In azienda è il turno dei Millennial
Non fanno quasi mai parte di un sindacato, non discutono per un aumento; sanno che orari prolungati, contratti a breve scadenza e capi scorbutici non fanno per loro. E stanno modellando i luoghi di lavoro a loro immagine e somiglianza. Nel 2021 la prima annata di quanti ricadono sotto l’etichetta di Millennial – gli appartenenti […]

Non fanno quasi mai parte di un sindacato, non discutono per un aumento; sanno che orari prolungati, contratti a breve scadenza e capi scorbutici non fanno per loro. E stanno modellando i luoghi di lavoro a loro immagine e somiglianza. Nel 2021 la prima annata di quanti ricadono sotto l’etichetta di Millennial – gli appartenenti alla generazione di nati tra il 1981 e il 1996, secondo la definizione generalmente accettata – compirà 40 anni. E il loro stile sembra si stia ormai imponendo anche sul lavoro.
Complice anche il cambiamento innescato dalla pandemia, le grandi aziende del mondo stanno adottando nuove forme di lavoro per andare incontro alle esigenze delle proprie persone, dallo Smart working alla settimana lavorativa di quattro giorni . Consapevoli che restare ancorati ai paradigmi tradizionali non fa che contribuire ad abbassare i livelli di produttività del personale.
Nel Regno Unito tale è stata la crescita degli indicatori di stress, ansietà e depressione sul lavoro, che nel 2018 ricerche ufficiali hanno certificato per la prima volta come più della metà dei giorni di lavoro persi per malattia fosse riconducibile a queste tre categorie.
I modelli gerarchici, top down e unidirezionali non funzionano più. I Millennial hanno visto i propri genitori barcamenarsi tra le difficoltà di lavori insicuri agli inizi degli Anni 2000, conoscono la difficoltà di trovare un equilibrio tra ufficio e famiglia e vogliono di più. Anche nel mondo delle professioni, dagli ingegneri agli avvocati, i nuovi quarantenni stanno rivedendo le loro priorità. A cominciare dalla distinzione tra gli spazi, fisici e temporali, di lavoro e di vita.
Fonte: The Guardian
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