Costi e benefici dei vaccini in azienda: convengono davvero?

Il prossimo passo sono le aziende. Nell’aggiornare gli obiettivi della campagna vaccinale in corso, portandolo dai 500mila a 1 milione di vaccinati al giorno, il generale Francesco Paolo Figliuolo, Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, ha indicato la strada: largo a farmacie e aziende, per incrementare il numero di dosi iniettate ogni giorno.

Le disposizioni esistono già, almeno sulla carta. Il recente Protocollo per la vaccinazione anti-Covid nei luoghi di lavoro, siglato da Inail, Ministeri del Lavoro e della Salute e Conferenza delle Regioni, fornisce indicazioni sulle procedure per l’attivazione dei punti vaccinali territoriali destinati alle lavoratrici e ai lavoratori, con il coinvolgimento dei medici competenti o di altri operatori sanitari convenzionati con il datore di lavoro. A questo documento si sono aggiunti finora quattro protocolli regionali, adottati da Lombardia, Veneto, Piemonte e Campania, con alcune differenze anche sostanziali rispetto alle previsioni nazionali. In Piemonte, per esempio, la possibilità di vaccinarsi in azienda viene estesa anche ai familiari dei dipendenti, allargando così notevolmente la platea vaccinale.

Il Protocollo nazionale chiarisce che l’istituzione dei punti vaccinali nelle imprese deve garantire i requisiti di efficacia, efficienza e sicurezza. Sono presupposti imprescindibili la disponibilità di vaccini, la disponibilità dell’azienda, la presenza del medico competente o di personale sanitario adeguatamente formato, la sussistenza delle condizioni di sicurezza per la somministrazione di vaccini, l’adesione volontaria e informata da parte dei lavoratori e la tutela della loro privacy.

La vaccinazione in azienda deve prevedere la presenza dei materiali, delle attrezzature e dei farmaci necessari allo svolgimento in sicurezza delle attività, nonché di strumenti informatici che permettano la registrazione dell’avvenuta inoculazione, secondo le modalità fissate a livello regionale. A muoversi finora sono state soprattutto le imprese più strutturate, sia perché dotate di ampi spazi a disposizione per la fase di accettazione, di inoculazione e di osservazione post vaccino, sia perché le loro dimensioni rendono più sostenibile dal punto di vista economico la campagna di vaccinazione. La realizzazione dei punti vaccinali territoriali e tutti i relativi oneri sono, infatti, a carico dell’azienda promotrice dell’iniziativa.

Hub vaccinali aggiuntivi nelle grandi imprese

L’adesione dell’impresa deve essere comunicata all’azienda sanitaria di riferimento. Sul fronte organizzativo, si confrontano già due modelli: il primo dettato dal Protocollo nazionale, che contiene indicazioni ad interim, e il secondo rimesso alle aziende che aderiscono direttamente al piano del Commissario Figliuolo. Alcune grandi aziende ben distribuite sul territorio nazionale, da Telecom a Eni, si sono proposte come hub vaccinali aggiuntivi, estendendo la possibilità di vaccinazione anche ai familiari dei propri dipendenti e alla forza lavoro di piccole aziende vicine. Gli spazi allestiti da ciascuna impresa, come quelli approntati dalle associazioni di categoria, possono infatti essere utilizzati anche per la vaccinazione di lavoratori appartenenti ad altre imprese, come quelli che prestano stabilmente servizio presso l’azienda utilizzatrice.

“La cornice organizzativa dovrebbe essere la stessa, ma si tratta di due percorsi paralleli. In questa fase si sta procedendo un po’ in ordine sparso”, rileva Pietro Antonio Patanè, Presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma). Figura disciplinata dal Decreto legislativo 81 del 2008, il medico competente è specializzato in Medicina del Lavoro ed è deputato alla collaborazione nella valutazione dei rischi e nella sorveglianza sanitaria sullo stato di salute  dei lavoratori. In base al Protocollo Inail, è la figura a cui viene in concreto demandata l’attività di immunizzazione del personale delle imprese.

“Il punto fermo è uno: nelle aziende si partirà soltanto una volta completato il programma di vaccinazione nazionale relativo ai soggetti che per età o condizione di salute hanno la priorità sugli altri”. A conclusione dell’immunizzazione degli Over 65 e delle persone fragili, le Regioni possono avviare le vaccinazioni all’interno delle imprese. “Un obiettivo che verosimilmente sarà raggiunto tra fine maggio e inizio giugno 2021”, prevede Patanè.

