Elogio alla noia

Entri in una stanza vuota. Non c’è un telefono, non c’è un libro, non c’è una finestra da cui osservare un paesaggio interessante: solo una sedia, un tavolo e un pulsante. Se lo premi, ti dà una scossa, non letale, ma leggermente dolorosa. Il ricercatore ti dice una cosa sola prima di uscire: stai qui quindici minuti, da solo, con i tuoi pensieri. Puoi premere il pulsante, ma nessuno ti obbliga. Oltre alla scossa, il pulsante non fa altro: non ci sono premi. Quindici minuti. Non un’ora, non un pomeriggio: il tempo medio di attesa del bus a Roma, meno di una puntata di The Office.
Un gruppo di ricercatori dell’Università della Virginia ha messo alla prova centinaia di persone in questa esatta situazione, in un esperimento pubblicato su Science nel 2014: il 67% degli uomini e il 25% delle donne ha scelto di premere il pulsante almeno una volta, pur di non restare da solo con la propria testa un minuto di più. Non solo: gli uomini in particolare hanno scelto di premere più di una volta, con una media di 1,47 volte su tutto il campione, arrivando fino a 9 scosse. Le donne, invece, un po’ più morigerate: in media, si sono limitate ad una pressione singola.
E poi c’è lui. Il partecipante che si è meritato una nota a parte nello studio, il caso anomalo che spunta sempre in un campione abbastanza grande e che qui è diventato leggenda: centonovanta scosse elettriche autoinflitte in quindici minuti. Fai il conto: una ogni cinque secondi scarsi. Prova a immaginare quanto deve essere insopportabile la compagnia dei tuoi pensieri se la alternativa più tollerabile, quella che scegli tua sponte, è farti attraversare da una corrente elettrica col ritmo di un metronomo impazzito.
Un pulsante sempre in tasca
Quel pulsante, oggi, ce l’abbiamo tutti in tasca, solo che non dà scosse, ma notifiche e, invece della corrente elettrica, rilascia dopamina e lo premiamo molto più spesso di una volta ogni cinque secondi. Il problema è che, a furia di premerlo, stiamo disattivando qualcosa che nel cervello serve eccome. Quando ti annoi, il cervello attiva una rete precisa, chiamata Default Mode Network: la rete che entra in funzione proprio quando smetti di concentrarti su un compito preciso e la mente comincia a vagare per conto suo. Per anni si è pensato fosse solo un sottoprodotto, il rumore di fondo di un cervello a riposo.
Uno studio del 2025 dell’Università dello Utah ha dimostrato che è tutt’altro: i ricercatori hanno impiantato elettrodi direttamente nel cervello di pazienti epilettici (che li portano comunque per motivi clinici, quindi si sono prestati all’esperimento) e hanno registrato l’attività di quella rete mentre i partecipanti facevano vagare la mente o inventavano usi alternativi per oggetti comuni. Poi hanno fatto una cosa ancora più netta: hanno usato una stimolazione elettrica diretta per interrompere quella rete a comando. Al di là dell’ovvia considerazione (che ai ricercatori piace molto dare le scosse), è emerso un fatto interessante: le risposte creative crollavano di qualità, in tempo reale, sotto i loro occhi. Interrompere il vagare della mente riduce la capacità del nostro cervello di trovare soluzioni.
Detto in un’altra maniera: la noia è l’anticamera biologica dell’ideazione. Se chiudi la porta di quell’anticamera ogni volta che si apre, prima ancora che la mente cominci davvero a vagare, quell’idea semplicemente non arriva. Negli anni Novanta, il neuroscienziato Wolfram Schultz ha scoperto, registrando l’attività dei neuroni dopaminergici, che la dopamina si attiva quando la ricompensa è incerta, molto più che quando arriva puntuale come previsto (il cosiddetto reward prediction error: il cervello premia se stesso di più per una sorpresa che per un risultato atteso: lo stesso meccanismo che rende le slot machine così addictive). Le app che scorriamo tutto il giorno, dal feed dei social alla posta, sono costruite esattamente attorno a questo principio: non sai mai se lo scroll successivo ti regalerà qualcosa di interessante o niente e quell’incertezza è quello che le rende così difficili da mollare.
Una trappola biologica che spegne la creatività
