Lo Smart working spiegato da uno smart worker

Sono originario della provincia di Napoli e lavoro come sviluppatore software in un’azienda di Milano. Mi ci sono trasferito a fine 2014, appena laureato e dopo aver tentato invano di trovare le stesse condizioni economiche da neolaureato anche a Napoli o Roma. Negli ultimi sette anni ho lavorato in diversi ambiti – sempre come sviluppatore – iniziando dalla consulenza più ‘spinta’, con orari difficili e clienti esigenti, fino al mio attuale lavoro, in cui mi occupo di sviluppo in ambito big data per un’azienda con suo prodotto interno.

Fino all’inizio del 2020 il lavoro prevedeva la presenza fissa in ufficio, tranne qualche giornata di lavoro da casa per  esigenze legate al momento specifico: da qui la mia necessità di vivere in città per non dover trascorrere tutta la giornata in spostamenti da un luogo all’altro.

Tutto questo è andato avanti fino allo scoppio della pandemia di Covid-19, quando quest’ultima ha trasformato tutto, rendendo i luoghi pubblici non più sicuri e costringendo (quasi) tutte le aziende a far lavorare da casa i propri dipendenti. L’evento pandemico ha comportato un grosso stravolgimento perché anche se molte imprese, almeno a Milano, adottavano già politiche di Smart working e telelavoro, praticamente nessuna azienda aveva mai sperimentato l’Home working totale e il suo impatto, non solo sulle persone e l’organizzazione, ma pure sulle fragili infrastrutture informatiche. Nel mio caso, il cambiamento è stato drastico, perché già a fine febbraio 2020 si è scelta questa strada, quando ancora il lavoro agile era considerata solo una raccomandazione da parte del Governo.

All’inizio l’aspetto più difficile è stato quello di disabituarsi alle ‘vecchie abitudini’ dell’ufficio; l’impatto maggiore, a mio giudizio, l’ha avuto sicuramente la comunicazione. Lavorando in un open space, i colleghi erano sempre a portata di mano per qualsiasi necessità, nelle riunioni in presenza sembrava di capirsi meglio e in più c’era l’ascolto passivo (forse questo è ciò che mi è più mancato). Mi capitava spesso, infatti, di raccogliermi intorno a una postazione con altri colleghi e discutere insieme la soluzione di un problema apparentemente complesso. La situazione in molti casi si risolveva velocemente proprio grazie a chi era in ascolto pur non essendo direttamente coinvolto – magari avendo avuto esperienze simili in passato offriva un punto di vista sulla situazione. Poi c’era la classica chiacchierata disinteressata alla macchinetta del caffè, che magicamente sfociava nella soluzione che stavo cercando da ore.

Ora che con lo Smart working questi ‘incontri casuali’ non ci sono più, per mantenere lo stesso livello di produttività è fondamentale sfruttare al meglio le riunioni virtuali e fissare così alcuni momenti standardizzati di confronto, in cui ognuno possa spiegare brevemente su cosa stia lavorando e che tipo di problemi stia affrontando (per la verità questo aspetto avveniva già in presenza, ma ora ha assunto ancora più importanza). Se tutti sono attenti è più semplice contribuire, anche solo indirizzando verso la persona che meglio conosce il problema.

Più tempo per la produttività senza (troppi) sacrifici

Una volta ridisegnate al meglio le vecchie abitudini, il primo aspetto positivo del nuovo modo di lavorare è stata sicuramente la riduzione delle interruzioni del proprio lavoro e la facilità nel mantenere la concentrazione. Benché sia molto più semplice in ufficio parlare direttamente con i colleghi piuttosto che aspettare (o indovinare) il momento più opportuno, spesso il risultato era quello di interrompere il lavoro, con il conseguente calo di produttività. Ma tutto questo cambia drasticamente in un ambiente remoto.

Molti strumenti di comunicazione mettono a disposizione un calendario condiviso, che, se gestito con cura, è in grado di dire al nostro interlocutore quando potremmo essere disponibili per domande, aiuti e richieste in generale, oppure per noi stessi, per ritagliare un momento di massima concentrazione in cui non vogliamo essere interrotti. In questo modo è sufficiente aprire il calendario e capire quale sia il momento migliore per richiedere disponibilità. In generale ho notato – e con me anche molti miei colleghi – che lavorando da remoto è molto più facile mantenere la concentrazione e migliorare la produttività: questo ovviamente sempre a patto di essere in grado di gestire il proprio tempo.

