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Primo maggio, festa del lavoro o del lavoro umano?

È certamente un Primo maggio particolare quello che si celebra nel 2020. Siamo alla vigilia della fine della fase 1 del lockdown imposto a inizio marzo dall’emergenza Coronavirus. Ma che si viva in un mondo dominato dall’incertezza era già noto prima di finire nell’era Covid-19: la differenza è che oggi stiamo concretamente testandone il significato.

Al di là di questo nuovo scenario, le celebrazioni del Primo maggio riportano al centro il tema del lavoro e del rapporto dell’uomo con le tecnologie. Si festeggia il lavoro oppure il lavoro umano? Sappiamo bene che esiste il lavoro senza l’uomo. Se vogliamo celebrare il lavoro umano serve allora un nuovo patto nel quale si definiscano i ruoli delle macchine, non più come strumenti di sostituzione dell’uomo, bensì nell’ottica di affiancamento. Di questi aspetti ha ragionato di recente Francesco Varanini in un capitolo del libro Il futuro della fabbrica – La via italiana per il rinascimento della manifattura (ESTE, 2019), di cui proponiamo un estratto.

Il lavoro umano nella fabbrica digitale

Sono due i trend che dominano la scena. Il primo: esseri umani e macchine sono sempre più strettamente interconnessi, sempre più indissolubilmente interfacciati. Il secondo: ogni lavoro svolto dagli esseri umani può – o potrà – essere sostituito dal lavoro svolto da una macchina. Si trasforma il lavoro e di conseguenza si trasformano i luoghi di lavoro. Ogni figura manageriale è chiamata a fare i conti con questa nuova situazione. Ma a ben guardare la funzione aziendale sulla quale il cambiamento ha l’impatto più notevole è la Direzione Risorse Umane.

La Direzione HR nasce e si definisce via via avendo come oggetto d’attenzione l’essere umano impegnato nel lavoro. Compete a questa funzione porre le persone nella condizione di agire nel modo più efficace. Dal clima di lavoro, dalla cultura condivisa da tutti gli attori, dipende in ultima analisi la qualità dei prodotti e dei servizi che l’impresa offre sul mercato. Se cambia il lavoro, la Direzione del Personale non potrà non subirne le conseguenze.

Certo l’essere umano vuole allontanare da sé il lavoro troppo gravoso e faticoso. Certo ci sono attività che l’essere umano non può svolgere senza l’ausilio di adeguate tecnologie. Ma questo non vuol dire che l’uomo desideri allontanare da sé il lavoro. Al contrario: l’uomo desidera lavorare. Entra qui in gioco, insomma, l’etica del lavoro, dove il lavoro è inteso come vitale diritto e necessità per l’essere umano.

Etica del lavoro umano

Questi argomenti possono non riguardare tecnologi, ingegneri e manager del Marketing e della Finanza, ma certo riguardano i Direttori del Personale. Gli esseri umani hanno bisogno di lavorare. La funzione del Direttore HR consiste nel garantire alle persone le condizioni per lavorare in modo sensato ed efficace. Può l’attività di un Direttore Risorse Umane consistere nel togliere alle persone il lavoro?

Diverse motivazioni tecniche, economiche e politiche portano a sostituire il lavoro umano con il lavoro delle macchine. Ma, in ogni caso, la scelta di sostituire il lavoro umano con il lavoro delle macchine non è solo una scelta tecnica, economica e politica. La scelta è sempre anche etica.

L’etica c’è anche dove non appare a prima vista. Anche i tecnologi e gli ingegneri sono esseri umani. E che quindi per questo progetti, anche dove potrebbe pensare a una più conveniente fabbrica totalmente automatica, una fabbrica dove macchine autonome ed esseri umani lavorano insieme.

Ci si può aspettare anche che questo guardare a una fabbrica dove macchine e uomini lavorano insieme sia il realistico impegno per il futuro degli shareholder e dei manager di una impresa. Serve in ogni caso una scelta, una presa di posizione consapevole, contrastante con l’orientamento del tecnico a cercare l’innovazione in ogni situazione in cui essa appare possibile; e lontana anche dalla mera enunciazione, da parte dei Direttori Risorse Umane, di appelli alla centralità della persona. 

Non è veramente sostenibile la tesi che il lasciar spazio al lavoro umano garantirà all’impresa un ritorno economico. Né è veramente sostenibile la tesi che il lavoro umano garantisce una più alta qualità del prodotto o del servizio. Tantomeno è veramente credibile la tesi secondo la quale l’automazione, così come fa scomparire spazi per il lavoro umano, altri ne aprirà. Nessuna spontanea dinamica del mercato del lavoro garantirà spazi per il lavoro umano.

Verso un nuovo patto per il lavoro

Conviene accettare fino in fondo la situazione; conviene accettare la praticabilità e la convenienza della Fabbrica Automatica e il conseguente venir meno di spazi per il lavoro umano. Conviene dire che gli spazi per il lavoro umano potranno essere mantenuti, e magari incrementati, solo in base a scelte etiche e politiche. Servono per questo una buona politica e un sostegno pubblico.

Esclusa la retorica sulla centralità della persona, esclusa anche la retorica che vuole inattingibili per nuove generazioni di macchine attività lavorative oggi ancora svolte dagli esseri umani, accettato insomma come possibile lo scenario dell’Autofac, gli attori sociali scelgono di prefigurare insieme un nuovo patto per il lavoro.

Il lavoro umano può essere difeso solo se si accetta pienamente il trend che – letto nella sua pura, astratta portata – potrebbe portare alla sua stessa scomparsa. Qui emerge il possibile, anzi auspicabile, nuovo ambito d’azione di ogni Direzione Risorse Umane. Strategie efficaci potranno essere messe in campo solo se si cesserà di considerare proprio esclusivo oggetto di attenzione il lavoro umano, e si considererà proprio campo d’azione il complessivo work, sia esso fornito da esseri umani o da macchine autonome.

L’articolo è liberamente tratto dal capitolo scritto da Francesco Varanini, “Il lavoro umano nella fabbrica digitale e il domani della Direzione del Personale” contenuto nel libro Il futuro della fabbrica (ESTE, 2019). Per informazioni sull’acquisto di copie e abbonamenti scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)

industria 4.0, lavoro umano, primo maggio


Francesco Varanini

Francesco Varanini è Direttore e fondatore della rivista Persone&Conoscenze, edita dalla casa editrice ESTE. Ha lavorato per quattro anni in America Latina come antropologo. Quindi per quasi 15 anni presso una grande azienda, dove ha ricoperto posizioni di responsabilità nell’area del Personale, dell’Organizzazione, dell’Information Technology e del Marketing. Successivamente è stato co-fondatore e amministratore delegato del settimanale Internazionale. Da oltre 20 anni è consulente e formatore, si occupa in particolar modo di cambiamento culturale e tecnologico. Ha insegnato per 12 anni presso il corso di laurea in Informatica Umanistica dell’Università di Pisa e ha tenuto cicli di seminari presso l’Università di Udine. Tra i suoi libri, ricordiamo: Romanzi per i manager, Il Principe di Condé (Edizioni ESTE), Macchine per pensare.

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