Pil reale non cresce, e quello nominale regge solo grazie a iniezioni straordinarie di finanza come quelle del Superbonus e del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Senza un cambio radicale di rotta, il lavoro potrà anche aumentare con l’utilizzo di lavoratori immigrati. Il reddito pro capite no (anche perché i lavori affidati agli immigrati sono in generale a basso valore aggiunto). Comunque, non ci servono altri lavoratori, tranne che per quei lavori che gli Italiani non vogliono più fare.

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