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Crisi del Manifatturiero, la Germania ci trascina nel baratro

L’economia tedesca rallenta più del previsto e aumentano i timori delle aziende italiane che guardano a Berlino per le esportazioni, soprattutto in settori come l’Automotive. I dati macroeconomici diffusi nelle ultime ore preoccupano l’economia italiana, già in affanno e particolarmente esposta alle tensioni internazionali.

In particolare prosegue la crisi del Manifatturiero nel cuore dell’Europa. A novembre 2019 gli ordinativi tedeschi hanno subìto una pesante e inattesa contrazione, un -1,3% rispetto al mese precedente, secondo i dati diffusi da Destatis, l’agenzia di statistica federale.

Gli analisti, invece, avevano previsto un aumento dello 0,2%. E nel confronto su base annua la flessione è risultata del 6,5%. Questo dopo che a ottobre 2019 si era assistito a un tentativo di stabilizzazione, con un +0,2%.

La contrazione di novembre 2019 è interamente imputabile alle commesse estere: -3,3% di ordinativi dagli altri Paesi dell’area euro e -2,8% dagli altri Stati. Gli ordinativi sul mercato interno sono invece cresciuti dell’1,6%.

“Purtroppo questi dati influiscono molto sull’Italia”, commenta Giuseppe Russo, Economista e Direttore del Centro Studi Einaudi. “La nostra economia ha storicamente due motori: il primo è basato sui consumi delle famiglie e sugli investimenti interni, in particolare in edilizia, che si sono moderatamente ripresi; il secondo è la domanda estera che negli ultimi anni ha permesso di compensare il modesto andamento dell’economia interna”.

“Se la domanda internazionale rallenta – e la Germania è uno dei nostri principali mercati – è evidente che rallenta anche la nostra fonte di domanda più dinamica. La domanda interna, infatti, ha recuperato, ma non ha nemmeno ancora raggiunto i livelli pre-crisi mentre quella estera li ha più che superati”.

Insomma, il rallentamento di Berlino è una pessima notizia per l’Italia. “Molto probabilmente gli effetti si vedranno più nel Manifatturiero che sugli altri e geograficamente più sul Centro Nord che ha maggiore propensione all’export e su ambiti votati alla fornitura della manifattura tedesca come la metalmeccanica, l’elettronica, la componentistica, le macchine utensili. È difficile giudicare quanto questo sottrarrà alla già risicata crescita italiana, ma l’effetto si farà vedere”. La produzione della maggior parte della componentistica veicolare che si esporta in Germania, per esempio, è localizzata tra Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna.

Il Pil dell’Ue cresce a rilento

Guardando a tutta l’Europa, il Prodotto interno lordo dell’area euro si prevede che cresca dello 0,3% nel quarto trimestre del 2019 e nei primi due trimestri del 2020, in lieve accelerazione rispetto al +0,2% segnato tra gennaio e marzo 2019 e tra aprile e giugno 2019. La stima è contenuta nell’Eurozone economic outlook curato da Ifo, Istat e Kof, secondo cui ciò determinerebbe un aumento, misurato sui dati trimestrali destagionalizzati e corretti per i giorni lavorativi, dell’1,2%, rispetto al 2018.

A sostenere la crescita, che è comunque limitata, sono i consumi privati che secondo i tre istituti costituirebbero il principale supporto sostenuti dall’andamento ancora favorevole del mercato del lavoro, con il tasso di disoccupazione ai minimi degli ultimi anni. La dinamica espansiva dei consumi privati risulterebbe in linea con quella del Pil: +0,3% nei tre trimestri dell’orizzonte di previsione.

Anche i consumi pubblici sono attesi fornire un contributo positivo alla crescita legati a una fase espansiva della politica fiscale nel 2020. Inoltre al calo della produzione industriale corrisponde una maggiore vivacità dei servizi.

Tuttavia, negli ultimi mesi, la fiducia delle imprese industriali sembra indicare una fase stazionaria. Quindi, in questo quadro, la crescita economica dell’area euro dovrebbe mantenersi su ritmi moderati, con un incremento costante del Pil pari allo 0,3% per ciascun trimestre nell’orizzonte di previsione. L’inflazione annuale rimane bassa nel 2019, con una moderata accelerazione nella prima metà del 2020.

I principali rischi per lo scenario previsivo, spiegano ancora gli analisti, sono legati alle tensioni tra Stati Uniti e Iran, mentre le tensioni sulla Brexit e sui contrasti commerciali tra Stati Uniti e Cina sono leggermente diminuiti. “Questi sono dati misti. A fronte del rallentamento della Germania abbiamo una serie di nazioni che va un po’ meglio e questo dimostra che è positivo appartenere a una zona economica integrata come l’Ue, dove possono esserci andamenti non sempre coincidenti”, dice Russo.

I dati europei, inoltre, secondo l’economista, mostrano che non c’è un rischio di recessione imminente. “Abbiamo, quindi, una economia che evolve verso la stagnazione, ma non c’è tendenza a una recessione immediata. Poi tutto dipende da quanto dureranno le crisi e gli effetti delle politiche commerciali neo protezionistiche e se saranno revocate, come è auspicabile”.

Guardando a ciò che succede, il rallentamento nel mondo è infatti in buona parte alimentato dalla riduzione del commercio internazionale dovuto ai dazi e alla guerra commerciale.

Bene il sentimento economico

Positivo, per l’Italia, a dicembre 2019 è l’indice del sentimento economico (ESI) che è cresciuto significativamente (+1,7). Secondo i dati pubblicati dalla Commissione Ue è rimasto sostanzialmente invariato nella zona euro con un aumento di 0,3 punti per arrivare a quota 101,5 e nell’Ue a 28 è stabile a quota 100,0 punti.

Tra le grandi economie dell’area euro, l’indice Esi cresce anche in Spagna (+1,3) e Germania (+0,4). Per contro, è in leggera discesa in Francia (-0,2) e Olanda (-0,4). La stabilizzazione del sentimento economico nella zona euro è dovuto a un aumento marcato della fiducia nei settori dei servizi (+2,2), delle costruzioni (+2,2) e, in misura minore, del commercio al dettaglio (+1,0). La fiducia è invece rimasta sostanzialmente invariata nell’industria (-0,2) ed è peggiorata tra i consumatori (-0,9).

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