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venerdì, 9 Ottobre, 2026

Smart working, perché la lezione di Brunetta alla Pa è utile anche ai privati

C’è chi lo chiama “Home working” e chi “Remote working”, ma anche “telelavoro” è un’espressione molto utilizzata, pur essendo giuridicamente non corretta. La modalità di lavoro diffusasi con l’arrivo del Covid-19 è stata definita in diversi modi – soprattutto “Smart working” – ma una cosa è certa: la condizione lavorativa emergenziale non è stata lavoro […]
10 Settembre 2021
Di: Francesca Albergo
10 Settembre 2021
Brunetta_Smart_Working
C’è chi lo chiama “Home working” e chi “Remote working”, ma anche “telelavoro” è un’espressione molto utilizzata, pur essendo giuridicamente non corretta. La modalità di lavoro diffusasi con l’arrivo del Covid-19 è stata definita in diversi modi – soprattutto “Smart working” – ma una cosa è certa: la condizione lavorativa emergenziale non è stata lavoro agile (e continua a non esserlo). Lo Smart working – per la versione in inglese di Wikipedia la formula è un’invenzione tutta italiana – normato dalla Legge 81 del 2017 prevede, infatti, che il dipendente possa scegliere liberamente dove e quando preferisce lavorare, purché raggiunga gli obiettivi assegnati. Un altro aspetto importante per poter lavorare in modalità smart è che l’attività sia svolta solo in parte fuori dall’ufficio. Ecco perché è sempre opportuno ricordare che l’esperienza vissuta nella pandemia – causa forza maggiore – è quanto di più lontano dal lavoro agile conosciuto e applicato nell’era pre emergenza sanitaria. Una posizione spiegata con grande chiarezza anche dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta che dopo aver deciso di far rientrare negli uffici tutti i dipendenti pubblici, in un articolo pubblicato da Il Foglio che ha suscitato svariate reazioni (in buona parte positive, sebbene c’è chi ha dato al politico del “luddista”) ha precisato come nella Pa non si sia fatto Smart working né si possa adottare il lavoro agile come modello organizzativo nel breve periodo. Dunque, se nell’emergenza non si è lavorato in modo smart, che cosa dobbiamo attenderci ora che la pandemia sembra consentire qualche (timido) passo verso una nuova normalità? Molte sono le aziende che hanno già dichiarato di non voler tornare ai modelli tradizionali di presenza ‘fissa’ in azienda. I motivi sono i più svariati: contenimento dei costi relativi ai locali aziendali; ricerca della soddisfazione dei propri collaboratori; impatti positivi sull’ambiente… Oltre alle aziende, poi, anche le aspettative delle persone sembrano andare in questa direzione. Secondo alcuni studi di Boston Consulting Group (BCG) – multinazionale operante nella consulenza strategica – la volontà di lavorare almeno in parte da remoto, in un futuro post pandemico, è propria dell’89% di lavoratori nel mondo. E soffermandosi sui cosiddetti knowledge worker la percentuale è ancora più elevata (oltre il 90%). Un dato che non può passare inosservato, considerando che – lo rileva sempre BCG – solo in Europa sono circa l’80% dei ‘colletti bianchi’ ad aver lavorato da remoto nell’emergenza. Dunque, non si tratta certo di capire se le imprese accoglieranno o meno i desideri delle proprie risorse, ma come e se sono pronte a farlo. Questo perché il lavoro agile, nonostante qualcuno l’abbia ridotto a elemento di welfare aziendale, è un modello organizzativo e, come tale, richiede un lungo processo di analisi e di preparazione. Nonché il mindset giusto. E lo ha confermato lo stesso Brunetta che nella sua analisi dello Smart working applicato dalla Pa nell’emergenza sanitaria ha spiegato che il vero limite all’applicazione di questa nuova modalità organizzativa è che nel tempo sono mancate proprio le azioni di accompagnamento, e non sono state fatte campagne di sensibilizzazione né di formazione specifica. Insomma, quella fatta in pandemia è stata una mera traslazione fuori dall’ufficio delle logiche proprie della prestazione in presenza. La tecnologia da sola non basta, serve un vero cambiamento culturale.
L’articolo integrale è pubblicato sul numero di settembre 2021 di Persone&Conoscenze. Per informazioni sull’acquisto di copie e abbonamenti scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)
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