Un altro aspetto positivo riguarda l’orario di lavoro: con la flessibilità oraria ci sono vantaggi notevoli nella qualità della vita (non riguarda solo la mia esperienza, vale anche per alcuni colleghi e per chi mi è vicino). Nel mio caso lo Smart working vuol dire ‘rinunciare’ ad almeno un’ora al giorno persa per gli spostamenti sui mezzi pubblici; che significa un’ora in più per godermi la giornata, per dedicarmi maggiormente alla cura delle persone, alla mia salute e ai miei interessi (purtroppo nei limiti imposti dalla pandemia). Inoltre, senza gli obblighi imposti dall’orario di ufficio è possibile ‘spezzare’ la giornata lavorativa – ovviamente a patto di organizzare il proprio tempo di lavoro e rispettando gli obiettivi prefissati – per esempio una breve passeggiata a piedi o in bici, una sessione di attività fisica, un po’ di tempo per la lettura o per lo studio e per qualsiasi cosa utile a ridurre drammaticamente lo stress e migliorare così anche la produttività sul lungo termine. Avete mai provato a fare una passeggiata rilassante in campagna con una bella giornata prima di una riunione stressante? Suggerisco di provarla.

A proposito di campagna, un altro grande vantaggio del lavoro in remoto è la possibilità di lasciare la città per tornare a vivere in realtà più a misura d’uomo, meno caotiche, meno costose, meno inquinate e in generale più vivibili. Il caso mi riguarda da vicino, perché da dicembre 2020 mi sono trasferito da Milano nelle Marche per motivi personali, sempre continuando a lavorare per la stessa azienda: cosa che, fino a pochi mesi fa, non avrei pensato nemmeno lontanamente e che non sarebbe neppure stata possibile.

Manca la socializzazione e c’è il rischio di burnout

Tra i pochi aspetti negativi che ho riscontrato nella nuova modalità di lavoro, uno di sicuro è stato quello delle spese. Per prima cosa la mancanza dei buoni pasto, di solito erogati in base ai giorni lavorati in ufficio, ma non valida per il lavoro da remoto, che si è tradotta con una perdita di circa 140 euro al mese. Inoltre, non lavorando più in ufficio, tutte le spese relative, per esempio, ai consumi di luce, riscaldamento e connessione a Internet (oltre a quelli di dover cucinare in casa ogni giorno) sono a carico del dipendente, che deve così provvedere anche a mantenere efficiente tutto l’ambiente di lavoro. Nel mio caso ho dovuto richiedere un ‘permesso’ di tre ore per un disservizio della Rete che mi ha impedito di lavorare tutto il pomeriggio.

Altra mancanza importante è la socializzazione all’interno dell’organizzazione che rischia di modificare anche quei legami forti alla base del gruppo di lavoro. Penso, per esempio, all’accoglienza dei nuovi colleghi, diventata complessa in questo contesto, dove inserire nuove persone in modo virtuale in un’organizzazione con dinamiche già consolidate, impedisce ambientamento di cui invece avrebbe goduto di persona. Perché dove prima c’erano aperitivi, pranzi, chiacchierate al caffè e partite al biliardino – che di certo facilitavano l’inserimento e la socializzazione – adesso ci sono soltanto spazi virtuali dominati da webcam e microfono. Tuttavia, riconosco che le Risorse Umane stanno lavorando duramente alla ricerca del modo più efficace per introdurre i nuovi colleghi, organizzando eventi e cercando di coinvolgere più persone possibili attraverso giochi, discussioni aperte su tematiche sociali, su tecnologia, ecc.

Dalla mia esperienza di Smart working ho capito (e probabilmente anche la mia azienda) che si tratta di una modalità di lavoro possibile, efficace e con grandi benefici sulla qualità della vita di tutti. Tuttavia una variabile importante riguarda il tipo di ambiente lavorativo e la cultura del management. Tutto funziona alla perfezione in un contesto di fiducia reciproca, in cui ognuno è perfettamente in grado di gestire il proprio tempo e lavorare per obiettivi, con i manager che rivestono il ruolo di facilitatori e non certo dei ‘guardiani’ che si preoccupano solo che il lavoro sia stato svolto e sia realizzato nei tempi concordati.

L’altra condizione fondamentale è il rispetto degli spazi privati della persona, considerato che, a oggi, non esiste una vera e propria legge in Italia sul diritto alla disconnessione e non sono rare le situazioni in cui gli orari di lavoro si allungano oltre il tempo prestabilito, ancora di più una volta spostato il lavoro a casa. In attesa di una normativa che tuteli i dipendenti, tutto è nella responsabilità delle singole persone, che basandosi su fiducia e rispetto reciproco dovrebbero garantire un buon compromesso tra vita privata e orario lavorativo. Cosa che, purtroppo, in molti casi è ancora un’utopia.

 

* Sandro Pacelli è lo pseudonimo di un Big Data Engineer di un’importante azienda di software che ha scelto di condividere con Parole di Management la sua esperienza di smart worker.

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