Smart working, uno sguardo al futuro
La storia ci ha insegnato che il “lavoro” non può essere escluso da ciò che determina il funzionamento della società. Al di là di citazioni più o meno evocative, solo attraverso il lavoro è possibile immaginare una società più giusta dove poter realizzare collettivamente e singolarmente progetti di vita. Proprio questa prerogativa ci offre la […]
La storia ci ha insegnato che il “lavoro” non può essere escluso da ciò che determina il funzionamento della società. Al di là di citazioni più o meno evocative, solo attraverso il lavoro è possibile immaginare una società più giusta dove poter realizzare collettivamente e singolarmente progetti di vita.
Proprio questa prerogativa ci offre la possibilità di analizzare come esso possa essere influenzato dai cambiamenti sociali e, viceversa, come possa essere artefice dei medesimi. “Cambia il mondo”, si va dicendo. In effetti si stanno realizzando molto più velocemente che nel passato alcuni mutamenti nella resa di alcune attività che hanno un diretto impatto sul mondo del lavoro e nello specifico sulle modalità di ‘prestar’ l’opera. Non è una novità.
Siamo passati attraverso le rivoluzioni industriali che hanno modificato addirittura le demografie degli Stati, le abitudini di intere popolazioni, i consumi, ecc. Siamo di fronte a un altro evento importante. Si sta mettendo in discussione il modello contrattuale ordinario e non sotto il profilo generale qualificatorio, bensì circa gli elementi costitutivi di esso che fino a oggi hanno condotto le prestazioni e i modelli organizzativi.
Ciò che mi lascia un po’ perplesso è che il tutto stia avvenendo in modo disorganico, in assenza di una reale cultura e competenza che possa apprezzarne opportunità e criticità; il dibattito si è spostato mediaticamente anche sui social dove in assenza di solide basi tecniche è facile disorientarsi. Digitalizzazione, tecnologia, delocalizzazione, pandemia non hanno fatto altro che accelerare l’attuazione di processi e schemi già noti; spero che nessuno pensi allo Smart working come alla ‘creatura’ dell’ultimo anno…
Nuovi modelli organizzativi per assicurare la produttività
In realtà l’idea che determinate attività lavorative possano essere rese al di là e al di fuori di rigidi vincoli di luogo e di orario non è una novità, la novità è la volontà di mettere a terra tutto ciò e renderlo virtuoso. Introdurre modelli organizzativi capaci di adeguare le necessarie redditività e produttività d’impresa con l’attenzione – questo è l’elemento di cambiamento sociale attenzionato – all’equilibrio del tempo vita-lavoro del cittadino-lavoratore. Si ritiene che tale obiettivo possa essere meglio raggiunto ripensando ad almeno due elementi del contratto di lavoro: luogo e orario di lavoro. Molto probabilmente sarà così. Dobbiamo però fare attenzione a non banalizzare, a non essere poco attenti e né tecnicamente impreparati poiché è evidente che affrontare questi due elementi essenziali e caratterizzanti il rapporto di lavoro subordinato, a mio avviso aprirà le porte a ben altre considerazioni. Non mi riferisco certamente ai temi attualmente in discussione: controllo, strumenti, disconnessione, ecc., (tutti temi che non fanno altro che riattrarre – o meglio tentare di riattrarre – lo Smart working sotto la vecchia egide). Mi riferisco allo spostamento del sinallagma contrattuale, all’idea che non ci sia più la logica fordista di messa a disposizione del tempo e solo di esso, bensì si cominci a ragionare di obiettivi, responsabilità, autonomia, ecc. Questi sì che sono concetti ed elementi di rottura con il passato e che non trovano un riscontro normativo; elementi che hanno una potenzialità dirompente anche relativamente alla retribuzione e alla identificazione della giusta remunerazione che fino a oggi si fondava su un patto sociale decisamente diverso che le imprese e lo Stato non possono più mantenere.Categoria: Organizzazione, Spazio di lavoro
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