Fca-Psa, perché è un accordo deludente

Si è concretizzato l’accordo tra Fca e Psa. Non mancano i giornalisti e docenti universitari che lo presentano come “snodo epocale”, “tappa storica”. Come spesso accade, le espressioni enfatiche coprono la consapevolezza di come si tratti di un accordo deludente. Anche il nuovo nome, Stellantis – verbo latino stello: “seminare stelle”, “costellare”, “rendere brillante” – appare un segno di vuota retorica.

Non trovo nulla da aggiungere a quanto avevo scritto a novembre 2019 su Fabbricafuturo.it, portale edito dalla casa editrice ESTE, editore del quotidiano Parole di Management. Come già due anni fa si poteva presumere, al vertice dell’impresa c’è Carlos Tavares, il brillante manager che già guidava Psa. Qualcuno vuole consolarsi con il fatto che la governance di PSA spingerà forse i sindacati italiani verso la strada di una maggiore partecipazione. Ma è poco.

Alla presenza nel capitale della società finanziaria pubblica francese Bpifrance e della cinese Dongfeng non corrisponde nessuna presenza italiana. A rigore, infatti, è anche difficile ritenere ‘italiana’ la famiglia Agnelli, chiusa a riccio nella difesa extraterritoriale dei propri privilegi. Quale presenza mantiene infatti la famiglia Agnelli in Italia? Il Gruppo editoriale Gedi e la Juventus non appaiono frutto di una vocazione imprenditoriale, quanto piuttosto mero veicolo di gestione del consenso, o forse potremmo dir meglio: oppio dei popoli.

Di seguito l’articolo pubblicato da Fabbricafuturo.it il 2 novembre 2019 dal titolo “Accordo Fca-Psa, unire due debolezze non fa la forza” a firma di Francesco Varanini.

 

Dobbiamo essere soddisfatti per l’accordo che sembra definirsi tra Fiat Chrysler Automobiles (Fca) e Peugeot Citroën (Psa). Di fronte al peggio, alla possibile ulteriore marginalizzazione di Fca nel mercato dell’automobile, tutto va bene. Ma restano aperte molte domande.

Resta innanzitutto il dubbio che si tratti di una mera manovra difensiva, con il fiato corto. Una di quelle brillanti scelte tattiche che permettono di non soccombere nel periodo breve o medio, ma che non permettono di vincere le guerre. Come lo era stata la manovra che aveva legato Fiat a Chrysler e come lo era stata quella che aveva legato Peugeot a Citroën.

Unire due debolezze non fa la forza. Rari i casi di successo di fusioni dove due strategie d’impresa, due storie, due culture, due compagini di soci, si uniscono più o meno alla pari. C’è da chiedersi chi comanda. C’è anche da chiedersi come far emergere nuove strategie in una situazione dove entrambe le imprese considerano insufficiente il proprio attuale assetto e dubbia la propria sostenibilità nel futuro.

Se entrambe le imprese sono in difficoltà, serve per uscire dall’impasse un modello d’impresa nuovo. Ma siamo lungi dal capire da dove questo modello dovrebbe venir fuori.

Una fusione buona dal punto di vista degli azionisti, perché in grado di garantire plusvalenze, non sempre – anzi di rado – è una fusione buona da un punto di vista industriale.

Un conto sono le sinergie potenziali, sulla carta; un altro sono quelle effettivamente realizzabili, di fronte a interessi locali, allo scopo dichiarato di difendere posti di lavoro, alle complessità organizzative, ai diversi interessi di gruppi di manager e sindacati di una impresa e dell’altra.

fusione FCA-PSA, fca, Stellantis


Francesco Varanini

Francesco Varanini è Direttore e fondatore della rivista Persone&Conoscenze, edita dalla casa editrice ESTE. Ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi 15 anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del Personale, dell’Organizzazione, dell’Information Technology e del Marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per 12 anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa e ha tenuto cicli di seminari presso l’Università di Udine. Tra i suoi libri, ricordiamo: Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (Edizioni ESTE), Macchine per pensare.

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