La Direzione del Personale e il mondo che verrà

Scoprii Abraham Maslow, Psicologo statunitense, nei lontani Anni 70. A quei tempi l’immagine iconica della ‘piramide dei bisogni’ si stampava nella mente di qualunque neofita delle Risorse Umane, per quanto assai criticata: un assunto basato su eccessiva astrazione, ridondanza di focus sull’individuo, rigidità verso le variabili organizzative. In breve, un modello figlio dell’emergenza post bellica, specchio di una realtà fortunatamente superata. Quando mai ci saremmo ritrovati faccia a faccia con i cosiddetti bisogni primari? Pur tra mille problemi l’ascensore sociale, per chi voleva, portava ancora ai piani alti.

Sto rileggendo, con occhi diversi, le pagine sulla Teoria della motivazione umana e, pur a distanza di tanto tempo, sembrano tornate di grande attualità.

Dov’eravamo rimasti all’inizio dell’anno? Alla solita previsione di Pil piatta e agli impietosi confronti con i competitor storici: un quadro che, visto oggi, parrebbe addirittura idilliaco se paragonato al futuro che ci attende.

Da troppe settimane la lettura di qualunque giornale è diventata un manuale di sopravvivenza per naufraghi: bilanci sfarinati come castelli di sabbia, piani industriali trasformati in carta straccia, code al Monte dei pegni e sirene delle ambulanze assurte a colonna sonora di questa disgraziatissima primavera. Nonostante ciò continuo a imbattermi in frasi come “riparte l’ottimismo”, “pronti alla sfida”, “al lavoro più forti di prima”, rilanciate dai blog professionali come se mesi di fermo macchina totale si riducessero a un normale pit stop. Forse qualcuno ha scambiato per un forte raffreddore un infarto devastante che si è abbattuto sul Pianeta, compromettendone seriamente le funzioni vitali. Che senso ha questo marketing da social che dietro l’uso incauto di slogan pseudo pubblicitari cerca di nascondere la più ovvia delle verità? I risultati di un sondaggio di Euromedia Research affermano che da settimane la paura è il sentimento dominante e lo sarà ancora per molto tempo. Paura per la salute, per la propria attività, per i propri risparmi e non da ultimo per una possibile implosione del Paese.

Che lavoro sarà quello che rischia di vedere uffici dimezzati, risorse sparpagliate nelle loro case e costrette a un lavoro smart ancora da perfezionare, riunioni rigorosamente a distanza e viaggi contingentati o annullati? Faranno ancora parte della nostra vita gesti ad altissima valenza simbolica quali il guardarsi negli occhi e stringersi la mano?

C’è un mondo da rimettere in piedi. Se sarà un mondo nuovo lo diranno i fatti. Sarà il momento della svolta tanto auspicata? Con leader mondiali migliori di quelli attuali e con tanti Bill Gates pronti a lanciare il cuore oltre l’ostacolo? Non potrebbe esserci momento più opportuno per testare le buone intenzioni solennemente sancite pochi mesi fa dalla Business round table a favore di un capitalismo più sostenibile e sensibile a istruzione, ambiente e salute.

Marco Revelli, studioso molto attento alle dinamiche sociali, ammonisce tuttavia che tanti stanno lavorando affinché ‘tutto sia come prima’. C’è da augurarsi che ciò non accada, ma per questo serve al più presto una nuova architettura socio economica ancor tutta da immaginare. Siamo all’inizio di una lunga traversata in mare aperto e il profilo rassicurante della costa è ormai scomparso dietro la linea dell’orizzonte.

Cerchiamo da subito la rotta più semplice, più prudente. Torniamo a quei fondamentali del nostro lavoro che nei momenti di difficoltà si rivelano affidabili come una bussola: oggi la ripartenza richiede bravi carpentieri, per una volta la Finanza può attendere.

Istinto, immaginazione e coraggio dovranno tornare a essere i paradigmi di riferimento di una Direzione del Personale che avrà il compito, non facile, di ricostruire l’anima aziendale e lo dovrà fare rimotivando dal profondo i tanti lavoratori indeboliti da settimane di angoscia e talvolta feriti negli affetti più cari. Anche piccoli segnali potranno essere di aiuto, come l’uso appropriato di frasi e termini dove la parola “speranza” abbia molta più rilevanza di “sacrificio”. È l’occasione irripetibile in cui pensare più sociale che ‘social’.

È il momento di ribaltare antichi pregiudizi quali il gap generazionale, con i suoi giacimenti di know how inespresso trasformatisi finalmente in cross fertilization e porre fine a uno spreco di capitale umano considerato colpevolmente come semplice sottoprodotto di cultura aziendale.

Questa società così fragile avrà sempre maggiore bisogno della sensibilità e dell’intuito delle donne. Accedere a opportunità e responsabilità non deve più essere una frase fatta: ricostruzione è un sostantivo al femminile.

Chissà che finalmente non nasca un nuovo Umanesimo del lavoro. È più di un sogno. È una nuova frontiera, attesa come la linea di un orizzonte lontano indicante il profilo incerto del mondo che verrà.

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Antonio Rinetti

Ex Direttore del Personale di un importante istituto bancario e attualmente Consulente HR.


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