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Perché questa crisi non è (tanto) diversa dalle precedenti

Appartengo a una generazione in cui le donne spesso portavano noi neonati al parco, al nido, all’asilo. Eravamo alla metà degli Anni 60, in pieno Boom economico. L’organizzazione della società era, in effetti, diversa da quella di oggi. Vigeva una regola sull’educazione, delle nonne e delle zie. In qualche modo (se non del tutto) trasversale a ceto e censo.

La luce del giorno, il colore dei fiori e il loro profumo, il rumore delle rotelle del passeggino graffiare l’asfalto delle città, le voci degli altri mocciosi e quella dei maestri: erano modi per insegnare (e per noi imparare) a sviluppare un sistema sensoriale distinto dalla culla, dal tepore, da buio della notte. Per gettare le fondamenta dell’esistere, della formazione della soggettività, della civilizzazione, della socializzazione.

Le mani servivano a sviluppare la capacità prensile e mai avremmo immaginato quella per lo più digitante, così come guardarci allo specchio rispondeva alla messa a fuoco delle nostre potenzialità simboliche. Tratti distintivi, con un po’ di antropocentrismo, rispetto ai nostri coabitanti. Ricordo che mio fratello maggiore, per farmi divertire, raccontava di un lontano 2000 fatto tutto di pulsanti, con gente che avrebbe parlato da sola per strada ed entità strane avrebbero volato sulle nostre teste. Fantasticavamo insieme, usando l’acronimo Ufo (coniato in fondo di recente dall’Us Air Force), ignari di cosa sarebbero stati poi i droni che ora ci tengono compagnia.

E tutto questo – ma naturalmente molto altro – ciascuno di noi lo porta nella vita adulta. Un portato invisibile e per questo presente, fondamenta, nei gesti di responsabilità, dei modi di stare insieme e di comportarci nella convivenza, privata e pubblica. In quella che conosciamo come organizzazione aziendale che, se sostiamo a rifletterci, attraversa la maggior parte del tempo della nostra vita.

La narrazione di una crisi “diversa” dalle altre

Le esperienze antiche e presenti condizionano la produttività, parola chiave ricorrente ad amplio spettro – ieri, oggi e domani – i suoi possibili significati e i relativi miti a essa associati. Che forme sta assumendo oggi, alle soglie del terzo decennio del Terzo millennio? In molti raccontano, in questi giorni, di una drammatica crisi, non più solo quella che vede al palo da oltre 20 anni il Pil del sistema-Paese Italia, ma una che, dalla cornice delle regole della finanza internazionale, si è accentuata per uno scherzo della natura, con un salto di specie dal pipistrello a noi, animali umani.

Quel che oggi ne deriva, ma soprattutto quel che è centrale nella narrazione prevalente, è che questa crisi è in fondo diversa dalle altre, da quelle precedenti, quella del 1929, e poi del 1973, dei primi Anni 90 (condita, in Italia, anche da una frattura istituzionale e politica), dalla bolla speculativa di Lehman Brother del 2008. Con intervalli asintotici del ciclo economico keynesiano che pure potrebbero e dovrebbero destare qualche sospetto. O, almeno, impensierire.

Può darsi, forse è vero, che ciascuna di queste è diversa dall’altra. E comunque ‘ci sta’ sottolineare i distinguo sui tavoli di negoziazione: è nel gioco delle parti raccontarci se quello che stiamo vivendo è uno choc simmetrico o asimmetrico, con conseguenti accordi internazionali per gestirne le conseguenze.

Produciamo il 20% in più rispetto al pre-lockdown

Ma forse anche no. In fondo questa non è poi così diversa da altre crisi. Magari è più drammatica perché accentua e ripete vecchie trame. E la ripetizione stanca. Secondo i più accreditati osservatori di ricerca internazionale, in questi giorni complicati a cavallo delle primavera 2020, complice l’uso della Rete e guardando a valori aggregati produciamo, mediamente, il 20% in più rispetto ai tempi che precedono il lockdown. E siamo solo all’inizio.

È vero, per ora – e almeno per un po’ – si consuma meno, forse, ma al netto dei consumi domestici e dell’uso spinto di tutta la produzione virtuale che invece è schizzata verso l’alto. Proprio come quella dannata curva (che dice di vite e morti) che abbiamo imparato a seguire tutti i giorni alle 18 durante la conferenza stampa della Protezione civile, preceduta dai comunicati dalla Regione Lombardia.

Occasione ghiotta, ghiottissima, per il paradigma dominante, quello che dalla fine degli Anni 80 sembra l’unico possibile, dopo il “Mr. Gorbaciov, abbatta questo muro”. Chiamiamolo, quel paradigma, “Economia di mercato” se ci affacciamo da nostro lato, o “Capitalismo industriale” se guardiamo il mondo da quell’altro del Muro, prima che si sgretolasse.

Per questo, molte aziende stanno vivendo la straordinaria possibilità di abbattere i costi fissi, quelli di struttura. Ma anche i costi variabili, acqua, luce, gas, guardiania, pulizia, e chi più ne ha ne metta. E (quasi) tutti, intanto, al lavoro. Lavoro a cottimo, mezzadria, aspettando di ritrovarci a partecipare all’asta pubblica e privata. Sì, lavoro all’asta! Fantascienza, fantalavoro o, invece, fantasie non dissimili da quelle sul 2000 (o 2001 Odissea nello spazio), percepito appena pochi anni prima come lontanissimo.

Sono venuti meno due grandi modelli del Novecento

Ricordo il dibattito, dell’altro ieri, sul blocco dei computer aziendali per accedere a Facebook o altri social network, o alla pausa di lavoro per fumare una sigaretta, fino alla gestione dei turni cari (e aderenti) alla poetica di Chaplin in Tempi moderni, così lontana ma così vicina. Tutto risolto. A vantaggio secco di chi detiene il controllo e la proprietà dei mezzi di produzione, per utilizzare una immagine che oggi scandalizza e attira agevolmente strali di veterocomunismo.

Attacchi facili rispetto ai quali – confesso – non ho né risposte certe né ricette altrettanto facili, al cospetto del lutto derivante dal venir meno dei due grandi modelli che il Novecento aveva consegnato a noi tutti e a chi governa le dinamiche delle relazioni geopolitiche. Lavoriamo tanto, produciamo di più. Altro che “lavorare meno, lavorare tutti”. Rotelle del solito ingranaggio. Messo a norma e ben lubrificato.

Altri continueranno a darsi da fare per realizzare il “Bilancio sociale” delle aziende e spiegare come distinguere – diversamente dal bilancio di esercizio, quello vero – le voci del conto economico generale e dello stato patrimoniale; specificando ed etichettando (e questo non mi pare un buon segnale) che esiste ‘anche’ una dimensione da includere nel bilancio, perché fa proprio il suono delle rotelle sotto un passeggino, l’apprendere la differenza tra il giorno e la notte, l’imparare a percepire i colori e gli odori, le voci dei coetanei e dei maestri. Capacità prensile e abilità simbolica. Fino al coesistere, coabitare, convivere, organizzare. Niente di nuovo, temo, sotto il sole. Carta conosciuta – e in fondo meno male – per orientarsi. E muoversi.

* Luigi Maria Sicca è Professore Ordinario di Organizzazione aziendale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II

produttività, covid-19, post Covid, crisi

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