I nuovi fringe benefit ridefiniscono il welfare aziendale

Le modifiche al welfare aziendale decise dal Governo con la Finanziaria 2023 sono la spallata definitiva alle logiche con cui nel 2016 si era rivoluzionato il welfare stesso? La strategia impiegata dal Governo per contenere il caro vita passa, anche, da questo strumento. Per dare risposte forti a cittadini e imprese che chiedono a gran voce un appoggio finanziario, la legge di Bilancio 2023 ha apportato un importante cambiamento in ambito di welfare aziendale: la soglia massima dei fringe benefit aziendali è passata da 600 a 3mila euro (dal tetto ben più noto di 258, 23 euro, cui eravamo abituati fino al Dl 115/2022). A questo si aggiunge il dimezzamento della tassa sui premi di risultato: dal 10% si è passati al 5% nel caso in cui si preferisca il cash ai beni o servizi di welfare (il denaro fa però cumulo nel reddito).

Queste dinamiche andrebbero direttamente a influire sulla natura stessa del welfare aziendale, nato come strumento per rispondere alle esigenze più basiche di welfare rispetto cui lo Stato aveva già mostrato profondi limiti, contribuendo a renderlo un mezzo di integrazione retributiva. Emmanuele Massagli, Presidente dell’Associazione italiana welfare aziendale (Aiwa), ha espresso il suo parere sulla vicenda, segnalando tre pericoli che potrebbero scaturire da questa situazione: l’affermazione del welfare come solo strumento economico (e non sociale) di sostegno al reddito; l’affossamento delle sue espressioni originarie come la previdenza complementare, l’assistenza sanitaria e i buoni pasto; e, infine, la voucherizzazione (non a scopi sociali) di beni e servizi offerti dell’ecommerce e della Grande distribuzione organizzata (Gdo).

I lavoratori non hanno (solo) bisogno del denaro

Una soglia di defiscalizzazione così alta dei fringe benefit – è l’accusa mossa alle iniziative del Governo – potrebbe quindi spingere le aziende a preferire questi strumenti di sostegno al reddito, piuttosto che implementare complessi piani di welfare, con il rischio appunto di snaturare quanto era nei propositi del 2016 della legge di Stabilità, che allora aveva rivoluzionato il settore, aprendo di fatto anche un nuovo (e florido) mercato.

Oltre ad Aiwa anche altri esperti si sono posti in modo critico nei confronti delle novità sul welfare. Riccardo Zanon, Avvocato, Consulente del Lavoro e autore del libro Welfare terapia. Rilanciare le aziende e prendersi cura dei collaboratori nell’era del Covid-19 (ESTE, 2020), ha spiegato i limiti delle decisioni governative: “In realtà il welfare aziendale è molto di più e questa norma, se male interpretata dalle aziende, può rappresentare un rischio prima di tutto per loro stesse. Non sempre con i cosiddetti buoni spesa riusciamo ad andare incontro alle esigenze dei dipendenti”. L’esperto ha poi aggiunto: “Prevedere, per esempio, una cassa sanitaria che funziona a differenza di molte contrattuali, permette al lavoratore di avere un risparmio su visite ed esami medici superiore rispetto al costo che le aziende sostengono e che il lavoratore avrebbe sostenuto nel pagarsi le singole visite mediche. Inoltre, molte casse mediche prevedono attività di prevenzione, quindi l’azienda riduce il rischio di malattia e infortunio, quindi i costi”.

Se le imprese dovessero diventare un mero tramite per offrire denaro esentasse ai lavoratori (di per sé un’iniziativa utile), il concetto di welfare aziendale sarebbe inevitabilmente snaturato, finendo con il perdere del tutto il suo senso originario. Certo è che le misure proposte sono limitate al 2022 e, come tali, possono essere lette come funzionali per rispondere a singole esigenze del momento, come ha commentato in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, la Ministra del Lavoro Marina Calderone, lasciando intendere che il tema è destinato a esser ripreso nei prossimi mesi di governo. Tuttavia, l’orizzonte economico per il 2023 non sembra essere così positivo e, forse, è lecito aspettarsi che le misure sul welfare aziendale possano essere prolungate. È già successo nel recente passato. E potrebbe succedere di nuovo, con buona pace del ruolo che lo Stato si era immaginato per il welfare aziendale.

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