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Whirlpool e le contraddizioni etico-gestionali

Il 19 agosto 2019 i CEO di 181 imprese nordamericane, riuniti a Washington nella Business Roundtable presieduta da Jamie Dimon di JpMorgan Chase, hanno elaborato un manifesto d’intenti in cui hanno dichiarato solennemente la fine del profitto come unico scopo delle imprese, e il loro impegno a migliorare il mondo, a “investire nei loro dipendenti, proteggere l’ambiente, comportarsi correttamente ed eticamente con i fornitori, creare valore di lungo termine per gli azionisti”. Tra i firmatari, da Amazon a General Motor, c’era anche Marc Bitzer, CEO di Whirlpool.

Solo un mese dopo la sua azienda ha comunicato ai sindacati la decisione di chiudere lo storico stabilimento di produzione di Napoli, dedicato alla linea delle lavatrici di alta gamma. Due mesi prima della Roundtable, una slide – una sola! – presentata con disinvoltura ai sindacati nazionali nel corso della illustrazione del nuovo piano industriale, aveva mostrato sulla mappa degli stabilimenti del gruppo una X posta sull’insediamento napoletano.

Evidentemente Bitzer ha gettato la maschera – anzi l’intero abito – per mostrare ai suoi dipendenti che il re è nudo: il primato degli interessi degli azionisti nella gestione delle aziende è ben lontano dall’essere messo in discussione. Quel primato evidenziato da Karl Marx quasi due secoli fa e ribadito negli Anni 70 dal premio Nobel per l’economia Milton Friedman con la formulazione del sacro principio che “business of business is business”.

Proprio quel principio che i grandi di Washington hanno dichiarato di voler superare con una nuova visione della responsabilità sociale dell’impresa volta decisamente alla sostenibilità gestionale e ambientale, utile al suo successo, quanto al miglioramento del mondo.

Ma a Napoli è avvenuta immediatamente la resa dei conti, gli intenti si sono scontrati con la realtà. Sulla Whirlpool di via Argine oggi sventola la bandiera bianca dell’incapacità di gestire le crisi industriali, proprio in un’azienda che è a sua volta bandiera dell’ultimo baluardo di una città industriale e operaia ormai desertificata.

La perdita di senso dell’etica

Il caso Whirlpool è l’epilogo emblematico della fine di un’epoca e delle insostenibili contraddizioni delle relazioni industriali nel nostro Paese. Tanti sono i drammatici nodi venuti al pettine in questa vicenda: si sono toccati con mano i limiti dell’intervento dello Stato nell’indirizzo delle crisi aziendali, i limiti sindacali nel controllo e nel potere negoziale, le incapacità manageriali nel governare i processi di riorganizzazione, nel prevedere gli sviluppi dei mercati, nel pianificare per tempo gli investimenti, e non da ultimo nel considerare il valore del capitale intangibile costituito tanto dal brand (che è reputazione) che dalle risorse umane.

Ma soprattutto questa vicenda ha svuotato di senso due parole chiave, scolpite alla base della creazione del valore da parte dell’impresa, due parole che vanno declinate insieme: “etica” e “progetto”.

L’etica gestionale è stata accantonata quando l’azienda ha disinvoltamente rinnegato i principi sottoscritti dal suo massimo esponente nel manifesto di Washington; quando, a distanza solo di un anno, ha smentito il suo stesso piano industriale presentato e definito con i sindacati e con il Ministero dello Sviluppo Economico; quando ha incassato finanziamenti pubblici per poi sospendere gli investimenti.

Ci chiediamo: è sufficiente dichiarare che sono cambiate le condizioni di mercato per tradire un piano industriale? È ammissibile, pur nell’incertezza e nella complessità del mondo globale, non riuscire a intercettare per tempo i cambiamenti e dunque rinunciare a innovare processi e prodotti?

Certo, è fuori discussione che la proprietà aziendale abbia il diritto di aprire e di chiudere la propria attività, ma è invece tutto da discutere il suo potere assoluto di delocalizzare, esternalizzare, disfare un capitale di competenze, proporre come sola alternativa la cessione a terzi inconsistenti, come quelli individuati in una fantomatica azienda svizzera priva di capitali e di risorse.

L’etica nel business richiede coerenza, credibilità e anche coraggio. Per un grande gruppo multinazionale coraggio non è certamente svendere, né tantomeno è chiudere, ma prenderne la decisione solo dopo aver esplorato ogni possibile opportunità per evitarlo, magari facendosi anche carico dei costi sociali di una dismissione. Ma etica e progetto coinvolgono anche le parti sociali e la politica.

Davanti alle crisi, il sindacato deve giocare fino in fondo il suo ruolo, non può chiamare subito in causa le Istituzioni delegando allo Stato le responsabilità. Dal canto suo, alla politica non è concesso disintermediare, agire con demagogia, appellarsi direttamente alla pancia dei lavoratori, con un video su Facebook, promettendo soluzioni che non può realizzare.

Né è più concessa l’impotenza a incidere sulla realtà, figlia di un’inammissibile assenza di visione e di politica industriale. A Napoli, sulla pelle della gente e della città, nel caso Whirlpool è avvenuto tutto questo. A Napoli si muore. A Washington si fa festa.

corporate social responsibility, etica, sindacato ruolo, politica industriale

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