I 50 anni dello Statuto dei lavoratori, regole e diritti di un mondo lontano

Il 20 maggio 1970 la sua entrata in vigore fu salutata con una frase poi divenuta celebre: “La Costituzione è entrata nelle fabbriche”. Sono passati 50 anni e molte riforme del Diritto del lavoro da quel giorno, eppure lo Statuto dei lavoratori è rimasto legge fondamentale e insieme terreno di scontro decisivo dell’intero sistema dei rapporti di lavoro in Italia.

Sulla valutazione che va data oggi della Legge 300 del 1970 si confrontano due punti di vista estremi: c’è chi la considera un prodotto storico ormai invecchiato nel tempo, “un edificio in rovina” secondo alcune letture, e chi vorrebbe cristallizzarla in un eterno presente, facendo leva sull’idea che i capisaldi del lavoro siano sempre gli stessi e lo Statuto sia l’unica risposta adeguata. In mezzo, voci autorevoli provano a dare un giudizio storicamente orientato sul valore della legge e su ciò che rappresenta ancora oggi.

Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) ha celebrato i 50 anni dello Statuto dei lavoratori con un convegno virtuale sul futuro delle relazioni di lavoro, al quale Parole di Management ha partecipato.

Attualizzare lo Statuto con il diritto alla formazione

Secondo il Presidente Tiziano Treu, la chiave di lettura e l’eredità più importante della Legge 300 va individuata nel principio di universalizzazione dei diritti, così come ne aveva ragionato durante una puntata di PdM Talk, quando spiegò che al lavoro serve una costruzione progressiva e non un altro Jobs Act

“Universalizzare i diritti implica ripensarli e graduarli. Lo Statuto rappresentava soltanto i diritti della classe operaia forte, le Piccole e medie imprese erano lasciate fuori e non c’erano lavori frammentati. Oggi occorre ripensare questa universalizzazione e non è solo un problema di estensione dei diritti, ma anche di cambiamento del loro contenuto”. Oltre ai trattamenti base, previsti già nel 1970, si impongono diritti di nuova generazione, a cominciare dalla formazione continua personalizzata, dalla promozione delle capacità delle persone e dal diritto alla privacy intesa come difesa del singolo dall’invasione delle tecnologie.

“Nello Statuto dei lavoratori c’era l’idea che i diritti degli individui sono solitari e fragili, se non sostenuti da una collettività organizzata che sia democratica”, ha continuato Treu. “Questa seconda previsione è in grande crisi oggi, non solo perché manca una legge sulla qualità della rappresentanza che tutti gli altri ordinamenti moderni hanno approvato 50 anni fa, ma anche perché oggi occorre riflettere su come questi diritti vadano accompagnati, con quale tipo di presidio organizzato e collettivo, nei confronti di una fabbrica del tutto diversa, nel rapporto con le macchine e nei confronti di un’impresa responsabile socialmente”.

I diritti dei singoli non possono più esser limitati solo ai confini delle organizzazioni tradizionali, ma si estendono necessariamente su piattaforme digitali e su Supply chain estese e frammentate. Su queste nuove dimensioni, secondo il Presidente del Cnel, la tutela potrà essere con tutta probabilità solo procedurale: un nuovo intreccio tra tutela individuale e collettiva, che tenga conto di regole precise, ma faccia i conti anche con organizzazioni complesse e professionalità più autonome e diversificate.

“Bisogna estendere i diritti anche oltre le forme del lavoro tradizionale. In primis, il diritto alla formazione che sarà il vero alimento dei lavoratori per reggere le sfide tecnologiche della fabbrica”, ha detto Treu. “Occorre immaginare i tipi di partecipazione da promuovere per aiutare i singoli e non lasciarli soli nelle imprese del futuro che possono essere incerte, complicate e che quindi vanno rese anch’esse più rispondenti alle persone”.

