Senza innovazione non c’è ripartenza

L’emergenza Covid-19 ha messo le imprese di fronte alla realtà: la digitalizzazione non si può più rimandare. Il distanziamento sociale, per esempio, ha portato qualsiasi azienda a ripensare l’organizzazione del personale. Il telelavoro, da eccezione, sta diventando la norma. E presto si dovrà iniziare a parlare del ‘vero’ Smart working e del suo impatto sulle organizzazioni. Ma le imprese italiane sono pronte per questa trasformazione?

Il tema è stato affrontato a inizio luglio 2020 al terzo appuntamento di MADE 4 future, la rassegna bimensile organizzata da MADE Competence Center Industria 4.0 che ha lo scopo di dialogare con i principali esponenti dal mondo delle imprese e delle istituzioni. Per l’ultimo incontro prima della sosta estiva si è scelto di parlare di innovazione, tema che può essere uno dei fattori di successo per molte imprese.

A dialogare con Marco Taisch, Presidente di MADE Competence Center e, tra i vari incarichi, membro del Comitato Scientifico della rivista Sistemi&Impresa e del progetto multinacanale Fabbricafuturo (di cui il quotidiano Parole di Management è Media Partner), Paolo Delnevo, Vice Presidente PTC, Luca Ferraris, Head of Innovation, Marketing & Technology Gruppo Exprivia-Italtel, e Alfonso Fuggetta, CEO e Direttore Scientifico Cefriel.

Secondo Fuggetta il grosso rischio è quello di non aver imparato nulla dalla lezione che questo choc ha portato. “Non è possibile convertire un’azienda al telelavoro in pochi giorni. Non funziona. Ci sono dinamiche cui non si può reagire istantaneamente. L’impresa deve investire nel medio-lungo periodo per farsi trovare preparata quando accadono eventi di questo tipo”. Per godere dei benefici dello Smart working, per altro, non basta lavorare da casa. Ci vuole una cultura aziendale consapevole e abituata alle dinamiche del lavoro agile.

Una lezione da non sottovalutare, ha spiegato Fuggetta, ma anche un’occasione da non sprecare: “Lo Smart working è una grandissima opportunità, ma non si può improvvisare. Bisogna prepararsi mettendo in piedi infrastrutture tecnologiche che permettano di lavorare da remoto. I processi devono essere digitalizzati, dalle cose più semplici (come le firme) fino a tutto ciò che riguarda la condivisione delle informazioni”.

Il ruolo delle imprese nella trasformazione digitale

Come ha evidenziato Ferraris, oggi non può esserci altra innovazione che non sia digitale. “Se pensiamo al modo in cui si produce energia o ai mezzi di trasporto che utilizziamo, non ci sono stati enormi cambiamenti rispetto al Secondo Dopoguerra. L’unica vera svolta degli ultimi decenni è il digitale. È la sola innovazione prorompente”. Le imprese devono, dunque, imporsi di costruire un processo di innovazione. Questo però non sempre accade. O comunque non assume le caratteristiche programmatiche che dovrebbe avere per funzionare.

Secondo Delnevo, anche i motivi del rallentamento dei progetti di innovazione sono cambiati con la digitalizzazione. “Sebbene la Quarta rivoluzione industriale sia ormai un concetto assimilato, c’è da ammettere che, mentre un progetto tradizionale di innovazione ha sempre avuto obiettivi abbastanza chiari, quando si parla di trasformazione digitale le cose sono meno nitide. Secondo Gartner, solo il 25% delle imprese che hanno implementato soluzioni di Digital transformation è pronta per rendere la trasformazione scalabile”.

L’innovazione, però, dipende anche molto dalle infrastrutture di cui si servono le imprese. Secondo Fuggetta, l’Italia ha sottovalutato per troppo tempo il ruolo delle infrastrutture digitali o le ha comunque relegate ad applicazioni settoriali. “Si dice spesso che non esista una killer application, e che quello che già esiste, in termini di Rete, sia sufficiente. In realtà la differenza è rappresentata dalla domanda aggregata e non dalla singola applicazione. Un’azienda intera dove decine o centinaia di persone si connettono tra loro porta a un accumulo che richiede una connettività all’altezza. Come si è visto nel periodo di lockdown mondiale più intenso, perfino Apple e Netflix hanno dovuto abbassare la qualità delle trasmissioni per non saturare le Reti”.

Dotare il Paese di adeguate infrastrutture per la connessione veloce

Ognuno di noi, ha evidenziato Fuggetta, ha riscontrato nei mesi della fase 1 della pandemia qualche problema di connessione durante una videochiamata. Bisogna, quindi, puntare su Reti che l’esperto definisce “a prova di futuro”. In primis fibra ottica e 5G, per connettere le case e le imprese. La fibra ottica tra l’altro – ha spiegato Ferraris – serve come backhaul per la Rete 5G e quindi le due infrastrutture “non sono per nulla in competizione”.

Molte aree industriali, ha aggiunto Ferraris, non sono raggiunte da una buona Rete perché, essendo poco popolate, sono considerate “aree bianche”, cioè a fallimento di mercato. L’Italia è infatti divisa in circa 94mila zone classificate in base agli investimenti privati nelle Reti a Banda Ultralarga. Nelle aree nere sono presenti o verranno installate nei prossimi tre anni due Reti Ultra Broadband da due operatori diversi. In quelle grigie ci sarà un solo operatore a gestire questo tipo di infrastruttura. Per le aree bianche, invece, non sono previsti investimenti nella Banda Ultralarga da parte di privati. Sono le aree dove è fondamentale l’intervento dello Stato.

La grande domanda è se il Covid-19 abbia dato finalmente la spinta all’innovazione di cui il Paese ha bisogno. Certo è, come ha ricordato Delnevo, che questa emergenza ha stravolto le priorità: “Lo vedo nei numeri, i progetti ordinari (anche di innovazione), ma con ranking non altissimo sono scesi in modo esagerato. Invece, i progetti strategici sono schizzati in alto tra le priorità dell’impresa”.

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