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Creare nuove esperienze di senso progettando gli ambienti di lavoro

La solita trasferta di lavoro di una notte, una e una soltanto. La prenotazione della solita segretaria per una doppia-usosingola nella solita –o no? Chi lo sa? Sono tutte uguali– catena di business hotel con le sue ingiustificabili quattro stelle. Solito receptionist al banco in cravatta pastello e giacca acrilica d’ordinanza. Solitamente di una taglia di troppo.

Entro nell’hotel e sono immediatamente sopraffatto dall’acida sensazione di annoiato déjà vu. In camera, l’ennesima inspiegabile scrivania e l’anacronistica carta da lettere. Il solito pensiero: ma negli ultimi 20 anni chi avrà mai scritto una lettera a mano in una camera d’albergo? Mistero.

Comincia la solita dolorosa e difficile esplorazione. Dove sono le luci? Il primo interruttore accende le applique, ma non il lampadario; il secondo accende il lampadario all’ingresso, ma non quello sopra il letto; il terzo accende le luci del bagno, ma spegne le applique; il quarto non sembra accendere niente.

Il lampadario centrale si accende solo da uno degli interruttori di fianco a uno dei letti. Peccato, su quel letto avevo già rovesciato la valigia perché pensavo di usare l’altro. Ora devo decidere se spostare tutto o accettare il fatto che subito prima di addormentarmi dovrò alzarmi e barcollare al freddo per raggiungere l’altro letto e spegnere la luce.

Le prese di corrente sono posizionate in modo da rendermi impossibile l’uso di qualsiasi dispositivo mentre è in carica. E dopo il viaggio è ovviamente tutto scarico. Il cellulare finisce per terra vicino al bagno; il portatile è in carica sotto la scrivania; il tablet è in equilibrio sul lavandino a pochi millimetri dal precipitare nel bidet: di guardare Netflix sotto le coperte quindi non se ne parla nemmeno.

Ovviamente fa caldissimo e ho già le narici prosciugate. Ma rinuncio anche soltanto a capire come si regola il termostato. È sempre il solito, lo so, ma non l’ho mai imparato. O forse l’ho anche imparato in qualche soggiorno precedente, ma nel frattempo mi sono completamente dimenticato come funzioni.

Anche Henry Dreyfuss odiava le camere d’albergo

Mi piace immaginare che anche Henry Dreyfuss, superstar del design industriale a cavallo tra gli Anni 30 e 50, abbia patito brutte esperienze alberghiere. E che proprio grazie a queste disavventure sia giunto a quello che da molti è considerato il primo vero e ragionato processo di User Experience Design.

La chiave della progettazione di Dreyfuss, infatti, non è tanto la ricerca artistica di uno stile o l’analisi ingegneristica di materiali e tecnologia. Solo l’intima collaborazione tra ingegneri, designer e clienti può portare alla realizzazione di oggetti, ambienti e prodotti realmente in grado di funzionare. E da un punto di vista di User Experience Design qualcosa funziona quando fa quello che deve fare, lo fa come le persone si aspettano che lo faccia e lo fa assumendo per loro un qualche tipo di significato personale.

Insomma l’oggetto che smette di essere soltanto strumento atto al raggiungimento di un fine e diventa esperienza. Il design di Dreyfuss pone quindi al centro del processo l’osservazione diretta dell’esperienza d’uso, eseguita nel reale contesto di utilizzo e da veri utilizzatori.

Per progettare gli interni del transatlantico SS Constitution per la American Export Lines, Dreyfuss costruì otto prototipi completi e funzionanti di cabine; ci portò dentro dei veri viaggiatori transoceanici e ce li tenne giorni: li osservò disfare i bagagli, accendere e spegnere le luci, dormire, telefonare e, non ultimo, rifare i bagagli e partire. La camera del mio odiato business hotel in fondo ha un solo unico enorme difetto: chi l’ha realizzata l’ha fatto pensando di progettare una casa.

Un’abitazione molto piccola e, diciamocelo, molto brutta. Ma se ho avuto tutto il tempo –e la motivazione– di imparare a usare gli interruttori di casa, non è così per la camera di un albergo in cui passerò una sola notte. Le prese di corrente del mio salotto, che uso tutti i giorni, con il tempo le ho integrate funzionalmente con l’arredamento e le ho adattate alle mie necessità. Ho spostato tavolini e mensole, ho messo multiple, ciabatte e prolunghe.

Il termostato l’ho comprato, montato e ho imparato a usarlo nel corso di numerosi freddi inverni. Insomma il mio rapporto con l’ambiente si è formato in un dato contesto, con date motivazioni e con specifiche sensazioni ed emozioni. È casa mia. Un casual one time user di una camera d’albergo, prenotata per una sola notte, ha invece soltanto nelle orecchie il rumore di un treno, in testa il pensiero delle slide della mattina successiva e negli occhi l’orrendo squallore della cravatta pastello del solito receptionist.

L’articolo integrale è pubblicato sul numero di luglio-agosto-settembre 2019 di Persone&Conoscenze.
Per informazioni sull’acquisto di copie e abbonamenti scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)

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