Le PMI alle prese con le necessità organizzative

Non tutte le imprese sono, però, nelle condizioni di trasformarsi in hub vaccinali, almeno per i propri dipendenti. Vanno, infatti, rispettate alcune condizioni di sicurezza, legate in primis agli spazi e alle disponibilità di personale e dotazioni mediche. Occorre, innanzitutto, la capacità di gestire gli eventuali effetti avversi a breve termine, quelli cioè che possono verificarsi nel periodo di osservazione di almeno 15 minuti successivo all’inoculazione del vaccino. Si va dai malesseri più blandi alle reazioni allergiche, fino ai rarissimi casi di choc anafilattico. Sebbene non richiesto dai protocolli, l’indicazione dell’Anma è quindi quella di prevedere, oltre alla presenza del medico competente con la relativa dotazione di farmaci, anche la disponibilità di un’autoambulanza attrezzata se l’azienda è distante da una centrale di Pronto Soccorso o dell’intervento del 118, allertato in precedenza.

Un impegno economico e organizzativo, che non sembra alla portata di ogni realtà produttiva, soprattutto delle PMI. “Rimane da parte nostra come associazione l’indicazione ai medici competenti e alle aziende di dare la propria disponibilità quando si ha una certa consistenza numerica, che abbiamo indicato in almeno 100 dipendenti, e una solidità sia economica sia organizzativa”. La vaccinazione, spiega Patanè, ha un suo costo che va messo in conto. Oltre agli spazi, c’è bisogno di personale amministrativo a disposizione in affiancamento al personale sanitario.

Una recente nota del Garante della Privacy, datata 15 maggio 2021, limita ulteriormente gli spazi di manovra per i datori di lavoro, per esempio nel raccogliere l’adesione dei propri dipendenti. Un’indicazione che rischia di rendere ancora più difficoltosa l’organizzazione della vaccinazione, qualunque sia il modello che si intende adottare.

“Occorre svolgere una serie di funzioni di raccolta e di registrazione non indifferenti ed essere consapevoli dei costi indiretti di questa attività: durante la vaccinazione i lavoratori si assenteranno ed è possibile che anche nei giorni successivi, per effetti collaterali della vaccinazione, si registri un alto tasso di assenteismo”.

La valutazione spetta ad azienda e medico competente

La decisione è affidata alla valutazione presa di comune accordo tra azienda e medico competente. Quest’ultimo opera di fatto come consulente inserito nel contesto aziendale, che frequenta con regolarità in adempimento agli obblighi di sorveglianza sanitaria. “È una persona che conosce bene l’organizzazione ed è dunque la figura più adatta per aiutare il datore di lavoro a compiere questa scelta”, spiega Patanè.

L’impegno di vaccinare i propri dipendenti richiede, infatti, una responsabilità ben precisa: si tratta mettere su una struttura eccezionale, per quanto temporanea. Tutti i protocolli, d’altronde, sia a livello nazionale sia a livello regionale, prevedono la possibilità di ricorrere a strutture private in affiancamento al medico competente o anche in piena autonomia. Una previsione efficace in quei contesti in cui il medico competente da solo non può essere in grado di gestire l’intera organizzazione.

Patanè, che nel territorio veneto segue circa una quindicina di aziende, conta di raccomandare l’operazione vaccinazione soltanto a tre o quattro di queste. “Dal mio osservatorio di medico competente noto che alcune aziende più organizzate, soprattutto di una certa dimensione, sono orientate ad aderire a questa possibilità: hanno voglia di fare uscire la propria realtà dalla precarietà determinata dalla pandemia e desiderano offrire una tutela ai lavoratori prima possibile. Vedo, però, anche molte organizzazioni che cominciano a riflettere sui dati e sulle difficoltà e sono propense a soppesare vantaggi e costi”.

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Giorgia Pacino

Articolo a cura di

Giornalista professionista dal 2018, da 10 anni collabora con testate locali e nazionali, tra carta stampata, online e tivù. Ha scritto per il Giornale di Sicilia e la tivù locale Tgs, per Mediaset, CorCom - Corriere delle Comunicazioni e La Repubblica. Da marzo 2019 collabora con la casa editrice ESTE. Negli anni si è occupata di cronaca, cultura, economia, digitale e innovazione. Nata a Palermo, è laureata in Giurisprudenza. Ha frequentato il Master in Giornalismo politico-economico e informazione multimediale alla Business School de Il Sole 24 Ore e la Scuola superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” all’Università Luiss Guido Carli.

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