Il paradosso del salario minimo tedesco
Ha traghettato i lavoratori da realtà minori a grandi organizzazioni, ha reso più competitive le imprese e aumentato la produttività generale. A cinque anni di distanza dalla sua introduzione, il salario minimo sembra aver avuto in Germania un impatto positivo su lavoratori e imprese. Almeno su quelle di grandi dimensioni. A farne le spese, infatti, […]
Ha traghettato i lavoratori da realtà minori a grandi organizzazioni, ha reso più competitive le imprese e aumentato la produttività generale. A cinque anni di distanza dalla sua introduzione, il salario minimo sembra aver avuto in Germania un impatto positivo su lavoratori e imprese.
Almeno su quelle di grandi dimensioni. A farne le spese, infatti, sarebbero statele piccole aziende. Secondo uno studio ripreso dal Financial Times, il salario minimo tedesco avrebbe causato l’uscita dal mercato delle PMI, portando in prospettiva a ridurre la concorrenza sul mercato e la possibilità di scelta del consumatore.
La ricerca condotta dalla University College London e dall’Istituto per la ricerca sull’occupazione di Nuremberg evidenzierebbe come la politica di innalzamento del salario abbia ridotto le diseguaglianze nel mondo del lavoro senza effetti sostanziali su disoccupazione e tasso di occupazione.
Nelle regioni più esposte alla nuova misura, però, avrebbe avuto l’effetto di far calare il numero di imprese con meno di tre dipendenti e di aumentare di riflesso la quota di grandi imprese. Le compagnie di dimensioni maggiori sarebbero state, infatti, le uniche in grado di sostenere il più alto salario imposto dalla normativa.
Circa un quarto della crescita dovuta al salario minimo si spiegherebbe con il passaggio dei lavoratori a realtà più grandi, con contratti a tempo pieno, manodopera qualificata e minore livello di turnover. Senza contare che i lavoratori tedeschi oggi guadagno di più, ma a distanze maggiori: dall’introduzione del salario minimo a oggi, la distanza media percorsa dai pendolari è aumentata di 1,5 chilometri.
Fonte: Germania, Financial Times
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