Recuperare il lato divertente del lavoro

Non era raro, anni fa, sentire qualcuno affermare: “Questo lavoro mi fa divertire”. Complessità faceva rima con libertà e responsabilità: delega e fiducia la base di un cocktail di adrenalina pura!

Verrebbe da pensare a una sorta di ‘effetto Hawthorne’ simile a quanto studiato dal sociologo Elton Mayo nell’omonimo stabilimento della Western Electric. La produttività non cresceva solo a causa delle migliorie ambientali, ma soprattutto grazie alla percezione delle maestranze di sentirsi al centro dell’attenzione da parte dei capi.

La parola “divertente” l’ho cominciata a perdere di vista con l’avanzare della ‘finanziarizzazione’ del lavoro, focalizzata esclusivamente sulla soddisfazione dell’azionista, sulla misurazione di obiettivi a corto termine e sulla massimizzazione del profitto. La produttività, assurta a dogma assoluto, ha trovato in quegli anni un perfetto compagno di viaggio nella cosiddetta ‘office automation’, evolutasi nelle forme d’oggigiorno di quel mondo iper-digitalizzato che ha riscritto le regole della relazione tra lavoro e vita privata.

Da colloqui di selezione centrati sulla visione olistica dei candidati si è arrivati a cercare le motivazioni con domande del tipo: “È disposto a lavorare tutti i sabati e le domeniche?” o “hai problemi a portarti a casa il lavoro sette giorni su sette?”, spacciando la competizione come valore sacro da ricompensare con la prospettiva di una pseudo-carriera, una promozione di facciata o un telefonino aziendale di ultima generazione. Vite vissute attaccati notte e giorno agli auricolari per intercettare una conference call dietro l’altra, vacanze cancellate all’ultimo momento, legami affettivi diventati, nella migliore delle ipotesi, conflitti permanenti tra partner combattuti da un dilemma: o me o il lavoro.

Pc e smartphone si sono trasformati nei metronomi infallibili dell’esistenza, parole quali “implementazione” e “allineamento” hanno da tempo rubato spazio a valori di cui il lavoro si è da sempre nutrito, cioè autonomia e creatività. La serendipità non abita più in ufficio. Un neotaylorismo liquido ha partorito un’evoluzione digitale della funzione tempi e metodi.

Ma dopo la ‘grande ondata’ che tutto ha travolto, come ci si muoverà nel mondo che verrà? Quella che è già stata definita la ‘lockdown generation’ sarà condannata a interfacciarsi esclusivamente con il tanto declamato Smart working, scambiato il più delle volte per un semplice telelavoro? L’emergenza ha contribuito a infrangere un muro di pigrizia mentale, ma siamo ancora davanti a sperimentazioni timide e l’organizzazione del lavoro di Pubblico impiego e piccole imprese, per esempio, necessiterà di un imponente restyling. Le polemiche recenti ne sono la conferma. Ma non è sufficiente.

L’Italia che ripartì nel Dopoguerra si ispirò a grandi imprenditori. Uno di loro, Adriano Olivetti, ha lasciato un segno inarrivabile nel saper aggregare persone a progetti che ancora oggi stupiscono per la loro modernità. Non fu utopia. Quel gruppo di persone prima pensava, poi costruiva. Fu la politica, con l’appoggio dell’ala più conservatrice dell’imprenditoria, a sabotare un modello considerato un’eresia all’interno del sistema.

Oggi bisogna dare un senso compiuto a parole che sappiano trasmettere valori fondanti. Parole come “costruire”. Non diamo retta alle sirene d’oltreoceano, sempre pronte a sfruttare il momento giusto per proporre, come in passato, modelli per di più costosi, da applicare pedissequamente nelle nostre realtà. Mai come oggi le distanze culturali ed economiche con quel mondo ci impongono di aprire gli occhi sulla nostra debolezza e soprattutto di far leva sulle nostre qualità, grazie alle quali abbiamo costruito la nostra storia.

Si ritorni a parlare di scuola, la grande vittima della crisi recente, a progettare organizzazioni di persone dopo anni di ipocrisie sulla centralità del capitale umano che nulla hanno a che vedere con quell’Italia olivettiana che ci manca. Il luogo di lavoro torni a essere un posto dove il valore aggiunto lo si possa creare producendo e, perché no, divertendosi.

Impariamo a conoscere le persone per quello che possono dare e scopriremo che la loro potenzialità, se lasciata libera, darà sempre frutti sorprendenti. Come il Candide di Voltaire, ritorniamo a coltivare il nostro giardino. Profitto ed efficienza dovranno sempre restare al centro di tutto, ça va sans dire. Ma sarà più piacevole conseguirli con un approccio nuovo.

Antonio Rinetti pubblica le sue riflessioni nella rubrica “Essere o non essere” della rivista Persone&Conoscenze.
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lavoro, produttività, persone, scuola


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Antonio Rinetti

Ex Direttore del Personale di un importante istituto bancario e attualmente Consulente HR.


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