Prendere una decisione ottimizzando l’attività del nostro cervello

Ogni giorno, prendiamo circa 35mila decisioni. Per quanto ci piaccia pensare a noi stessi come essere razionali, la maggior parte di queste decisioni sono spinte più dalle emozioni che dalla logica. Questo è facilmente comprensibile se si prova a immaginare lo sforzo che altrimenti richiederemmo costantemente al nostro cervello. Chiedendosi come possiamo sfruttare questo nostro modo di ragionare per migliorare la nostra vita e quella delle persone che ci circondano, il professore della Harvard Law School Cass Sunstein e l’economista Richard Thaler (entrambi premi Nobel per l’Economia nel 2017) hanno elaborato la teoria dei nudge.

Nella lingua inglese il concetto di “nudge” fa riferimento al pungolare, stimolare e assume un significato sia fisico, iametaforico. In italiano questo concetto viene spesso reso con l’espressione “spinta gentile” e ci si riferisce a pungoli che possono essere utilizzati per incoraggiare un determinato comportamento piuttosto che un altro. Nel campo dell’economia comportamentale e della filosofia politica, infatti, la teoria dei nudge sostiene che rinforzi positivi, suggerimenti o aiuti indiretti possono influenzare i motivi e gli incentivi che fanno parte del processo di decisione di gruppi e individui, almeno (se non molto di più) con la stessa efficacia di istruzioni dirette, normative o adempimenti forzati.

Conoscere le strategie migliori per fare scelte corrette

È possibile, quindi, intervenire sulle scelte delle persone attraverso la strutturazione di una serie di ‘pungoli gentili’. In particolare, si possono influenzare la struttura delle opzioni, che comprende il numero di alternative, tecnologie e ausili decisionali (come le impostazioni di default e le scelte a tempo) e la descrizione delle opzioni, cioè la loro progettazione e distribuzione nel tempo.

Per essere considerato un vero e proprio pungolo, l’intervento deve essere facile e poco costoso da evitare: non deve essere un ordine. “Facciamo un esempio pratico: mettere la frutta al livello degli occhi e in modo facile da raggiungere può essere considerato un nudge; al contrario proibire il cibo spazzatura non lo è”, spiega Monica Boni, Amministratore Delegato di Wattajob, società di consulenza che promuove l’incontro tra aziende, Pubblica amministrazione e territorio, progettando attività formative con l’obiettivo di accelerare il passaggio a un mondo capace di rispondere rapidamente ai cambiamenti.​

Lo scopo della costruzione dei nudge è soprattutto quello di cercare di migliorare il benessere delle persone orientando le loro decisioni pur mantenendone la libertà di scelta. “Thaler e Sunstein identificano con il nudge ogni aspetto nell’architettura delle scelte che altera il comportamento delle persone in modo prevedibile senza proibire la scelta di altre opzioni e senza cambiare in maniera significativa i loro incentivi economici”, racconta Boni. Il primo passo per individuare le abitudini da modificare quindi, è l’analisi delle stesse. Per questo Wattajob ha creato un assessment gratuito che permette alle organizzazioni di identificare le abitudini attualmente presente nella loro popolazione aziendale per poter poi definire nuovi obiettivi.

Per applicare concretamente la teoria dei nudge si fa riferimento al modello Easy-Attractive-Social-Timely (EAST), secondo il quale i contesti da costruire per dare il via spinta gentile devono essere: facili, cioè facilmente raggiungibili; attraenti, perché devono attirare l’attenzione; sociali, cioè devono avere una ricaduta all’interno di reti sociali; tempestivi. “La teoria dei nudge può essere utilizzata nelle organizzazioni per spingere e favorire l’attuazione di determinati comportamenti nella popolazione aziendale. In Wattajob, tramite una consulenza aiutiamo le organizzazioni a capire come questo approccio può essere attuato nella propria realtà”, sottolinea Boni.

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Elisa Marasca

Elisa Marasca è giornalista professionista e consulente di comunicazione. Laureata in Lettere Moderne all’Università di Pisa, ha conseguito il diploma post lauream presso la Scuola di Giornalismo Massimo Baldini dell’Università Luiss e ha poi ottenuto la laurea magistrale in Storia dell’arte presso l’Università di Urbino. Nel suo percorso di giornalista si è occupata prevalentemente di temi ambientali, sociali, artistici e di innovazione tecnologica. Da sempre interessata al mondo della comunicazione digital, ha lavorato anche come addetta stampa e social media manager di organizzazioni pubbliche e private nazionali e internazionali, soprattutto in ambito culturale.

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