Allineare responsabilità sociale dell’impresa e lavoro di qualità

Dall’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori a oggi, in effetti, molte cose sono cambiate. Negli Anni 70 il tasso di occupazione era del 50%: in Italia solo un lavoratore su due era occupato. La disoccupazione era al 6%, ma negli anni a venire sarebbe sempre stata a doppia cifra. Gli infortuni sul lavoro erano elevatissimi: si contavano quasi otto incidenti mortali al giorno. E anche la conflittualità tra lavoratori e datori di lavoro era altissima. “Lo Statuto dei lavoratori è cambiato sotto la spinta degli eventi e del mercato con molte resistenze, piuttosto che con un ripensamento profondo della sua funzione. E oggi la crisi del Covid-19 è la goccia che ha fatto traboccare il vaso dei cambiamenti che hanno caratterizzato gli ultimi decenni”, ha detto Claudio Lucifora, Professore di Economia del Lavoro all’Università Cattolica di Milano e Consigliere Esperto del Cnel durante il suo intervento al convegno.

Due sono le forze in gioco che hanno trasformato il mondo del lavoro: la globalizzazione, con nuove catene di lavoro che frammentano sia la produzione sia i rapporti di lavoro, e le tecnologie digitali, concepite finora più come strumento di sostituzione che come strumento di collaborazione e trasformazione del lavoro. Quali cambiamenti hanno prodotto? I contorni del lavoro dipendente e del lavoro autonomo sono sempre più sfumati. I luoghi del lavoro non sono più le fabbriche e, dopo questa crisi, forse neppure gli uffici. I tempi del lavoro non esistono più: prima si parlava di conciliazione, ora non c’è quasi differenza tra lavoro e vita privata.

“In questo nuovo quadro è necessario ripensare i meccanismi di regolazione del lavoro”, ha detto Lucifora, così come risolvere alcune questioni ancora aperte: la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, il diritto soggettivo alla formazione e alla conoscenza e la sostenibilità. “È necessario allineare la responsabilità sociale dell’impresa con il lavoro di qualità. Bisogna rimettere al centro il lavoro: buone retribuzioni e formazione devono far parte degli obiettivi che l’impresa si pone per essere più resiliente. Gli choc non sono più eventi sporadici, perciò abbiamo bisogno di un sistema e di un’economia in grado di rispondere in modo efficace”.

Procedimentalizzare la tutela per bilanciare un datore di lavoro “algoritmico”

C’è poi un cambiamento legato alle dimensioni dell’impresa e al suo grado di innovazione. Anche quello che alcuni chiamano datore di lavoro ‘algoritmico’, così intelligente perché basato su tecnologie avanzate, esercita dei poteri: di controllo, di accertamento sanitario, di verifica, di indagine, di variazione delle mansioni. “Bisogna prendere coscienza del fatto che il datore di lavoro si è trasformato”, ha detto Michele Faioli, Professore di Diritto del Lavoro all’Università Cattolica di Milano e Consigliere Esperto del Cnel. “I poteri esercitati dalla macchina intelligente come vanno controbilanciati? Indicando una serie di diritti fissi o facendo rinvio a procedimenti di tipo sindacale? Opterei per la seconda ipotesi, ovvero procedimentalizzare la tutela dei diritti, bilanciandoli di volta in volta e trattando situazioni diverse in modo diverso”.

Già nel 1985 il Cnel aveva elaborato un lungo rapporto sulle possibili riforme necessarie allo Statuto dei lavoratori. Un check up della Legge 300, che offriva tra le altre cose una valutazione critica degli articoli 13 e 18, anticipando le modifiche legislative apportate dal Jobs Act. Al di là dei contenuti, si poneva attenzione al metodo: pur restando fermi i fini dello Statuto, individuati nella tutela della dignità del lavoratore e nella promozione del ruolo del sindacato, si suggeriva che i mezzi per tutelare questi fini dovessero cambiare perché le condizioni economiche e sociali nel tempo erano mutate.

Se la chiave è la procedimentalizzazione, l’elemento cardine attorno a cui ruota il coinvolgimento del sindacato è il concetto di ‘unità produttiva’. “Lo Statuto considera come luogo attorno a cui si costruiscono i diritti la struttura racchiusa tra pareti di cemento armato, ma oggi lo stabilimento è digitale”, ha sottolineato Faioli.

La definizione di unità produttiva andrebbe perciò estesa, per inglobare anche la dimensione delle filiere e dei network digitali”. Ciò permetterebbe di rinnovare davvero il mondo del lavoro, recuperando l’intuizione che aveva avuto già nel 1985 il giuslavorista Gaetano Vardaro: è inutile continuare a discutere sulla differenza tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, diceva, la vera distinzione è tra lavoro che domina la tecnologia e lavoro che è dominato dalla tecnologia.

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