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AI Generativa, amica o nemica del lavoro?

L’Intelligenza Artificiale (AI) è qui per restare. La conferma arriva dall’evento dal titolo Formare il futuro, una call to action per sviluppare competenze per l’AI Generativa, promosso dall’Università telematica Unimarconi, che si è svolto a Roma per presentare l’Osservatorio sull’AI Gen e contribuire al suo sviluppo e applicazione in Italia.

Quello dell’AI, per la verità, è un mercato ancora di nicchia dentro i confini nazionali. Circa due grandi aziende su tre ne hanno discusso, ma tra queste solo una su quattro ha avviato una sperimentazione (il 17% del totale), si legge nel documento presentato dall’Osservatorio sull’AI Gen. Tra le PMI poi i risultati sono ancora minori: il 7% sta riflettendo sulle potenziali applicazioni e solo il 2% la sta effettivamente utilizzando. Si resta insomma nel solco della tradizione.

Sono cresciute in generale le soluzioni di data processing, natural language processing e chatbot, ma nel Manufatturiero, Finance, Grande distribuzione organizzata (Gdo) ed Energy, la più diffusa resta la Robotic process automation (RPA). Maggiormente usati dai Servizi sono invece chatbot e assistenti virtuali. Per le PMI, per ragioni strutturali, le cose si fanno più complicate: secondo l’indagine, le criticità riguardano soprattutto il costo della tecnologia, la chiarezza del quadro regolatorio, la mancanza di skill specialistiche adeguate.

Un cambiamento inevitabile

Spaventarsi di fronte al nuovo non serve, perché il mondo a cui siamo abituati è destinato a modificarsi. “Non si tratta di una moda temporanea, ma di una realtà con cui avremo a che fare”, ha confermato Marco Abate, Rettore dell’Università telematica Unimarconi. Gli ha fatto eco Marco Nocivelli, Vicepresidente di Confindustria: “Sarà come quando siamo passati dalla scrittura a mano a quella con programmi di scrittura come i fogli Excel”. L’esempio è calzante e spiega bene lo scenario: “Servono interazioni umane perché da soli questi strumenti non riescono a eseguire performance”. L’apporto degli esseri umani resta quindi fondamentale, a patto che le persone siano formate appositamente (“L’AI va sfruttata, ma è difficile se le persone non hanno alla base una cultura digitale”, ha detto Nocivelli). E poi serve che l’AI Gen sia usata per affrontare nuove sfide: “La tecnologia deve diventare un abilitatore capace di far crescere l’industria”, ha continuato il Vicepresidente di Confindustria.

Discorso più complesso per le Piccole e medie imprese (PMI) italiane. “Servono nuovi specialisti, ma le PMI non hanno strutture interne dedicate alla formazione. Andranno quindi create collaborazioni con il tessuto produttivo”, ha riflettuto Abate”. A sostegno delle aziende ci sono i finanziamenti: “Non bisogna dimenticare però che esistono aiuti che lo Stato propone nell’ambito del Piano Industria 5.0”, ha spiegato Nocivelli. Ma il tempo per attingere ai fondi ha una scadenza precisa: il 2025. È questo l’orizzonte temporale su cui prepararsi e occorre fare bene e in fretta: “Così è possibile guadagnare in competitività tutti, non solo le imprese, ma il Paese intero”. La testimonianza di come l’Italia possa farcela, ha sottolineato ancora il Vicepresidente di Confindustria è nell’export: “Vale il 40% del Prodotto interno lordo e che prosegue a gonfie vele, a differenza che in Cina e Stati Uniti. Segnale che gli imprenditori italiani sono bravi”.

Una nuova frontiera per il lavoro

Il mercato del lavoro non sarà più lo stesso a causa dell’AI, come prevede lo stesso studio dell’Osservatorio di Unimarconi. Ancora una volta, quindi la parola d’ordine è “cambiamento”. “Arriveranno nuove figure di professionisti che non hanno ancora un nome e altre professioni perderanno peso fino a scomparire”, ha ipotizzato Marco Bentivogli, Co-Fondatore di Base Italia ed esperto di politiche di innovazione dell’industria e del lavoro. “Altri mestieri resteranno tali dal punto di vista nominale, ma vivranno al loro interno una scomposizione in task diverse, così come aumenterà il perimetro di alcune professionalità”.

Il risultato sarà una “diversificazione delle attività”, come ha evidenziato la ricerca e queste subiranno tre cambiamenti: automazione, aumento e trasformazione. Nella prima casella finiranno le mansioni routinarie che non richiedono competenze elevate e saranno sostituite dall’AI. Un esempio sono i designer grafici. “Con l’AI potranno concentrarsi sulla creazione da zero invece che sulla revisione dei contenuti”. In alcune aziende sta già succedendo, come ha raccontato Riccardo Meloni, Direttore Risorse Umane di Sport e Salute società controllata dal Ministero delle Finanze: “Con l’AI siamo riusciti in pochissimo tempo a fare un censimento di tutti i 7mila impianti sportivi italiani”. E, sempre stando alle analisi di Unimarconi: “Saranno potenziati quei lavori che richiedono un’esperienza sostanziale, ma che comportano attività prodotte dall’AI”. È il caso degli ingegneri software, che utilizzano ChatGpt per verificare sezioni di codice.

“Nella nostra azienda stiamo migliorando il processo di selezione dei rifiuti”, ha testimoniato ancora Davide Rizzo, a capo dell’unità Digital Generation di A2A. Infine a subire una vera e propria trasformazione saranno quegli impieghi che andranno ripensati, come i professionisti delle Risorse Umane, per cui si passerà, per esempio, dalla selezione all’attività di coaching. Le imprese devono essere pronte ad accogliere ciò che verrà. “Ci si dovrà adattare indipendentemente dalla taglia delle aziende”, è stato scritto nel documento dell’Osservatorio. Altrimenti il ‘rischio polarizzazione’ diventerà concreto, dividendo le imprese e i lavoratori tra chi accetterà il cambiamento e chi resterà ai margini.

Intelligenza Artificiale Generativa, mercato lavoro

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