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La formazione è un tappeto volante

Abbiamo attraversato la crisi più lunga –e forse non ne siamo neppure usciti– tagliando sprechi, azionando la leva della riduzione dei costi e rinunciando, forse troppo, a usare l’acceleratore degli investimenti. È successo in famiglia come in azienda.

Anni bui, che sono seguiti ad anni eccessivamente disinvolti. Alcuni non ce l’hanno fatta, altri sono sopravvissuti allo tsunami. Ma non ne stiamo venendo fuori con nuovi approcci e modelli: una sorta di coazione a ripetere spinge, infatti, le imprese a utilizzare le stesse logiche con cui sono entrate nella grande crisi.

Impermeabili a un cambiamento di stile e di gestione. Si nota un’eccessiva prudenza ad affrontare un cambiamento, a dare una svolta. La prudenza, si sa, è una delle quattro virtù cardinali, ma l’uso eccessivo in azienda diventa patologia gestionale. E all’uscita del tunnel non troveremo la stabilità, ma le sfide della trasformazione digitale con il loro carico di dinamite organizzativa.

Bisogna uscire dal nido e spiegare le ali. Altro che prudenza! C’è un prima e un dopo anche per la formazione. Prima, a partire dagli allegri Anni 90, si portavano i manager in barca a vela, nei campi di golf, nei maneggi. Si organizzavano corsi nei weekend, in splendide location e, per i più bravi, learning tour in Silicon Valley.

Dopo, quando si sono prosciugati i budget, sono stati tagliati la formazione (come fosse un costo qualunque), il toner per le fotocopiatrici, l’appalto per le pulizie, la cancelleria, la carta igienica. E quando il budget non è stato azzerato, anziché il corso si sono chieste pillole formative. Il docente è stato sostituito da videogame, cartoon, App o, nei casi migliori, mezze giornate in aula.

La mia impressione di formatore, cresciuto in lunghi anni dentro ruoli di responsabilità nelle imprese, è che nelle nostre realtà aziendali, nelle grandi come nelle più piccole, oggi sia ancora troppo diffuso un inconscio presupposto gestionale: la formazione è un costo e, se possiamo minimizzarlo, facciamo un buon servizio al risultato di business. Il principio è quello che abbiamo coltivato e alimentato negli anni bui: provare, in ogni modo, a ‘fare di più con meno’.

Non che sia sbagliato, è anzi l’imperativo base in ogni aspetto gestionale delle organizzazioni. Ma non è un assioma, non può essere un principio fine a se stesso: richiede, invece, la capacità di fissare un limite, una soglia oltre la quale ciò che facciamo rischia di perdere consistenza o addirittura di snaturarsi. È lì che sprechiamo soldi.

Basterebbe porci una semplice domanda: serve? La pillola formativa, l’App interattiva sullo smartphone, il corsetto usa e getta o quello messo in un megacatalogo in elearning, assicurano la formazione? Si tratta di utilità obiettivamente valide per supportare un percorso formativo, ma spesso le utilizziamo come fine e non come strumenti, rischiando di vanificarne il senso stesso.

Per andare avanti, superare la zona grigia della crisi e adottare nuovi e più efficaci modelli, dovremmo tornare ai fondamentali: formazione è apprendere, prendere, afferrare con la mente. È dare forma: una scultura che emerge dal blocco di marmo, per dirla con Michelangelo.

Dovremmo ricordarci che le persone son già portatrici della conoscenza che serve, occorre solo aiutarle maieuticamente a disseppellirla, a condividerla e a capitalizzarla. Arte maieutica, umanistica, non tecnica, socratica. Non ci sono scorciatoie tecnologiche o surrogati che possano sostituire Socrate in aula.

Il punto è che la formazione in azienda, se non è mero aggiornamento tecnico-professionale o addestramento, deve riuscire a spingere le persone a un cambiamento, anche piccolo: se non genera un miglioramento incrementale nel mindset e nei comportamenti organizzativi di un individuo o di un team, non serve, fallisce il suo scopo.

Ancora è rara la consapevolezza, nei direttori del personale e nei titolari, che la formazione non è un costo da minimizzare, ma è un diretto fattore di business: sviluppare nuove competenze, riuscire a tenerle allo ‘stato dell’arte’, è infatti la precondizione del miglioramento dei processi, dell’innovazione dei prodotti e, quindi, del risultato aziendale.

Per muoversi verso questo obiettivo essa dev’essere più arte del togliere che del mettere, deve scavare in profondità più che agire in estensione. Italo Calvino la assocerebbe alla virtù della leggerezza: genio che vien fuori sfregando la lampada, tappeto su cui possiamo volare. Noi e l’impresa.

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