Ogni volta che vediamo una notifica sul cellulare si attiva questo meccanismo: incertezza (chissà se sarà qualcosa di interessante), il dito che si muove quasi di volontà propria, interrompendo il corso dei nostri pensieri ed una dolcissima scarica di dopamina quando effettivamente vediamo qualcosa di marginalmente interessante. Secondo la psichiatra di Stanford Anna Lembke, autrice del libro Dopamine Nation (2021), il cervello risponde a stimolazioni ripetute di questo tipo ricalibrando il proprio equilibrio fra piacere e disagio: più stimoli frequenti riceve, più il livello base si abbassa, e le situazioni neutre o vuote, quelle in cui prima ci si annoiava e basta, cominciano a sembrare via via più intollerabili. Il sistema di ricompensa si sposta letteralmente verso l’alto, perché subentra una sorta di assuefazione alla dopamina. La Default Mode Network di dopamina non ne libera per nulla e man mano che diventiamo più assuefatti a questo neurotrasmettitore, più è intollerabile per noi non averne in circolo.
Sui ragazzi, questo spostamento cade su un cervello che sta ancora costruendo gli strumenti per gestirlo. Il lobo frontale, quello che regola l’autocontrollo, matura fra i 16 e i 17 anni: è la stessa età in cui, secondo le ricerche raccolte da Children and Screens, la tolleranza alla noia comincia finalmente a stabilizzarsi. Se in quella stessa finestra di sviluppo il cervello riceve dosi costanti di stimolazione a rapporto variabile prima ancora che l’autocontrollo abbia finito di formarsi, il freno che dovrebbe costruirsi da solo, quello con cui si regge un’attesa, una fila, un pomeriggio senza programmi, non fa in tempo a irrobustirsi. Un ragazzino che dice ‘mi annoio’ e riceve immediatamente uno schermo salta quella fondamentale palestra in cui allenarsi a restare nella Default Mode Network e goderne dei benefici più lenti.
Negli adulti lo stesso principio si vede da un’altra angolazione, quella della creatività sul lavoro. Un filone di ricerca lo chiama incubazione: il periodo in cui un problema resta apparentemente accantonato, mentre la mente continua a lavorarci sotto traccia. Uno studio del 2012 di Benjamin Baird e Jonathan Schooler, pubblicato su Psychological Science, ha diviso i partecipanti in quattro gruppi dopo un primo test di creatività (elencare usi insoliti per un oggetto comune): un gruppo affrontava un compito cognitivamente impegnativo, uno un compito semplice e poco assorbente, uno restava a riposo, uno non aveva alcuna pausa. Al secondo test, solo il gruppo con il compito semplice, quello che lasciava la mente libera di vagare, migliorava il punteggio di creatività: gli altri tre restavano fermi. Uno studio del 2014 di Sandi Mann e Rebekah Cadman, dell’Università del Lancashire Centrale, arriva alla stessa conclusione da un’altra strada: chi veniva prima esposto a un compito di scrittura volutamente noioso e ripetitivo otteneva punteggi di creatività più alti nel compito successivo rispetto a chi non l’aveva fatto.
Idee e noia: un rapporto da riscoprire (anche in azienda)
Le idee migliori arrivano quasi sempre nei momenti morti: non è un cliché che le illuminazioni arrivino sotto la doccia, in coda alla posta, durante un tragitto in auto senza podcast, esattamente come si racconta di Archimede che risolve il problema della corona di Gerone mentre era a mollo in vasca da bagno. Questi momenti di noia costruttiva, però, non li tolleriamo più: li riempiamo col doomscrolling, o nella migliore delle ipotesi con letture, contenuti, podcast, call, convinti di sfruttare in modo efficiente il nostro tempo, mentre in verità stiamo occupando lo spazio in cui il cervello avrebbe potuto mettere in fila due idee apparentemente lontane fra loro e farle incontrare da solo.
E questo non è un problema solo individuale: le aziende che si dicono ossessionate dall’innovazione e poi impilano riunioni da trenta minuti una sull’altra, senza un vuoto fra l’una e l’altra stanno tappando esattamente la fonte da cui dicono di voler attingere. La prossima volta che senti quel prurito, l’istinto di allungare la mano verso il telefono mentre aspetti in fila o mentre il caffè si scalda, prova a resistere trenta secondi in più del solito e resta a guardare se quell’impulso è davvero così irresistibile. Non serve un ritiro di una settimana senza schermi (anche se aiuta): basta imparare a stare con quel prurito senza grattarlo per un po’ e vedere cosa succede quando la tua testa ricomincia a vagare, come è naturale che faccia.
Federico Vigorelli Porro è CEO e Chief AI Officer di Choralia, società specializzata in formazione e sviluppo delle competenze e Core Faculty in Sole24Ore Business School. MBA e keynote speaker, si occupa di AI transformation, change management, smart selling e nuovi modelli di formazione.
Articoli correlati

Per una leadership (femminile) senza tempo

Donne al lavoro, ora tocca al Governo

Il falso mito della produttività in remote working







