Passa al contenuto principale

Logo Parole di Management
domenica, 11 Ottobre, 2026

Candy, cronaca di una chiusura annunciata

Dopo Ignis, Zanussi, Zoppas, Merloni, Indesit, Philips, Whirlpool, ecc. (e delle aziende della componentistica per elettrodomestici come Embraco) anche le fabbriche Candy chiudono. E quasi tutte sono costate parecchio in termini di cassa integrazione. Era un futuro ovvio, prevedibile e noto già da almeno 10 anni. Eppure che cosa è stato fatto? Niente! La classe […]
21 Gennaio 2025
Di: Giorgio Merli
21 Gennaio 2025
Candy_chiusura_fabbrica
Dopo Ignis, Zanussi, Zoppas, Merloni, Indesit, Philips, Whirlpool, ecc. (e delle aziende della componentistica per elettrodomestici come Embraco) anche le fabbriche Candy chiudono. E quasi tutte sono costate parecchio in termini di cassa integrazione. Era un futuro ovvio, prevedibile e noto già da almeno 10 anni. Eppure che cosa è stato fatto? Niente! La classe dirigente e i Governi sapevano che sarebbe andata a finire così, ma l’unica risposta è stata quella di cercare di rallentare l’agonia delle fabbriche. L’imprenditoria è rimasta ferma ai paradigmi del boom economico di 50 anni fa, ottenuto proprio con prodotti tipo gli elettrodomestici: l’attività si è limitata a investire per rallentare l’agonia delle fabbriche. L’alternativa sarebbe dovuta essere di utilizzare quei soldi per impostare qualcos’altro di sostenibile. Perché si è arrivati a questo punto? Perché non si sapeva dove fare gli investimenti e si ignorava che cosa sarebbe servito fare di diverso. Altrimenti non si spiega perché Paesi come la Svezia, a sua volta produttrice di elettrodomestici, continuino ad aumentare il Prodotto interno lordo: hanno ovviamente capito che in patria vanno mantenute solo le funzioni centrali, mentre le fabbriche vanno spostate dove più conviene produrre.

Innovare i modelli di business

Si dice che il motivo del trasferimento delle produzioni dall’Italia in altri luoghi è l’elevato costo del lavoro. Eppure da noi è di ‘soli’ 29,4 euro all’ora, mentre in Svezia è di 39 euro e così anche negli altri Paesi nordici, il costo è più elevato. Se ne deduce che per quel tipo di prodotti – realizzabili da Paesi a minor costo del lavoro – non ha più senso avere fabbriche in Italia: proprio questo risultato si poteva prevedere circa un decennio fa. Visto che non si realizzano alternative, almeno sarebbe interessante parlarne; ma quando si fanno tentativi in questa direzione, c’è un limitato interesse. Per esempio, nel 2009 promossi dei seminari su come innovare i modelli di business: la maggior parte dei circa 1.200 imprenditori di Confindustria rispondeva che il loro unico problema fosse il costo del lavoro e “sapevano loro cosa avrebbero fatto con costi inferiori”. Forse erano convinti di dover competere con i costi prima del Vietnam o poi della Polonia, che ha un costo del lavoro che è un terzo di quello italiano… Ma anche ora gli stessi responsabili non hanno capito a che cosa serve la digitalizzazione e la usano prevalentemente per cercare di ridurre i costi di produzione. La domanda è chiara: possono sperare di ridurli di ben tre volte? Ha ragione l’Ocse che ha tratteggiato l’Italia come un mondo popolato da persone “poco intelligenti” oppure la versione più corretta è quella del Censis che ci considera “addormentati”? Mentre rispondiamo, le aziende chiudono, ponendoci di fronte a una inequivocabile realtà.

Articoli correlati

Pichetto_Fratin
Qualche progresso significativo, ma anche ritardi e criticità ancora aperte. È questo, in sintesi, il quadro della Green economy, emerso…
È certamente noto a chi legge che ad agosto 2019 la Business Roundtable, associazione di cui sono membri i Chief Executive Officer (CEO) delle…
La Logistica deve diventare più flessibile ed essere in grado di lavorare con ordini più piccoli più velocemente.
Change
Durante il periodo dell’emergenza pandemica, particolarmente acuta a Bergamo, abbiamo avuto bisogno di assumere decisioni in modo diverso da…

46.000 persone

ricevono la Newsletter di Parole di Management