Che fine fanno i soldi investiti nel welfare?

I numeri relativi agli investimenti sul welfare sono sorprendenti: lo Stato investe circa il 30% del Prodotto interno lordo (Pil) italiano per la spesa sociale ma, nonostante ciò, persistono numerose criticità insolute. Come è possibile che ciò accada? L’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), tramite gli ultimi dati Eurostat disponibili (2019), sottolinea come il 27,3% del nostro Pil sia impiegato in spesa per le prestazioni sociali, superando anche la media europea del 26,9%. Questo dato si scontra con quello relativo alla spesa sociale dei Comuni, invariato da 10 anni e stabile sullo 0,4% del Pil, come segnalato dal Consiglio nazione dell’economia e del lavoro (Cnel).

Osservando le molteplici difficoltà dei servizi pubblici italiani non regge l’accusa degli investimenti limitati in welfare, almeno alla luce dei numeri destinati al settore. Di fronte a questa situazione, è necessario domandarsi come questi soldi sono spesi e quali sono le principali problematiche legate al primo welfare, che influenza direttamente anche quello aziendale, spesso chiamato proprio a tamponare le lacune dello Stato (ma con l’aiuto delle istituzioni).

Franca Maino, Professoressa di Politiche Sociali e del Lavoro presso l’Università degli Studi di Milano ha inquadrato quelli che sono i problemi fondamentali nel sistema assistenziale italiano. Intervenuta in un webinar andato in scena a inizio novembre 2022 nell’ambito di “Welfare Manager Factory”, realizzato da eQwa, Percorsi di secondo welfare e Walà, la docente ha spiegato che, nel recente passato, la nostra società è stata caratterizzata da rapidi e strutturali cambiamenti che hanno causato la mancata ricalibratura del primo welfare e, di conseguenza, l’emersione di una crescente quota di bisogni pubblici e privati che, nel tempo, non hanno più trovato risposta.

Le problematiche negli investimenti per il sociale sono principalmente determinate dalle deformazioni presenti nell’utilizzo dei fondi: Maino ha spiegato che la spesa annua per il welfare è interamente squilibrata verso i trasferimenti monetari, più che verso i servizi e quando la liquidità è affidata in modo dispersivo, gli interventi peccano spesso di efficacia ed efficienza. Come ha affermato l’esperta, uno dei casi più evidenti di questo sistema imperfetto è la diffusa manchevolezza del Sistema sanitario nazionale (Ssn) e la conseguente diffusione della povertà sanitaria, cioè la condizione nella quale si trovano coloro i quali non riescono ad accedere alle cure mediche di cui hanno bisogno a causa di un reddito troppo basso o a causa dei disservizi del sistema.

Il welfare cambia di fronte alle nuove necessità

Come ogni organismo che tende ad autoregolarsi, la macchina economica fa altrettanto per continuare a produrre. E così accade per il welfare, ambito nel quale hanno trovato spazio sempre più attori, in particolare quelli privati, a causa della inadeguatezza e, a volte, dei limiti delle istituzioni pubbliche nel rispondere ai bisogni e alle necessità delle persone. In questi termini, Maino ha segnalato due trend fondamentali che caratterizzano la situazione attuale: le espressioni più moderne del welfare tendono a localizzarsi e a prendere forma negli ambiti locali (la territorialità permette di avere maggiore consapevolezza e conoscenza delle differenze che intercorrono tra i vari contesti ambientali). Strettamente collegato a questa tendenza è il secondo trend: la crescente importanza degli attori del secondo welfare. Associazioni, cooperative e, soprattutto, imprese private si stanno facendo carico delle esigenze comunitarie e dei privati, offrendo servizi alle aziende che, sempre più spesso, si fanno promotrici di iniziative di supporto alla persona, portando sostanziali benefici agli stessi promotori. L’Osservatorio welfare di Assolombarda conferma il sempre maggiore sviluppo di queste dinamiche: i dati dell’associazione segnalano, dal 2020, un aumento del 44% del budget medio di spesa per dipendente.

Se questo è lo scenario, quali sono gli interventi da mettere in campo? L’iniziativa principale per favorire il processo d’efficientamento è quella di mappare domanda e offerta. Secondo Lamberto Bertolè, Assessore al Welfare del Comune di Milano, spesso le persone non riescono a usufruire dei servizi offerti dallo Stato perché non sono a conoscenza della loro esistenza. La complessità organizzativa e comunicativa impedisce ai cittadini di avere una completa comprensione delle possibilità loro offerte. Sfruttare le opportunità non è, però, solo dovere dei cittadini; i target e le logiche d’intervento devono essere ripensati in ottica del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), dell’Agenda 2030 e della Next Generation EU (Ngeu).

La collaborazione pubblico-privati-Terzo settore

Una possibile strada da percorrere per rendere più performante l’offerta di welfare è la sempre maggiore convergenza verso un approccio globale alla questione, così come è stato manifestato da osservatori, teorici e professionisti del settore. Questa logica di rete sta trovando applicazione, per esempio, nel Comune di Milano. Il portale denominato WeMi è una piattaforma digitale introdotta a giugno 2021 che mette in relazione imprese ed enti (93 tra pubblici e privati) per lo sviluppo di nuovi sistemi di bilanciamento vita-lavoro-benessere. In totale, l’iniziativa offre 435 servizi e mette a disposizione 5.431 operatori: tuttavia, ha raggiunto solo 7.940 cittadini.

Bertolè ha parlato di un’alleanza tra attori pubblici, Terzo settore e aziende, un sodalizio che, si augura l’Assessore, diventi il motore per la creazione di un nuovo modello di welfare inclusivo e globale. Intanto il settore privato esprime oggi il proprio contributo prevalentemente attraverso previdenza complementare, sanità integrativa, misure di wellbeing e con la sempre maggiore diffusione dei fringe benefit: (in quest’ultima fase, in particolare, questi beni e servizi sono a supporto della retribuzione). Il Governo di Giorgia Meloni ha proprio agito in questa direzione, visto che con il decreto Aiuti Quater consente alle aziende di offrire alle persone un supporto economico esentasse fino a 3mila euro.

Per risolvere le varie complessità, Maino ha sottolineato l’importanza centrale della formazione di nuove figure professionali che vadano ad agire sia in ambito aziendale sia all’esterno: “Il ruolo di questi attori ha molto a che fare con il management di aziende e di altri soggetti. Non sono individui che operano in modo isolato, ma sono punti di riferimento per tutto il contesto all’interno del quale si trovano, soprattutto all’interno dell’ambito aziendale”. L’intersezionalità di questi soggetti e della loro mansione è stata ribadita anche da Bertolè che ha aggiunto: “Le aziende si devono occupare, a modo proprio, del welfare. Ciò significa, innanzi tutto e necessariamente, agire in modo diretto sul reddito, in termini puramente retributivi o meno”. Inseguire gli stravolgimenti che scuotono la società e le imprese è complesso ma, attraverso uno sforzo congiunto e al corretto utilizzo di fondi e risorse, è possibile attutire gli impatti della crisi.

welfare primario, welfare secondario, nuovi modelli di welfare

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