House of Gucci

Il supra-mondo del lusso

House of Gucci di Ridley Scott, liberamente ispirato all’omonimo libro di Sara Gay Forden del 2000, inscena l’omicidio di un giovane imprenditore di terza generazione da parte di due sicari inviati dalla moglie, da cui si era separato. Evento cruciale nel dissolversi della compagine familiare che aveva dato vita a un grande marchio della moda e del lusso. Al di là dell’imprecisione (e forse infedeltà) del narrato cinematografico, rispetto al reale svolgimento dei fatti, aspetto normale se si accetta l’autonomia creativa di una sceneggiatura, mi ha colpito come l’autore tratteggi una vicenda astratta da tempo, luogo e persone reali, che assume, invece, caratteri universali.

La personalità degli interpreti, più che la trama, caratterizza i personaggi chiave, che non sono molti. Prima di tutti Lady Gaga, nel ruolo della donna che si fa trascinare dall’ambizione e poi dalla frustrazione; ma con lei Adam Driver, che rappresenta un personaggio che risente delle insicurezze proprie dei membri giovani di grandi dinastie imprenditoriali; e, soprattutto, Al Pacino, che impersona il mix di realismo, ironia e cinismo dell’imprenditore navigato, ma anche consapevole dei propri limiti e di dover gestire un’eredità ricevuta.

Questo intreccio di personalità e caratteri, contraddittorio e conflittuale, è apparentemente marcato nel senso dell’italianità, soprattutto se si considera la versione originale americana con parti della recitazione nella nostra lingua. Ma si tratta di riferimenti ‘di maniera’: la sostanza della storia, infatti, prescinde da una contestualizzazione che non sia contingente. Al centro della narrazione filmica c’è il mondo del lusso, dove i produttori, gli investitori, i consumatori si confondono come abitanti di un universo globale, ma irreale e artefatto, un ‘supra-mondo’ che non solo attrae e affascina, ma ottunde la razionalità e il discernimento intelligente.

Così si può, forse, leggere la parabola percorsa dal protagonista maschile; all’inizio quasi estraneo all’orgoglio di famiglia, come quando, discutendo con Patrizia, demitizza lo storytelling dello zio Aldo sull’origine della dinastia come “nobili sellai toscani” presso le corti medioevali: “Non siamo una famiglia reale, mio nonno Guccio faceva il fattorino a Londra e fu allora che ebbe l’idea degli articoli in pelle portando su e giù i bagagli dei ricchi aristocratici”.

Maurizio si sente estraneo alle contese familiari per avere spazio in azienda. Consapevole che “…è come quel dolce, all’inizio tu credi che ce ne sia per tutti poi lo assaggi, poi ne prendi un altro e poi te lo vorresti mangiare per intero”. Di fronte a Patrizia – che incalza dicendo: “E tu che fai, te ne stai con le mani in mano mentre gli altri se lo mangiano?” – risponde di essere “…un Gucci solo di nome, non ho il loro carattere toscano, è stato attenuato dal sangue tedesco di mia madre”.

Tuttavia, distacco e disinteresse giovanile rispetto al mondo dell’azienda e del Lusso, vengono via via assorbiti, anche a seguito della pressione di Patrizia, da un coinvolgimento sempre più attivo nel business; per trasformarsi, poi, in un comportamento quasi agli antipodi rispetto agli esordi, a danno anche della relazione con la moglie e dell’interesse degli altri familiari. Un atteggiamento difficile da leggere nel suo percorso, coperto da un velo di opacità, in apparenza orientato esclusivamente alla propria affermazione personale, ma che si intuisce sedotto da una forza potente, che agisce lentamente e svuota ogni opposizione della volontà.

Il lusso come nicchia della società

Se Gucci è sinonimo di ricchezza, di stile, di potere, nel film gli ambienti esterni e interni, gli arredi, le scenografie e i costumi riflettono una ricerca del ‘bello’, sostenuta a tratti da immagini oniriche, ma che è esasperata nell’eccesso dello sfarzo, al limite del cattivo gusto e del trash. La stessa figura di Maurizio appare avvolta da questa corrente del lusso sfrenato, come quando utilizza strumentalmente nelle trattative una calzatura con al suo interno una foglia ricoperta d’oro, a suo tempo concepita dallo zio Aldo.

Imprenditori come Guccio Gucci, spesso di umili origini, sono stati creatori inconsapevoli di un ordine valoriale e simbolico la cui potenza è andata molto oltre la prosperità di aziende, business e rispettive famiglie; ne è sorta una sfera intera della società, innervata da una logica che si impone per proprio diritto autonomo e non per convenienze, o conseguimento di scopi specifici, ai soggetti che entrano a farne parte; una logica che consiste di pratiche materiali, assunzioni, valori, convinzioni e regole, influenzando comportamenti solo in apparenza consapevoli e razionali.

I personaggi del film appaiono accomunati dall’appartenenza a questa sfera, alla quale accedono per diversi motivi, dal diritto di nascita, al contributo creativo, alla capacità gestionale, alla determinazione nel realizzare il proprio sogno o desiderio; ma le loro esistenze, i loro progetti, le loro storie di vita, si rivelano inesorabilmente fragili, di fronte a un ‘supra-mondo’ che accentua, nel corso del tempo, non solo la distanza dalle altre sfere della vita sociale, ma anche la sua impermeabilità rispetto al vissuto dei suoi stessi abitanti.

Oggi, bersagliati dal contrasto tra le immagini delle devastazioni prodotte da una guerra incomprensibile e quelle di yacht e residenze di oligarchi e sceicchi, possiamo forse cogliere meglio come il ‘supra-mondo’ del lusso, una volta istituito, perda ogni nesso con le esperienze vitali dei suoi creatori originari e trascenda sentimenti e vissuto dei singoli attori, rappresentabili come maschere stilizzate di personaggi avulsi da ogni specifico contesto sociale.

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Gianfranco Rebora

Gianfranco Rebora è Direttore di Sviluppo&Organizzazione, la rivista edita dalla casa editrice ESTE e dedicata all'organizzazione aziendale. Rebora è Professore Emerito di Organizzazione e gestione delle risorse umane dell’Università Carlo Cattaneo – Liuc di Castellanza.

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