AI, prima le regole e poi la tecnologia

Intelligenza Artificiale (AI)? Sì, ma con cautela (e con metodo). È questa la visione di Paola Pomi, CEO di Sinfo One, che da tempo studia – e ragiona – sull’AI e sulla sua implementazione in azienda. Per prima cosa l’imprenditrice chiarisce che la parola “artificiale” non è adeguata per definire questa tecnologia, perché richiama “artefatto”, cioè fatto a immagine dell’uomo, mentre l’AI non imita gli esseri umani, ma fa qualcosa di diverso.
Meglio – è la sua tesi – etichettarla come “intelligenza aliena”, ma non nel senso fantascientifico del termine, quanto in quello di “diversa da me”. È un’intelligenza che raccoglie la storia che abbiamo riversato nei sistemi e nella Rete, ed è capace di trovare schemi che le persone non vedono e li proietta in avanti. Da qui l’idea che l’AI non è un oracolo, ma “un osservatorio” che permette di individuare la soluzione più probabile. E quindi è bene ricordare che un’alta probabilità non equivale a una certezza.
Usare l’AI solo dove serve per davvero
Dal fatto che l’AI sia probabilistica e non deterministica discende la prima regola: serve l’intervento professionale delle persone, che devono mettere “i guardrail” alla tecnologia. Pomi ricorda l’immagine che aveva già usato per definire l’AI: un bambino di sei anni in una cristalleria. Facile immaginare che cosa possa succedere…
La seconda regola proposta dalla CEO di Sinfo One è trattare l’AI come ogni altra infrastruttura critica. Se un’azienda non riesce ad accedere al proprio gestionale è un problema; se affida agli agenti di AI task e processi, deve pretendere la stessa alta affidabilità. Serve allora tracciare le attività per non lasciare alla tecnologia troppo margine di discrezionalità.
Il messaggio più diretto riguarda le organizzazioni. L’AI, dice Pomi, non è la panacea di tutti i mali: se un’azienda ha un’organizzazione farraginosa, dati ridondanti e informazioni discordanti, e sopra si mette l’AI, il risultato è velocizzare la velocità con cui finire ‘contro il muro’. E se c’è qualcosa da sistemare nell’organizzazione, allora “forse si è sbagliata tecnologia”.
Vale anche la distinzione tra automazione e AI: se un processo è deterministico, non va affidato all’AI. Meglio scrivere un programma deterministico (magari facendolo scrivere pure all’AI) e usare la tecnologia solo dove serve. Pomi aggiunge il consiglio di usarla “quando serve e dove serve”, anche perché non conviene economicamente: essere troppo dipendenti dall’AI significa prepararsi a pagarla molto di più di adesso. Quanto all’idea di attendere che il mercato si assesti, per Pomi l’attesa sarà lunga: i modelli oggi presenti sono oltre 2 milioni e alcuni sono già stati lanciati e ritirati…
Le imperfezioni rendono uniche le aziende
C’è poi il rischio di omologazione, tendenza che caratterizza i risultati dell’AI. La CEO di Sinfo One propone un esempio che interessa ogni imprenditore: l’AI non ama le imperfezioni. Cita, a supporto della sua tesi, una immagine che tempo fa era diventata virale, cioè quella dell’attrice Alba Flores – è Nairobi de La casa di carta – ritoccata con l’AI: tolta l’imperfezione, si perde l’identità del personaggio, tanto che anche gli appassionati della serie hanno faticato a riconoscerla.
Lo stesso vale per le aziende. Se processi, organizzazione, brand e prodotto sono dati all’AI chiedendo un risultato ottimizzato, la risposta probabilistica tende a mettere tutti al centro della curva di Gauss, dove le peculiarità sono abbattute e si ottiene un risultato medio, quindi indistinguibile. Ma non sempre un’anomalia è un errore: per esempio, nel vino sono proprio certi difetti a rendere il prodotto riconoscibile. Così le anomalie rendono unica un’impresa.
La cautela proposta non è però rifiuto. L’AI, ricorda Pomi, democratizza l’accesso alle competenze tecniche: chi non ha certe skill, le può delegare alla tecnologia. Significa però che ci sono competenze che sono destinate a perdersi, ma questo vuol dire liberare spazi con imprenditorialità e con quelle soft skill che per mancanza di tempo non si riusciva a sviluppare e che contribuiscono a creare il valore aziendale. Per le piccole e medie imprese, significa anche catene di processi più brevi e maggiore capacità di adattarsi al mercato. Il cambiamento in corso, è il ragionamento dell’imprenditrice richiamando la missione dell’Apollo 13 – in cui dopo un lancio apparentemente riuscito l’equipaggio dovette affrontare problemi imprevisti – mette alla prova le aziende. L’AI aiuta a ‘vedere di più’, ma poi saremo noi umani a decidere cosa fare.
Quanto all’ERP di Oracle, Pomi inquadra la nuova trasformazione in atto degli agenti non come necessità, ma occasione per avanzare rimanendo se stessi: “Faccio mio il motto ‘Modernization without disruption’ proposto da Oracle perché siamo davanti a un nuovo Rinascimento di JD Edwards, che è sempre stato la base su cui abbiamo costruito i tasselli importanti dell’azienda”, dice l’imprenditrice. “L’AI non farà che rendere ancora una volta questi tasselli centrali con un approccio nuovo, ma senza disruption”.
Articoli correlati

Cybersecurity in fabbrica, orientarsi tra standard e linee guida

Donne e tecnologia, la sfida di fare carriera
Mercoledì a Bergamo






