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mercoledì, 7 Ottobre, 2026

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Competenze: l’importante è riconoscerle (e pianificarle)

In Italia cresce la priorità del workforce planning, ma il 40% dei datori non sa quali skill serviranno a breve. Dati e implicazioni della nuova ricerca di SD Worx.
25 Marzo 2026
Di: Chiara Dallemule
25 Marzo 2026

Che la pianificazione della forza lavoro stia tornando centrale lo dicono i numeri. Secondo la ricerca internazionale HR & Payroll Pulse 2026 di SD Worx, in Italia il 61% dei professionisti HR indica il workforce planning tra le priorità dell’agenda 2026 (10 punti sopra la media europea). La motivazione principale è operativa: garantire organico sufficiente e programmare meglio il lavoro (46%). Cresce, infine, la ricerca di competenze e capacità, più che di mansioni tradizionali e job title.

Questi, sinteticamente, i risultati della nuova edizione dell’indagine di SD Worx, principale fornitore europeo di soluzioni HR e payroll, condotta su un panel di 5.936 HR Manager e 16.500 dipendenti in sedici Paesi europei.

Quattro aziende su 10 senza mappa delle skill

In un contesto in cui, secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, il 39% delle competenze chiave cambierà entro il 2030, navigare a vista diventa un lusso che le imprese non possono permettersi. Eppure, secondo l’indagine di SD Worx, quattro datori di lavoro su 10, in Italia come in Europa, dichiarano di non avere ancora una mappa chiara delle skill necessarie nei prossimi due o tre anni.

“Il dato più rilevante non è che le aziende stiano investendo nel workforce planning, ma che molte lo stiano facendo senza una chiara visione delle competenze future. Questo espone le organizzazioni a un rischio concreto: pianificare risorse e costi senza reale visibilità su ciò che servirà al business”, dichiara Chiara Valdata, People Director di SD Worx Italy.

La pianificazione del personale si configura quindi come una vera e propria scelta di governance. “Senza integrazione tra Finance, Operations e IT il rischio è prendere decisioni corrette nel breve termine ma inefficaci nel medio-lungo” continua Valdata.

Cosa succede in azienda

Sul versante dipendenti, l’indagine segnala un freno tipico delle organizzazioni. Più di 6 italiani su dieci (62% contro il 54% del dato complessivo) ritengono che il proprio talento e potenziale non siano pienamente valorizzati nel loro ruolo attuale, dichiarando la più alta insoddisfazione a livello europeo.

Solo il 30% degli italiani, inoltre, vede reali opportunità di crescita in azienda. Sette lavoratori su 10 (69%) segnalano che non è semplice individuare ruoli, incarichi o progetti interni che siano coerenti con le proprie competenze o interessi.

Il quadro, però, migliora quando si parla di pianificazione quotidiana: il 56% dipendenti afferma di riuscire a coordinarsi bene con i colleghi e il 43% riconosce al proprio gruppo di lavoro un’organizzazione strutturata ed efficiente

Verso le competenze (con l’aiuto dell’AI)

Un passaggio culturale, però, è già in corso: il 54% delle aziende italiane dichiara di guardare oltre i ruoli tradizionali per valutare sempre più le competenze (in linea con l’Europa).

“I dipendenti non trovano opportunità, significa che competenze e potenziale non vengono letti correttamente, e quindi non vengono pianificati. È il limite di un approccio episodico: senza una visione continua delle competenze, diventa difficile indirizzare e formare le risorse verso i fabbisogni futuri. Per questo il workforce planning deve evolvere in un processo continuo, supportato da dati affidabili e orientato ad anticipare i cambiamenti”, conclude Valdata.

Un altro punto indagato dal report è l’adozione della tecnologia. Secondo il 58% dei datori di lavoro italiani, i manager dispongono già oggi delle tecnologie necessarie per pianificare efficacemente la capacità produttiva dei team. Un’adozione che sta crescendo anche grazie al supporto dell’Intelligenza Artificiale. Nonostante ciò, però, il fattore umano resta sempre centrale. Solo un quarto delle aziende ritiene che la pianificazione del personale possa essere completamente automatizzata, mentre il 37% preferisce un approccio ibrido, che armonizzi input tecnologici e supervisione umana.

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